Watch tower



A proposito di comunicazione è dagli anni '60 che si sviluppa maggiormente una concezione pragmatica della stessa, basti pensare, ad esempio, alla teoria degli atti linguistici di Austin e Searle o gli studi della scuola di Palo Alto con Watzlawick in testa, caratterizzati da una concezione olistica della comunicazione, auspicandosi così di studiarla davvero nella sua totalità: se alcuni assiomi sono diventati alla mercé di chiunque (vedi il primo assioma «non si può non comunicare») è anche perché la comunicazione e soprattutto le sue modalità di trasmissione, esemplificate nei mass media ma anche in altri luoghi come la famiglia (vedi la teoria del doppio legame), sono diventate uno spunto, e a volte una bandiera, per parlare dell'effetto che poteva avere un certo «potere» sulla coscienza collettiva o di massa, e dunque la possibilità di agire come «contro-potete» in svariati modi. Se da una parte le teorie di natura pragmatica non sono certo nate specificatamente per diventare slogan, dall'altra sarebbe tuttavia ingenuo non considerare l'humus dalle quale sono nate e le varie ramificazioni che un discorso sulla comunicazione poteva portare: da teorie sulla comunicazione umana ad assiomi che si sbandierano e che vanno bene per qualsiasi contesto, anche non strettamente umano, il passo è breve, e con questo non si intende dare contro o meno a una certa teoria, bensì tenere conto dei rapporti che si possono creare a livello planetario (non per un discorso eurocentrico, ma, proprio perché non è affatto eurocentrico, si può pensare al mondo e non solo all'occidente). Ecco allora che ci ritroviamo negli anni 2000 a sbandierare cose senza tanto avvalersi dello studio ma meglio degli slogan. Ecco ancora che il cortometraggio di Charlie Egleston, Watch tower (Canada, 2017, 23'), pensiamo si possa inserire in maniera genuina in un discorso privo di retorica che tenta di abbracciare il piano del reale. Proprio perché la comunicazione non è materia astratta solamente perché prevede per lo più atti linguistici, ma questo è da molto che lo si pensa, Egleston da parte sua mostra l'aspetto pragmatico della comunicazione non tanto eguagliandola all'azione, ma considerandolo da una prospettiva "ecologica", immaginando dunque l'ambiente in un duplice aspetto: impatto ecologico e l'ecologia del sistema comunicativo. In questo modo comunicare non è strettamente riferito all'agire, perché l'azione non si considera semplicemente in termini del non verbale, ma è la pratica che viene esperita quotidianamente: in questo senso allora ciò che Egleston ci sembri fare è porre la questione da un'altra angolatura, prettamente cinematografica, la quale assume in sé quest'aspetto ecologico per sua stessa natura, cercando cioè di prendere l'intera questione nell'immagine, la quale non è intesa come copia della realtà e che quindi per questo può rappresentare la realtà, bensì è contemplata nella sua forma, indistinta dal contenuto, e quindi come ciò che ha un ruolo di influenza percettivo importante. La percezione classicamente, se da una parte si ritiene come influenzata dall'oggetto e dall'altra dal soggetto, rimanda a una concezione duale della realtà e quindi ricade, con buona pace dei tentativi olistici delle teorie sulla comunicazione, a un concetto di trascendenza che non si estingue nelle formule di uguaglianza (per spiegare: «comunicare è agire» o «ogni comunicazione è un'azione» non significa davvero minacciare una concezione duale della realtà volta a eliminare, per esempio, i poli di concretezza e di astrazione, perché manca totalmente la prospettiva, per così dire, "ecologica", ovvero immanente, che possiamo trovare in certo cinema, come avremo modo di spiegare ora). Watch tower si predispone a essere un cortometraggio con un approccio meditativo: tale meditazione non viene fatta da un soggetto - regista e poi spettatore - verso un oggetto - ambiente e poi film - perché manca in questo caso una rappresentazione che rimanda la classica dualità soggetto-oggetto in una chiara prospettiva trascendentale. Manca cioè un soggetto che organizzi il reale, vedendolo e percependolo (nonostante le doppie frecce che potremmo rappresentare tra soggetto e oggetto), ovvero che si ponga al di sopra del piano fenomenico del reale, intenzionandosi quindi verso di esso come potrebbe fare invece un certo cinema detto contemplativo, che attraverso alcune strutture, come quelle narrative, riporta un piano di trascendenza che schiaccia lo spettatore al ruolo preposto. L'approccio meditativo in Watch tower predispone così il tutto non tanto a eguagliarsi ma a differenziarsi, senza creare dislivelli che porterebbero a gerarchie di vario tipo: in questo senso il cortometraggio in questione non è un mostrarsi di poteri e contro-poteri, bensì una pratica di visione in senso immanente.


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