Spazio-tempo: prelude



Spazio-tempo: prelude (Italia, 2016,5'): continua a scivolare, nonostante la realtà rimanga in un certo senso compatta, continuando a rimandare la propria immagine o, meglio, continuando a dare la possibilità che un'informazione sia elaborabile ed elaborata, attestazione di ciò che si manifesta. Non possiamo fare davvero a meno della rappresentazione, ci è necessaria per mantenerci di fronte a noi stessi, anche quando guardiamo al di fuori di noi, pieni gli occhi di quegli oggetti dimostrabili e oggettuali, non interscambiabili, e lo stesso anche quando guardiamo al nostro intimo, mai liberi da quel qui e ora, da quello schiavismo oggettuale, interiorizzazione dell'oggetto, dell'amato, dell'amico (siamo come un armadio con tanti cassetti mi dissero una volta...), preda del possesso e dell'essere produttori. Schiavi dell'essere pienamente in sé, sempre presenti, anche durante l'inquadramento del lavoro, e con la capacità di andare avanti e indietro, indietro e avanti, col tempo e con lo spazio: quando si narra il passato si è già nella sua elaborazione presente, proiettati nel futuro, quando si è in un posto ci si allontana o ci si avvicina sempre da qualcosa, nell'immobilismo secondo il quale se sei qui per forza non sei lì, punti centrati e centrali in coscienza. Ecco allora che il cortometraggio di Roberto D'Alessandro, questo Spazio-tempo: prelude, accenna a qualcosa di difficile collocazione, quando appunto la realtà si muta nella propria informazione, cambia mostrandoci il proprio mutamento, scivolando continuamente e tuttavia dimostrandosi, ponendosi di fronte, ma nella sua trasformazione. Dire durante la sua trasformazione sarebbe limitativo, sono importanti i termini, quando appunto quel durante implicherebbe un corso del tempo, un suo scorrimento, l'essere lì mentre sta avvenendo la trasformazione. Nella sua trasformazione c'è l'enfasi del luogo che nel durante non c'è, implica che mentre guardiamo e vediamo il luogo, il luogo si sta facendo luogo nel tempo, attraverso il tempo, perché ci scorre attraverso, il tempo non asse che permette il posizionamento, dà la condizione affinché si collochi il punto, ma che nel suo attraversamento scombina i punti: ecco la trasformazione, la quale non fa avanzare ma disavanza il luogo, produce quel resto che è il mutamento che scorre mostrandosi. Se è vero che guardiamo sempre di fronte a noi, protetti dal nostro flusso di coscienza che in maniera elastica ci muove nel tempo e nello spazio, non dobbiamo per forza presupporre che sia uno stato dato, perché il suo darsi è materia mobile, processo costruito che notiamo più ferocemente quando siamo più deboli, quando il nostro corpo smette di essere silenzioso e ricerca un nuovo equilibrio, ecco che anche l'esterno ne richiede uno nuovo. Processo quindi che trova nella sensibilità al cambiamento la sua adattabilità, il vacillare della presenza a sé diventa momento in cui il guardare stesso si fa problematico, non più da me all'esterno e dall'esterno a me, possibilità di essere sempre guardati, bensì nella problematizzazione perenne. Introducendo il processo, D'Alessandro in qualche modo pone le basi per minare la stessa proiezione del cortometraggio in questione, quando esso stesso questiona gli spettatori. Il processo si fa problematizzante, ciò che scartabella la realtà in cui sempre si trova per proiettarsi: nella sua trasformazione, non durante essa: noi non guardiamo Spazio-tempo: prelude e nel mentre guardiamo il processo nel suo farsi, non siamo coloro che si pongo di fronte permettendogli di essere visto, ma partecipiamo della sua trasformazione, lo accogliamo e ne siamo affetti. Ecco che il luogo di proiezione non può non essere implicato o, meglio, può anche riguardare strettamente delle precise motivazioni di proiezione, tant'è che il cortometraggio è caricato su vimeo, e quindi ovviamente può essere presentato perché trasmette qualcosa o per qualsiasi altro motivo che contempla un pensiero che è stato svolto sul film, ma inevitabilmente ogni proiezione avviene nella (sua) trasformazione. Per esempio Spazio-tempo: prelude è stato proiettato alla Mostra del nuovo cinema di Pesaro, per primo, a cui si sono susseguiti altri due film, di cui uno palesemente estetizzante ma che, presumibilmente, rientrava per i curatori tra le "cartografie transitorie", così come è stata chiamata l'ora di proiezione. Che una cartografia si faccia transitoria è certamente azzeccato quando la cartografia, che impone il suo stampo di un paesaggio mutevole, si pone fin da subito incerta e di passaggio, disfandosi di sé, non ponendosi a sé presente. Il punto quindi non è l'accostamento con qualcosa che, al contrario di quello che ci sembri fare Spazio-tempo: prelude, persiste invece nella cartografia con l'estetizzazione. La questione ci pare più interessante qualora si ponga in primo piano cosa significhi per il luogo la manifestazione di ciò che tanto manifesto non è, non perché con questo cortometraggio D'Alessandro inserisca il film stesso in un processo che porta alla manifestazione, ma perché ci sembra che porti il disfacimento a colludere con la realtà cinematografica, in modo che la realtà dell'opera, il suo luogo, nel momento stesso in cui si mostra, si sottragga alla sua forma. Ecco allora che ci sembra fondamentale che tali visioni siano proiettate in un certo luogo: da una parte c'è la sezione Satellite della Mostra che vuole creare cartografie transitorie come Spazio-tempo: prelude, e dall'altra ci sono tutta una serie di film all'interno della stessa sezione che, cartografando, non fanno altro che mantenere le stesse pratiche di sguardo che si vogliono mettere in discussione, continuando a porre gli stessi stampi. Dove la forma lascia spazio a un lavorio dell'informe che non muta tanto l'oggetto di visione ma la visione stessa, si arriva poi alla rappresentazione di uno spazio esterno e uno interno, dove non c'è fusione di barriere, tra cui anche quelle sempre rimandate e mai presenti tra realtà e i suoi possibili. Con ciò il cortometraggio di D'Alessandro ci porta a pensare alla necessità di un'atletica che tenga conto della sua difficoltà a farsi nel luogo in cui si trova: come Spazio-tempo: prelude c'è un'inevitabilità che risulta sempre più prepotentemente ma non per questo è mai definitiva e il rischio è che una cartografia si faccia tale su se stessa, che non si lasci spazio ad altri scorrimenti quando si impedisce che questa visione si faccia luogo anch'essa, scombinando quindi la proiezione, ma chiudendola invece senza che il luogo si infici della sua trasformazione, facendosi in essa.


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