2076 (elegy)



2076 (elegy) (USA, 2016, 6') è un ritrovamento a distanza nel futuro, una piccola perla fatta per un futuro lontano a cui si vuole parlare e che si assume su di sé, un cortometraggio che sa anche di già passato e per questo vivace e tenero allo stesso tempo, con una certa femminilità che vi si aggrappa senza appesantirlo o marchiarlo. In effetti, questo film di Karly Stark ha tutta l'aria di un dono che gira attraverso il tempo e per questo pieno di quell'amore assolutamente apersonale quanto specificatamente rivolto verso dei volti che assumono quell'irradiazione che li trapassa e li fa ripetere, volto per volto, animale per animale, pianta per pianta, attraverso il mondo. Questi trapassi sembrano così essere rivolti alla pellicola, unica possibilità di ripetizione insieme confinante e sconfinante, che fa sì che il sentimento possa divampare tra le immagini. In questo senso, allora, possiamo parlare di femminile, ma, attenzione, non in una maniera che possa darsi nel presente dei nostri giorni: in quanto film per il passato del presente nel futuro, non è del nostro presente più di quanto possa esserlo una schiusura autentica verso un ignoto futuro, perché 2076 (elogy), sfuggendo a una narratività che incatenerebbe il sentimento alla sua rappresentazione, non è propriamente e solamente della terra, ma da essa prende forma per una temporalità al di là dell'ora. Detto questo, capiamo meglio che non ci ritroviamo in una simbologia femminile, bensì in delle tracce che il femminile lascia attraverso la pellicola, catturando quel buio che permetterà le ombre di quella luce che offusca gli animi e che porta a considerazioni culturali o biologiche sulla donna e sull'uomo, considerazioni che, economicamente, fanno susseguire una serie di ruoli ai sessi, ognuno celebrato positivamente o negativamente, ma comunque in senso qualitativo. Tracce quindi che fanno penombra, rischiarando la mente dai continui soprusi che quotidianamente riceviamo attraverso i mezzi di comunicazione di massa ad esempio, che inventano categorie come quelle del femminicidio per sottolineare ancora di più la cultura patriarcale e i suoi danni, perpetuandola. Rilevante nel cortometraggio della californiana Karly Stark ci sembra essere quindi tutta quella corrente emotiva e sentimentale che non tenta la manipolazione psicologica degli animi con l'identificazione, ad esempio, o la proiezione, bensì fa vivere tale corrente attraverso gli occhi: sono questi che in ultima istanza sono toccati, e lo sono non perché ci rispecchiamo nelle immagini, ma perché queste ci ascoltano nella misura in cui diamo loro la possibilità di essere viste, al di là di noi stessi, quando questo al di là di noi stessi non è tanto un salto ultraterreno quanto piuttosto la possibilità di essere sé stessi. L'immagine, come quel femminile che dona la vita, non in quanto madre ma come possibilità che ci sia la vita e che solo dopo diventa espressione dell'amore, quando incarnata in un corpo,  l'immagine, si diceva, è essa stessa ciò che dona la vita. Quell'immagine che solo poi si incarna e si realizza, ma che in principio è la vita: con l'incarnazione (o realizzazione) l'immagine perde quei possibili che la facevano essere prima di approdare in un qui e ora che solo raramente mantiene una certa biologicità, mentre molto spesso è morte rappresentativa, schiavitù umana, struttura ecologica. Questo mantenersi della vita non è raro perché difficile o perché migliore di altri, ma c'è in quanto ricerca, dubbio perenne, che è quello che 2076 (elegy) fa ripercorrendo il futuro all'indietro, tracciando quell'immagine sapendo di perdere qualcosa, parlando al futuro passato per non parlare mai: ciò che rimane è quell'oscillazione che, inglobando e rompendo i margini, fa della ricerca la via non per trovarvi una casella vuota, ma per vedere nella struttura dell'immagine, l'immagine che è la vita, quel donarsi agli occhi affinché vi sia un po' d'aria tra i corpi che non vedono più.


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