Terra bruciata #2: [SENZA TITOLO, pt. 1]



Perdere così il fondamento, come si perde ora nel cerchio vuoto e nero. Chi ha perduto il centro e naviga su una mappa invisibile di approdo in approdo, porti che vacillano di botta in botta l'eroina sarà il prossimo approdo, è proprio qui che si insinua la droga, che si insinuano le peggiori voglie di annegamento appesi alle corde.
Qui, in questo appiattimento di ogni luogo, ripiegamento abissale del respiro vitale, sta il cinema vivente. Le ramificazioni del nulla non fanno altro che avvolgerci. Si può davvero solo vivere in quell'attimo. L'unica cosa che ci fa informare e lasciare che le voci che trapano ogni organo se ne vadano come sono venute con un calcio in culo. Per anni, la notte, il viso è stato trapassato, disformante, dai flussi di luce pixelata, erano ordini, i reticoli li avvolgevano, ma essi erano comunque flussi di luce, erano comunque vita, avevano dentro comunque le bolle tremolanti della vita. Prima di essere le bolle tremolanti della vita, prima che io fossi la vita. Prima che lei fosse linee uscenti dalla informazione. Prima che io fossi la vita discreata di lei, e lei la mia antica paura di sopravvivere al cerchio nero. Prima dell’amicizia che si da come caduta continua nel burrone. Prima di defecare la letteratura c'era il cinema, l'origine della notte tramata dai filamenti di luce. Aderire alla spacciata possibilità, discontinua, sfonda le ossa fino a far tremare le gambe, distruttrici della terra.
Se la consolazione è che un giorno saremo ripagati, (per cosa poi?), se la speranza, eh già, è quella che un giorno, alla fine, si ricorderanno di noi, se questo è il pensiero di "noi", potete stare certi che io non sono in quel noi, e potete stare certi che il cinema non vi ha mai nemmeno sfiorato, non ha mai stuprato il vostro corpo come è in grado di fare.
Non si è capito che non c'è nulla da rimandare a un domani, perché è già adesso che non si può più vedere un film.
Tutti i tramonti, i culi, la facce, i sorrisi, le nuvole, gli abbracci che fotografate, riprendete, non fotografate o non riprendete sono il sangue che scorre nella vita delle serie numeriche che entrano nella scintilla e la offuscano, la soffocano, soffocano le lacrime incavate nelle granulazioni invisibili che danno forma al cuore. Il centro sgozzato e schizzato fuori della vita.
Insomma c'è qualcosa che promana dalle coppie, dai baci, dalle mani che vagano sui corpi, dai bacetti, e anche solo dalla più pura presa delle dita. Dalle pubblicità, dalle foto di Instagram, dai ragazzi sui muretti escono coltelli che tagliano gli occhi schizzando lo spirito sulla plastica, erettrice del mondo, e infilano sentimenti. Le facce ostacolano le visioni. L'unico modo per sentire la vita è l'immagine. Vederla di notte bucare con le unghie l'impossibile, la schiena è tagliata dalle voci informi, la sua nuca è ciò che gli rimane.
Uccidere se stessi, affiliati alle comuni, pensieri diretti della prima stratura 
il pugnale piange il nuovo involucro da scardinare
Bugie per far parte degli amici
Io sono questo, bugie,
Io uccido questo
Le parti putride di ciò che pensiamo sia bello.
Sono lo schifo, navigo nella melma, rinasco da me stesso,
genere della merda nomadica.

Le entrate dei treni, le autostrade che sfasciano la vista, i corridoi, le aule, prospettive spaziali che siamo in grado di vedere e vivere. Per trarsi fuori da queste eterne asfissie é necessario uno sforzo e una crudeltà su se stessi che credo valga la pena di affrontare. Non dico che tutti siano in grado di farlo, ma credo che ne valga la pena. Gli effluvianti pallini sgranati si riunificano, riempiono la cecità originante, uno stormo che  sorregge la vita ordinaria da ogni schizzo.
Sognare le immagini sventrate dall'ultimo fuoco che ci trapassa.
Scardinate le sicurezze di ogni umano, io dico non libertà. Io dico insonnia, morte, il precipizio galleggia su se stesso, una macchia nera ci inghiottirà, per noi, sparsi, inoperosi, presenti.
miliardi di graffi aerei di distanza,
l'aura nera, il grumo infuocato oscuro
copre la vita, copre i graffi
lui ha il respiro spezzato
ti vedo camminare prima ora dopo,
le spirali di graffi trasfondano le vie dritte del tempo,
concrescenza del tuo graffio,
lui è il mistero, la malattia mentale, il delirio delle mani che affondano nel cranio
lei è la sfibrata grigia
il suo futuro è in me, il suo passato e quello dell'essere è dentro di me, il presente è fuoco dello spazio-tempo in rivolta
lei non c'è, i seni sono la schiena di lui, le mani sono le braccia di lui,
la schiena, di lei, è lo spirito e il sangue di lui
lui vede gli impiccati di pixel

