Shadowland



Sembra oramai scontato dividere il tempo in ciò che si può quantificare e misurare e in ciò che viene esperito soggettivamente, ma non è altrettanto comune nel quotidiano relazionarlo allo spazio. Forse, è questa sottolineatura quella che vorrebbero proporre per certi versi Lukas Marxt e Vanja Smiljanić con Shadowland (Austria, 2017, 47'). Per certi versi, ovvero attraverso il cinema e non loro stessi come autori cinematografici, come cioè ciò che si viene a creare cinematograficamente, e non individualmente, concernendo così, all'opposto, altri rapporti di natura più estesa, al di là dell'umano ma non per questo sovraumani. Si inizia questa cattura di un'altra temporalità con vari espedienti, ad esempio quello dell'attesa come ciò che, anticipando il risultato, crea uno stato di eccitazione tale da dilatare il tempo - pur, certo, rimanendo ancora in una concezione soggettiva della cognizione umana. Oppure, si crea artificialmente ciò che avverrà, ossia l'eclissi solare, in modo tale che la simulazione possa ricordare e nello stesso anticipare non solo l'avvenimento, ma lo stato di alterazione dell'individuo. Fin qui, quindi, il film concernerebbe una certa stimolazione di percezione, memoria, stati di attivazione e funzioni anticipatrici che incontra la soggettività di ognuno, restando in una certa dialettica che, inducendo cambiamenti, rimane nell'ordine più o meno cosciente dell'individuo. Tuttavia, non siamo sicuri che ciò possa bastare e tale insicurezza crea un dubbio che immediatamente è rimandato allo spettatore senza trovare soluzione: il poter ragionare su un certo film, descrivendone i passaggi, non lo esaurisce nemmeno se lo descrive alla perfezione, non tanto per una sorta di irriducibilità del film o della realtà stessa, bensì perché tale irriducibilità è dell'ordine del cinema quando non si fa con simbolizzazioni varie che rimandano a ciò che non si mostra o non si può dire. In altre parole, si parla di più irriducibilità, che per esempio sono diverse da quelle poetiche, e il dubbio che emerge in questo film è ciò che porta la sua caratteristica irriducibile a collimare immediatamente con uno spettatore che ne garantisca la visione e si tenga in sé tale irriducibilità. Se lo spettatore è già nel film, in qualche modo, ciò ci porta a riconsiderare la visione stessa del film, la qual cosa, se da una parte costituisce la nostra domanda di chiarificazione, che non deve per forza essere chiarita, dall'altra porta lo stesso film a far ragionare insieme, film e spettatore in un unico grande sistema, sulla natura delle proprie percezioni temporali. Lo dicevamo fin dall'inizio. Se una sorta di alterazione temporale avviene nel film, questa si iscrive non tanto nei confronti di un fenomeno, e dunque anche nella nostra esperienza di quel fenomeno, ma soprattutto entro uno spostamento spaziale, che è il fulcro dominante. La questione non vuole indurre a sottolineare un processo causale, appunto, l'allineamento come ciò che conduce a tal fenomeno, bensì la natura prettamente spaziale dell'evento, che esso non porta a percepire soggettivamente il tempo, ma il tempo è ciò che è effettuato dallo spazio. L'incontro tra sole, luna e terra non ci influenza - come pensiamo che la luna influenzi l'umore - ma ognuno di questi elementi - noi compresi - sono gli effetti del maggiore o minore allontanamento reciproco, cosicché l'alterazione temporale non è la nostra alterazione causata da una situazione, ma il diverso equilibrio cosmico: sentiamo così il turbamento della luna e della terra a questa particolare localizzazione, se la musica fa da manforte a questa alterazione temporale, che Shadowland non manca di utilizzare slittando la questione alla dilatazione percettiva, che porta lo spettatore a un piano di realtà in cui cinema e musica si incontrano come due arti. Arti che non hanno bisogno di rimandare a un significato per esistere, ma che si fanno come una sorta di terzo elemento, una specie di droga che si inserisce a spezzare il flusso temporale, già dinamico di suo, ma che ora si fa eccezionale, straordinario. L'abilità, quindi, non starebbe tanto nel cogliere ciò che accade, ma nell'indurre ciò che accade a canalizzarsi attraverso il cinema, in una sorta di chiave, che apre nella realtà squarci di possibilità alternative.     


Nessun commento:

Posta un commento