Spring songs



Spring songs (USA, 2017, 12') è composto in realtà da quattro cortometraggi, da considerare nel loro insieme, come totalità incantatrice che racchiude, nel suo piccolo, la forza primaverile o, meglio, dei suoi canti, i canti della primavera, come colei che quindi canta nel suo rifiorire attraverso la natura. Oltrepassando o attraversando la fauna, la primavera si mostra nel suo farsi e nel suo avanzare senza mai darsi del tutto, ma rivelandosi sempre rappresentativamente, come ciò che non può fare a meno di mostrarsi. Se lo sbocciare dei fiori fa primavera, significativamente a ciò si affianca senza affacciarsi anche ciò che a questo sbocciare si nasconde, racchiuso nel cinema di Robert Todd per poi aprirsi a uno sguardo che fa fatica a dirsi presente, ad affermare «io ho visto questo» . Composto da Flash frames, Spring roll, Rise, shine e Soft focus, questo cortometraggio si scompone attraverso i propri rapporti: che il composto sia la forma è perciò tutto da ripensare, nel senso che, allo sciogliersi del tempo, non corrisponde lo scorrere di questi piccoli canti della primavera, come se con l'andare avanti del minutaggio, il tempo si diramasse prendendo uno spazio altro, che non si fa sull'asse, ma sfiora gli assi, buttando la propria ombra. Siamo le tenebre di questo spazializzarsi del tempo, dove qui la luce non è la vita che sorge, la primavera che sboccia, ma l'ultimità della terra, ciò che solo velatamente può essere, ma senza l'essere, solo nella possibilità. Spring songs non è un inno alla primavera, una poesia ad essa dedicata, un tentativo di coglierla nel suo fiorire, l'estrema sintesi del poeta che vagando crea la vita dal nulla, nero su bianco, o luce su pellicola. Ma cos'è, noi lo possiamo solo intendere pacatamente, col piede da una parte e uno che dondola, nel tentativo non di valicare il confine, ma di almeno cercare di poggiare su una piega che fa il confine stesso. E se il confine non significa nulla, in fondo, allora noi siamo effettivamente per metà poggiati sul nulla, ché a esserlo completamente nessuno ci tiene, che altrimenti diverrebbe solo un altro scopo ultimo, creando lo scopo dal nulla, il rotolare incessante per sempre ritornare in cima. Flash framesSpring rollRise, shine e Soft focus: non a caso questi canti si danno come molteplicità, quasi che il loro accostarsi non sia un incontro seriale o sicuro, un susseguirsi armonioso o conflittuale, ma nemmeno una specie di concatenamento: se vogliamo prendere la superficialità del cortometraggio non nel suo irradiarsi - luce che rimanda a una natura che avanza nella particolarità della stagione, oggetto di visione e visione dell'oggetto - ma nel suo originarsi nel cinema, non vi ritroviamo francesismi che hanno in nuce il ripresenziarsi costante e immortale della presenza che, anche se fosse in assenza, si rimetterebbe al buio nel presente. Se un rapporto è possibile tra Flash framesSpring rollRise, shine e Soft focus, lo è nella misura in cui c'è un attraversamento che non si può formare e nemmeno intuire, nel senso che si direziona verso, concorde al soggetto che lo coglie. Nell'impossibilità della forma e dell'intuizione quindi, la possibilità che l'immagine sia differentemente si fa più accesa, anche perché non facendosi contraria, non racchiude nemmeno la possibilità estrema di una sintesi tra rappresentazione e il contrario, l'irrappresentabilità (e già si forma nel suo dirlo, anche se fantasiosamente) della stessa. Se vogliamo, non c'è nulla da dire, perché il fuori non esiste e dunque non si parla, ma tuttavia sussiste in Spring songs la possibilità stessa delle tenebre dell'immagine, quell'oscuramento terrestre impossibile se non ci fosse la luce.  È allora uno stare nello scarto, quando non si può fare altro perché non possiamo presenziare all'altro dalla realtà se non tornando nella stessa. La luce allora non la vediamo mai. Guardare qualcosa dopo un bagliore è cosa impossibile, e il bagliore stesso è l'inguardabile per eccellenza, ma rimane quella specie di macchia subito dopo accecamento che scompare subito dopo, e che eppure rimane: non certo come macchia, ma come ciò che ha attraversato lo spazio, scomponendoci. La dimentichiamo presto, non la possiamo narrare che è già altro, e tuttavia a volte ritorna, non come possibilità di esperire raramente ciò che non ha da dire il nulla, ma perché capita ad alcuni rapporti di essere rari, di poter essere così vicini ai canti della primavera di Todd da pensare di poterli almeno ascoltare, nella propria stanza, insieme ad altri, come Flash framesSpring rollRise, shine e Soft focus.


Nessun commento:

Posta un commento