Silent edge



È qualcosa di davvero potente Silent edge (Italia, 2017, 6') e, senza pretendere di spiegare qualcosa, ancora una volta, ci accingiamo a mescolare delle parole riguardo a ciò che attraversa Silent edge - un attraversamento che probabilmente trapassa la nostra capacità di guardare: un altro mondo o, meglio, ciò che ancora non è, che non sarà mai, che non prolifera in nessun dove e quando, ma persiste in quell'immagine che non si vede, che non è tutte le immagini ma nemmeno l'immagine, e che si slabbra da ogni dove. Sì, nonostante il termine rozzo, l'immagine non fa che slabbrarsi, rompere quel margine che la costituisce, nel senso proprio del termine, confine che permette di essere quello che è e così di affermarsi come tale, di essere presente a sé. Enzo Cillo arriva a questo cortometraggio dopo e durante la sperimentazione sul nero, che non era un'impostazione, una guida da tracciare per arrivare a trovare qualcosa, anche se probabilmente un'assenza, a una notte che si affianca a questa, che diventa altra rispetto a quella che ci coglie nel sonno. Del resto si era visto anche con Ippocampo (Italia, 2016, 9') l'interesse a far scaldare - e non mostrare - il fuoco dell'immagine, da cui poteva comparire solamente, e dunque rappresentativamente, che il fumo, nient'altro che il fumo nell'immagine, mentre il fuoco dell'immagine divampava invisibile. Se dunque il buio ci coglie di solito impreparati, spaesati nel non riuscire a vedere, nel non averne le possibilità, non lo fa invece attraverso il cinema, quando i nostri occhi, abituati ormai al buio, non trovano altro ancora che buio, non in una sorta di abituazione, ma in un anti-apprendimento che non può essere caotico. In questo momento l'immagine ci rende partecipi, in una presenza che si avvicina a un'assenza senza significato, senza il vessillo dell'abbandono o della mancanza, alla propria mancanza, mancando a nostra volta: il corpo buttato all'aria e sentito nella propria carne non sa cosa sia ciò che ha davanti, eppure ne è in qualche modo coinvolto e partecipa in qualche modo del ritrovarsi senza confini. Ora si capisce meglio, forse, come Silent edge sia così una sorta di inviluppamento del nero sperimentato. Senza la possibilità di immergerci, perché manca un corpo che viene contenuto in un altro corpo, ma nella possibilità di sentire una morte, non la morte di qualcosa, ma una morte. Cosa muore? Domanda inutile, perché non c'è che una morte e ciò che muore sempre. E allora si tratta di qualcos'altro se mancano i parametri per tracciare un confine: tolto l'obiettivo fotografico, cosa rimane dell'immagine? o cosa a essa si aggiunge? Tolto l'obiettivo non c'è libertà delle forme ma dalle forme sì, ne è più vicino, e questo in qualche modo non parla generalmente del margine ma più esplicitamente di quello dello schermo, il quale, se prima appariva labile perché non si poteva vedere per l'espansione del nero che in qualche modo permetteva l'espansione stessa dello schermo, ora apre l'interrogazione a un deragliamento dimensionale. Non si può più dire l'esperienza, perché non c'è esperienza se ognuna di esse risulta insufficiente, perché troppo unidimensionale, troppo legata alla terra e alla sua legge. Dallo slabbrarsi di Silent edge non c'è una perdita di qualcosa o al contrario una maggiore apertura visiva, ma l'apertura silenziosa di qualcosa che non può arrivare a nessun fulcro e nemmeno all'assenza di dimensionalità del punto, ma essere tutte le dimensioni senza distese, senza appianamenti di sorta: se l'immagine si apre grazie alla mancanza del margine, non lo fa per essere irrimediabilmente caotica, non almeno qui, ma per poter continuare a invilupparsi perennemente. Non trova più il proprio punto, la propria immagine, non si ritrova, si scentra continuamente. Il silenzio appartiene così al bordo dell'immagine, o ciò che perviene in esso e quindi mai, in un momento inverificabile in cui il silenzio partecipa, a discapito del mormorio quotidiano, del margine, e quindi disfatto anch'esso, sullo stesso piano, non perché si incarna come mancanza di voce, incarnazione nell'immagine, ma nella morte anch'esso, affiancandosi così, tremendamente vicino alla vita. Non c'è un ritorno, ritorno a quello che si è perso, all'immagine così come si presenta infine, ma non c'è che circolo, e in questo senso non tutto torna o passa, ma si muove e nel movimento possiamo trovare ogni origine.


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