Sdoppiamenti e triplicazioni del dolore in una particella che sfiora le onde del tempo.
Non c'è nulla da salvare prima che la catastrofe cada e distrugga tutto, ciò che si è pensato, scritto, visto, girato, si è già dissipato, è già vita e non c'è alcun bisogno che si mantenga reale.
La forza del silenzio mentre i cani vociano nella nostra testa e urlano nomi, quella forza sarà l'unica a far sorgere le parole dell'essere.
Non realizzare più nulla, passare come involucri morenti, rinascere senza realizzare la dissipazione.
La rottura dell'immagine, il rifiuto insito nel vedere altro, ciò che non si può riprendere, filmare, e nemmeno scrivere.
Dei vettori invisibili nei quali la scrittura può inserirsi, instillarsi nella giuntura fra due immagini, instillarsi nelle forze invisibili, una scrittura delle forze, un cinema che non smetta di stare nell'invisibile anche nella più accanita visibilità di ciò che è nell'inquadratura. Una scrittura e un cinema che siano la caduta nel precipizio inarrestabile. Bisogna morirci, e non si può più fare altro per lacerare ciò che ormai ci costituisce.
Lo spettatore, il nessuno respiratore, attraversa le forze, ribalta il cosmo con una parola. Le casse toraciche si spostano verso il fondo del pozzo ad ogni fiato e cazzotto cranico. Lo spettatore deflagra l'occhio inserenito.
L'iper rappresentativo che si fa bordo, trans fluttuazioni di catene, un continuo stare fermo, squartati i segmenti figurali resta la figura svuotata del significato. Il suono si fa audio interrogatore nella lunghezza di Planck. Domanda del suo essere, il reticolo. Il suono è l'indizio addestrato a fotone, il black humour pynchoniano, il camionista di nizza che semina il panico. Ma il suono non si aggrega ad alcuna rappresentazione. Domanda vibrando su se stesso, un tappeto elastico della visione. Un oscillatore che morde ogni vertebra dell'informazione digitale.
Gli archivi possono essere vibrati, spiegatura esoterica della patina, promanazione alchemica dei modelli sperimentali. Allora il cazzeggio si fa scarica elettrica sulla valle dei ribelli. Il trash ci sputa il sangue nell';alieno che partoriremo.
Si fa difficile l'architettura linguistica. Il campo rappresentativo zoppica nelle nostre involazioni, sui campi del nulla, forze, non più psico-chimiche, uccidenti le forme, i rapporti, le parole, i sentimenti. Stupratrici originanti.
I vani delle immagini di daylight exhibitions dischiudono le coltellate che abbiamo inflitto alla memoria, in quei luoghi, in tempi che ricorrono ora, come ferite sanguinanti.
Insomma siamo soli a raccogliere i graffi che abitano l'acqua, gli inesistenti inermi eccessi di vita che triturano le forme. 
Bisogna uccidere per originare. Uccidere la cartografia. Richiamare lo strusciare dei filamenti colorati del corpo. Aperture delle dimensioni. Abbandono della memoria, perdizione nel possibile.
"Mi interessano le parole astratte."
Scrivere-oliazione- bordo oscillante.
Il linguaggio del visibile e dell'invisibile è l'unica vita. Attraversarlo fra le rughe. Cadere nei pozzi bianchi della paura.
Sarà mica il signor nessuno a fottere le vostre madri? Le cartografe dell'archivio.
Alla luce del sole vive la profondità dell'opera originaria. Dell'originario. La bomba si fa di fronte a voi. Sta per esplodere nel silenzio dello studio.
Il bosco-avervi conosciuto. Senza più riconoscervi, dentro, espansi nelle cavità.
Abbiamo condiviso un respiro nel silenzio che ci ha unito. Ora condividiamo l'abbraccio di chi non ha più forme.
Ci siamo persi nel trascurare il reale senza bruciare. Fuoco converge allargando i lembi della pelle, diverge l'invisibilità della scrittura, la caduta infinita dell'ombra di un corpo senza se stesso. Ci impicchiamo al tremante laccio della forma disgregata.
Ci sono mille pagliacci pronti a succhiare il cazzo del direttore, eppure c'è un solo coglione pronto a pugnalarlo. Ci sono mille rivoluzionari pronti ad appendere il direttore, ma solo un coglione è pronto a slegarlo, per il suicidio del cinema. L'infezione è diffusa nei respiri gioiosi con i quali abbraccerete chi vi ama. Siete già spenti nella cattedrale della vittoria. Al coglione il fallimento, poi la parola, che non può essere pronunciata e prolifera nella coltellata su se stessi. Comprensione dell'ordine e discernimento del nemico. Questo è stato fatto. E tanta tanta violenza su quelle carogne che chiamiamo: i nostri visi.
Che il sonoro si faccia l'alpe di una decrescita del tono dell'immagine, segmento del divenire, flussi di racconto e distruzione narrativa, il suono come movimento che apre la linearità delle autostrade filmiche e scardina i palazzi letterari. Immagine vorticata dal suono, le cuspidi di una montagna che si fluidifica. I mari scoperchiati, disfatti di loro stessi, il suono; mani che prendono la gola dell'immagine per compiere l'assassinio del culto etichettante. Nel continuo riflusso di suono ed immagine, cadiamo negli anfratti di questi punti senza contorni e senza aggregazione. Possiamo germinare il prossimo occhio, suono e immagine, altro che lacrime! Possiamo castigare la vecchia evoluzione, concretizzazione della lacrima inculata da un fioco risuonare dei bacini industriali, dal ribollire dell'inquinamento del nulla. Il paradosso continuo e infinito di una strada che varca se stessa senza muoversi. Concrescenza spenta, flebile, divergente, disgelo della geometria fluida, suono e immagine, le strade vibranti che tramutano lo spazio in pixel. Il movimento d'aggregazione della rottura nella tela virtuale. Taglio secco e immobile, divampa il solco. Siamo noi.

E forse non è nemmeno più il tempo di instillarsi nelle forze invisibili, è il momento della sparizione.



— Alessandro Valeriani

1 commento:

  1. Pregevole e divertente. Complimenti,ma bando alla droga!. Fatti in quattro e vivi felice!

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