Non è una cospirazione

The watchmen



Non è, e non è mai stato, un fottuto gioco. Parliamo di gioco non perché si supponga possa essere divertente, ma per rimandare a quanto faccia sentire bene credere di avere qualche risposta in mano, intrisa della moralità che ci è permessa in questo periodo. In questo senso, anche, è un gioco, una specie di espediente per semplificare la realtà, per avere qualcosa a cui aggrapparsi, delle fondamenta, delle credenze su cui si basa il nostro vedere il resto del mondo. Diventa un gioco, quindi, quando ne facciamo parte, anche consapevolmente, e cerchiamo di stare dentro certe regole, più o meno scegliendo di starci, e diventa un gioco quando in fondo ci solleva da ogni ricerca verso l'autentico, lasciandoci lì, magari anche a studiare pagine e pagine di storia. Ecco che quando ci parliamo addosso riguardo al «tutto ora è visibile», «ci controllano» e via dicendo, quando abbiamo letto qualche libro, magari con la sfortuna - per la nostra autostima che ci avvalla - di essere andati all'università, magari anche a studiare materie umanistiche o che tendono alla scientificità, ci possiamo dire di sapere tutto quello che sta accadendo. In fondo, le cose non sono così complesse, sono visibili alla luce del giorno, vediamo le telecamere, usiamo il gps sapendo di poter essere localizzati, conosciamo l'esistenza di spie e addirittura possiamo venire a conoscenza della possibilità che siano tutti dei complotti, come quello dell'attacco alle Torri Gemelle. Per tutto questo potremmo rischiare di vedere The watchmen (USA, 2017, 10') di Fern Silva come qualcosa che ci può confermare tutto questo, solleticando magari la nostra intelligenza, facendogli l'occhiolino. Tuttavia il cortometraggio di Silva ci pare qualcosa che vada oltre ai giochi di cui sopra. Quando non può più essere un gioco? Bella domanda, e probabilmente inutile, in quanto alzerebbe piedistalli e altri giochi, probabilmente. Allora la domanda è un'altra, e non può che partire dal film in questione, partire da esso, su che cosa ci mostra e cosa no. Non perché ometta qualcosa o perché ci sono quelle che possono diventare anche ennesime retoriche sull'invisibilità dell'immagine e di ciò che non può essere detto e rappresentato: perché possiamo dire che esiste in questo film e non in un altro? si cadrebbe in un soggettivismo che riporta ancora ad altri giochi, ad un'altra questione di visibilità. In realtà, o almeno così sembra, non si tratta di definire posizioni, di dire dove è giusto e dove si vede qualche cosa o dove no, ma di vedere ciò che gli altri non vedono, le relazioni, che sono ovunque. Non si tratta, ancora, di punti di vista: The watchmen mostra quanto il punto da cui parte la visione può essere ovunque e ricoprire ogni cosa, questo lo sappiamo. Ciò che non viene visto non sarà mai tale, non è visibile, sebbene sia in possibilità di esserlo, ma non lo sarà. Non si tratta allora, ancora una volta, di poter dire che volendo si può vedere ogni cosa, o anche auto-/inter-sorvegliarla, ma avere la possibilità di non vedere, rendersi ciechi. Ci sono dei punti in The watchmen in cui non vediamo. È tutto lì, in realtà, molto chiaro, sembrano dei cosiddetti punti di fuga, delle possibilità di uscita dal mondo delle immagini: un uomo nudo, un amplesso, sembra che si parli di qualcosa, che si suggerisca qualcos'altro, una possibilità che non sia solo così, che non sia tutto sorveglianza, tutto visibile, tutto reale. E invece non ci sono: gli amori possono essere incastrati, le verità seppellite all'occorrente, la natura è solo ciò che abbiamo continuamente, anche nelle città, non per forza un posto in cui tornare alla in to the wild. C'è qualcos'altro però ed è diverso: è che continua a girare. C'è questa circolarità in The watchmen che è disarmante. Tutto ritorna, ruota su di sé, sembra suggerirci che, in fondo, non si scappa, si ritorna lì, ed è questo il punto. Rimescolare le carte, rivedere i rapporti, vederne di più, non fa solo parte di una realtà complessa, ma di una realtà circolare, che sempre ritorna. Anche le anomalie statistiche sono contemplate. Così, se l'immagine è incastrata nel mostrare ciò che ha visto, e nel poter mostrare anche ciò che fa fatica a vedere, nel rimando di un'assenza che manifesta, anche solo in senso fantasmatico, anche se non presentandosi, così possiamo sentire un ritorno, che è proprio della circolarità. E se siamo un po' tutti in fondo il banchiere anarchico, l'immagine non lo è, essa è spietata. Ecco perché non c'è via di fuga che regga, non ci sono posti in cui poter combattere, perché è ogni posto, è nel quotidiano la lotta. È vero, c'è tra un amore sincero così come in un supermercato. In The watchmen nessuno si cava gli occhi per non vedere e anche quando c'è solo del nero e degli sprazzi di luce, anche qui, possiamo vedere qualcosa, non c'è misticismo che tenga. Possiamo conoscere realtà spettrali o meno spettrali, ma comunque tutte reali, e non c'è immagine, supposta schizofrenica, che regga. Ma se c'è qualcosa che vale come possibilità sta proprio in fondo alle dinamiche che il cortometraggio in questione illustra, mostra palesemente, sono ancora una volta tutte lì, e non c'è deserto o natura che tenga, ma c'è una cecità che fa da rovescio, che si trova alla fine e che non esiste come realtà. In questo senso, allora, non sta nell'astratto, nell'amore, nel sentimento o nel sentirsi che qualcosa può accadere, o meglio, sì, ma non in sé, non come entità soccorritrici. Non c'è una conclusione degna per uno scritto fin troppo semplice, fin troppo manifesto, senza veli, che rispecchia il film, se non un invito a guardare il cerchio che si mostra solo attraverso i suoi legami. 


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