Non è una cospirazione


Premessa, che di per sé è però anche il cardine del testo che andiamo a scrivere sull'ultimo film di Ignazio Fabio Mazzola: (Italia, 2017, 1') è il titolo del film o un'immagine tra le altre? La domanda può essere posta in un altro modo: innestare il titolo del film all'interno dell'immagine in modo tale che quello combaci con quella, fino (quasi?) a confondersi, comporta anche, d'altro canto ma contemporaneamente, che l'immagine esuli da sé e, trapassandosi, andasse oltre se stessa? A conoscere la filmografia di Mazzola l'interrogativo non è così scontato. In effetti, questo è un film che potrebbe non avere un titolo, il che tuttavia non ne fa un'opera anonima: il □, posto lì all'inizio, può senza dubbio valere come titolo del film, ma, al contempo, □ potrebbe non riguardare affatto la titolazione (e, in effetti, che titolo è ?) ed essere, invece, uno dei frammenti che compongono l'immagine del cortometraggio, come quella finestra. Di più, perché □ sembra davvero rimandare, pur nella sua stilizzazione radicale, a quella finestra che accompagna il finale dell'opera. In tutto ciò, com'è evidente, non c'è solamente l'intenzione di comprendere, più o meno psicologisticamente, l'opera, volendole a tutti i costi affibbiare un titolo o anche a sottrarglielo; ci pare, piuttosto, che l'interrogativo sia posto e debba essere assunto - e come tale esso non deve farsi chiave di lettura o decifrazione dell'opera quanto, al contrario, marchio dell'afasia cui inevitabilmente conduce. Il film, che di qui in poi chiameremo  per comodità, è infatti costituito da tasselli, segni che tra loro non hanno alcuna relazione, almeno apparentemente. Come tali, e cioè come segni, □ non può essere compreso altro che come segno tra i segni, più ancora che come titolo: e il punto è comprenderlo in tal modo, perché è in questo modo che Mazzola, qui più che in qualsiasi altra parte, sebbene non fossero mancati dei tentativi in precedenza, fa essere non tanto il segno come immagine bensì l'immagine medesima come segno - e nient'altro. La domanda è teologica più ancora che ontologica: di cosa si compone l'immagine? o, il che è lo stesso, □ è il titolo del film oppure segno tra i segni? Essendo teologica, la domanda non può che restare inevasa; tuttavia, è di fondamentale importanza che venga posta, poiché solo così può essere data efficacia, cioè può esser reso produttore d'effetti, quel nero che è l'essenza stessa del film, trovandosi in esso - e solo in esso - i segni. Segni che, dunque, necessitano del nero come sostrato - e, contemporaneamente, nero che necessita dei segni per definirsi in quanto tale, e cioè come nero. Così, abbiamo da una parte tutto una semiotica che non fa sistema, rimanendo in esso i segni totalmente irrelati, e dall'altra un nero omogeneo, nero-nero, che però non può confondersi con un niente e non lo può nella misura in cui, appunto, si trova ad essere rispetto ai segni. La relazione è così posta: da una parte i segni, dall'altra il nero. Che è sempre, anche quando la luce è più abbagliante. E non è, questa, l'essenza stessa, almeno superficialmente, dell'immagine cinematografica? Una cascata di fotogrammi, e del nero tra l'uno e l'altro: nero che non c'è e nel suo proprio non essere è in quanto fa essere i fotogrammi come parti di un'immagine che è più della totalità delle sue componenti. L'impossibilità come possibilità del possibile, quindi: o, in altri termini, l'irruzione del totalmente altro nell'accadere dell'accadimento. Il segno si manifesta, ma manifestandosi fa irrompere quel nero che è la negazione stessa del segno, il quale, in questo senso, non può che accadere facendo evenire ciò che lo nega. La frammentazione, la precarietà dei segni è dunque risolta: essi non possono durare, bruciano istantaneamente, ed è precisamente in quell'interstizio tra l'apparire e lo scomparire, in quel dis-apparire che Lévinas avrebbe detto: l'«altrimenti che essere», in questo anfratto di visibile invisibilità insomma che qualcosa eviene - cosa? il cinema. Ma il cinema non è la meccanica riproduzione della realtà, del presente reificato dalla videocamera; il cinema riguarda l'accadimento solo nella misura in cui si fa evento rispetto a esso. L'evento - e questo è molto chiaro in  - non è il nero né il segno, ma la loro relazione, ciò che fa del primo la possibilità del secondo, che, in quanto possibile, vede nel nero l'impossibilità assoluta. La dimensione del possibile, legata a un'alterità che la nega, è per questo così precaria, improbabile, incerta, aleatoria: al di là della necessità, nozione che viene del tutto a cadere nell'opera (ma non solo in questa) di Mazzola, si spalanca un vuoto incolmabile - e questo vuoto è il cinema stesso. Si capisce bene, ora, perché tale importanza Mazzola voglia assegnare al segno, quasi che quel □ davvero non fosse altro che la precognizione di tutti gli altri segni, non titolo, ma segno tra i segni, i quali vengono come inglobati non tanto da esso quanto dalla sua produzione, dal suo flebile accadere; il segno, infatti, è rigorosamente tale quando, facendo a meno di una produzione soggettiva, viene prodotto quale possibilità comunque rinnovabile e rinnovata: questo segno, su questo supporto materiale (il nero), può essere reiterato, rivisto, ri-letto. La significazione è ulteriore, il rapporto tra significante e significato non lo riguarda ma riguarda colui che non può fare a meno di volerlo produrre soggettivamente, interpretandolo; eppure, il segno - quella finestra, questa luce abbagliante - non significa nulla, non può ridursi a significato ma ogni significato può essere ridotto a esso: il segno è, anzi, la possibilità - possibilità che qualcosa possa prodursi, qualcosa come un significato - ma tale possibilità non può che implicare un'impossibilità che è il suo stesso trascendentale, la sua propria condizione di possibilità, che sul segno agisce attraverso un meccanismo di appropriazione espropriante. , allora, è un'opera semiotica solo nel momento in cui questa semiotica rimanda a qualcosa di non localizzabile, a un tempo, comunque a essa coestensivo, che non può ridursi al suo tempo: il tempo dell'origine, dell'impossibilità che è nel momento in cui è possibilità del possibile, di quel segno, quella traccia che nessuno ha lasciato, che nulla ha tracciato o, il che è lo stesso, che è impossibile siano state tracciate, perché sin dall'origine c'è solo assenza d'origine, cioè spargimento di segni, di possibilità.

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