Heliopolis Heliopolis



Di Anja Dornieden e Juan David González Monroy si era già apprezzato qui sul blog il precedente Gente perra (Germania, 2014, 25') e anche ora permane l'interesse che i due registi riescono a far gravitare sui loro film, e questo ultimo lavoro, Heliopolis Heliopolis (Germania, 26', 2017), ne è la prova. Apparentemente semplice, ma di semplice non ha nulla, il cortometraggio in questione serba una suggestione particolare, che mischia il carattere verbale a quello visivo, per dare luogo a un qualcosa che, a conti fatti, non si riesce granché a spiegare. La domanda che ci si pone almeno inizialmente è infatti: dove sta la suggestione? L'insieme si direbbe, o almeno dovrebbe, risiedere nell'immagine proposta, la quale è singolarmente molto basica e con un significato che a onor del vero sfugge, il che non è tanto un modo di dire quanto piuttosto la descrizione dell'atto, che è proprio quello dello sfuggire. Se il fuoco della candela brucia la candela stessa, facendola sciogliere e perdere così i propri connotati, ciò comporta anche che la cattura da parte dell'occhio dell'immagine non è mai un'istantanea, una totalità permanente, ma qualcosa che sta nell'atto stesso dello scomporsi, nello sfuggire cioè ad ogni fotografia permessa, per perdere così quello che l'ha trattenuto, il significante: questo discorso non risiede nell'immagine ma è dell'immagine stessa, la quale continuamente per mostrarsi deve bruciare nella pellicola, perdendo così nel contempo la possibilità di darsi almeno una volta, ma solo di sfuggita, all'occhio, che non riesce a coglierla mai del tutto nel suo pieno significato. Ciò che rimane in questo  Heliopolis Heliopolis è semmai la suggestione dell'immagine, nel senso che per avvenire si compie unicamente nel rimando, nella parvenza, e così facendo l'intera opera non è altro che qualcosa di cui si hanno degli indizi, delle tracce, della cera bruciata, senza la possibilità di arrivare a una verità: che cos'era realmente Heliopolis Heliopolis non lo possiamo sapere, e forse non lo sapremmo mai, ma ciò che importa non è arrivare alla soluzione dell'enigma, perché ciò che ci gravita attorno è esso stesso Heliopolis Heliopolis, le sue azioni cioè arrivano nonostante il suo velarsi alla verità, che altro non sarebbe, tra l'altro, che una verità di ricerca storica, e per questo già persa in partenza nonostante la sua possibile - maggiore o minore - accuratezza, perché svanita. Ma è proprio per questo che non la fantasia, ma la parvenza di Heliopolis Heliopolis è l'unica ad avvenire, e in questo cortometraggio è precisamente ciò che anima la candela. Il fuoco dunque non si propone di fare luce sulla verità, bensì la verità, in quanto ciò che è stato, è ciò che può far luce sull'immagine che bruciando si compie, ma compiendosi sfugge a ogni verità su di sé: ciò che rimane, infine, non è, ancora una volta, che una parvenza di verità e la luce stessa, filtrata, che può compiersi in un'immagine che non è che una parvenza di luce, perché non rischiara altro che il luogo dove si fa l'immagine, il quale si assume su di sé la tensione perenne a scomparire nell'oblio come traccia mnemonica decadente fin da quando si imprime sulla retina. L'oblio quindi è sempre lì ad oscurare la luce, a macchiare un'immagine che non è mai semplice riproduzione, ma cattura fallace che tenta, nei suoi migliori propositi, di rischiarare le tenebre: la sua riuscita manca sempre qualcosa e non è compito dell'immagine tentare il tutto per tutto per dare una riproduzione esatta. Ciò che avviene in Heliopolis Heliopolis, non è tanto o solo trovare le luminosità in atto, ma anche trovare le ombre che permettono la visione stessa, non per costituire un unico, al contrario, le oscurità sono proprio ciò che affossano l'immagine, e tuttavia è questo il grande insegnamento dei gestaltisti, ovvero non che il tutto possa darsi al di là e più delle sue parti, ma che le parti non si perdano nel tutto. In Heliopolis Heliopolis l'immagine, quella totalità che si ha tramite la suggestione a opera di vari canali, uditivi e visivi, semantici e anche episodici, quell'immagine che abbiamo detto essere evocativa, si sfalda e sfugge in quanto contiene ciò che l'affossa, quelle oscurità presenti che non si vedono, ma che sono richiamate nella loro forza storica, in Heliopolis Heliopolis. L'evocazione non si ha tanto tramite l'immagine, ma tramite il rito che compie l'immagine stessa, la sua bruciatura necessaria per darsi e scomparire, i suoi buchi vuoti e l'oblio, nella mancanza storica e nelle proprie assenze di verità.


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