Non è una cospirazione

F



F (Italia, 2017, 3') è il cortometraggio di Ignazio Fabio Mazzola presentato nel maggio di quest'anno a LIVE, workshop di produzione degli artisti Bianco-Valente della rassegna InContemporanea. Di primo acchito questo cortometraggio ne ricorda un'altro di due anni fa dello stesso autore: stiamo parlando di da Do a Da (Italia, 2015, 7'), il quale originava da molteplici punti di vista, dalla botanica all'architettura, all'urbanesimo alla storia e via così, fino a porre le origini in una costante questione che non chiedeva tanto una risposta, bensì di essere chiesta per oltrepassarla, andando verso una concentricità di origini che si dilatavano contaminandosi tra loro. Forse è proprio per questa contaminazione che questo F un po' ricorda un precedente cortometraggio, non tanto, ma questo è chiaro dalla natura multiforme di Mazzola, per una vicinanza visiva o di inquadratura: i rimandi in questo senso non contemplano l'immagine in senso stretto, perché ciò significherebbe riportare l'immagine a una rappresentatività di fondo che non interessa e non riguarda i cortometraggi di Mazzola, una rappresentatività che, proprio per sua natura, significherebbe la possibilità di riproporre l'immagine stessa, di rievocarla e quindi stabilirla in una presentazione mentale. Tutto ciò riporterebbe così l'immagine a un ruolo di trascendenza che ingabbia l'uomo al ruolo di spettatore, il quale guarda all'immagine in una sorta di rispecchiamento o introiettamento o ricordo. Non stando così le cose però, la risonanza è incredibile, nel senso che sembra ci sia quasi una comunicazione interrotta che manca il suo messaggio, interrotto anch'esso. Ciò che l'ambiente intorno può comunicare, infatti, non giunge mai a destinazione, non arriva mai a formarsi nella sua totalità nell'occhio di chi guarda, regista o spettatore: più che un perdersi, in gioco ogni volta c'è una sorta di riconquista della predisposizione a far arrivare qualcosa, questa caparbietà di resistenza verso un mondo che ostacola i rapporti nell'incanalamento, dettato dalla mondanità, delle forze. L'unica cosa che arriva quindi è sentire la possibilità che tutto avvenga prima che si infranga con una realtà che annienta i possibili. Questa non è la scalata inutile e cocciuta verso la meta che esautora il suo senso nella scalata stessa, dando all'uomo un'amara speranza nel tentativo di trovare una scusa per non suicidarsi, ma l'emergere di ciò che può essere intuito e che avviene solo perché trova uno spazio, quello del cinema, che permette di accantonare una rappresentatività che soffoca la possibilità di sentire ciò che non è pubblicizzato. In questo senso, allora, l'interruzione che è propria di F non è di un qualcosa che viene propriamente interrotto, dunque di un'immagine interrotta, che manca la sua piena realizzazione e che in ciò trova la sua piena realizzazione, come se, appunto, fosse questo il punto cardine e la volontà ultima del cortometraggio in questione, vincolando così un messaggio di interruzione, un nuovo senso alla realtà visibile ordinariamente, che celerebbe o potrebbe risolversi straordinariamente in un nuovo punto, un nuovo convoglio di risultati per quanto eccentrici o comunque insoliti possano essere. F riprende così la concentricità relativa dell'ambiente per snodarla ed espanderla, non portando come risultato una proliferazione indicibile, ma l'indicibile della proliferazione, che altro non è che un mai in arrivo della forma. Non tanto un negativo o un non ancora, ma una mancanza non rappresentabile, lì dove la sostantivizzazione di tale mancanza non è la sua affermazione a sostanza, bensì la possibilità che essere e non essere si congiungano in un insieme che non totalizza, ma fa sentire la mancanza nell'immagine stessa, tornando a questionarla. Così facendo capiamo bene che l'interruzione non è un gesto impositivo del regista che fa essere l'immagine a seconda della sua volontà o dei suoi riflessi manuali che vanno in automatico a giocare con la videocamera: l'immagine stessa, per entrare in un campo che mediti ogni punto di vista, sia esso l'ambiente o la forma, si deve mancare, perdendo il suo valore nella realtà, me entrando così in un luogo il quale, oltre a contemplarla nella realtà stessa, la porti temporalmente nel negativo, il quale porta il buio (non come assenza di luce, ma come negativo della presenza) e realizza la possibilità che vi sia l'immagine e la sua mancanza. Ecco che può nascere da quest'azione un'apertura nella realtà, che è sempre perdita e uccisione di qualcosa, ma che rimescola gli equilibri, spostando i centri.


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