La serenità e la serie. Una proposta di critica ontologica in vista della 53° Mostra internazionale del nuovo cinema di Pesaro




«L'amore si prende come una malattia e la saggezza si apprende...
Sì! ed io vi ho troppo amata per avere una voglia autentica di battervi
come avete tante volte meritato. E la violenza sistema tante cose!»
(Joë Bousquet, Tradotto dal silenzio)

Mauro Santini è un regista che non ci ha creduto abbastanza. Come altro metterla senza turbare la sua sensibilità? Mauro Santini è un regista, che non ci ha creduto abbastanza. Ecco, già meglio. Ma siamo poi certi che non stiamo andando sul personale? o tornandoci, visto e considerato che la nostra lettera al regista, che non ci ha creduto abbastanza, pesarese (link) è stata oltremodo fraintesa, e il regista, che non ci ha creduto abbastanza, si è sentito attaccato sul personale. Cosa curiosa, visto che, anche a rileggerla cogli occhi di un chierichetto, non riusciamo proprio a trovare i punti in cui affrontavamo direttamente la sua persona. Parliamo di arrivismo, ad esempio, ma ciò in relazione al suo cinema: il suo cinema è arrivista - diciamo - nella misura in cui vediamo i suoi lungometraggi e, facendo il lavoro che è nostro proprio, cioè quello dei critici cinematografici, che, un certo grado d'ermeneutica, lo richiede, lo decifriamo e lo interpretiamo in un determinato modo, il quale non è certo la definizione assoluta del cinema del regista, che non ci ha creduto abbastanza, pesarese, ma è, piuttosto, la nostra definizione (o, se volete, il parere di due critici cinematografici. Che possono essere parziali, o addirittura erronei, sebbene noialtri raramente si sbagli, e come tali devono essere compresi. Ad esempio, è nostro parere che Romano abbia terribilmente fallito nel copiare Tarr perché, da una parte, Tarr era già démodé quando Romano lo copiava e, dall'altra, perché non se ne sentiva il bisogno, di un emule povero di Tarr; così, noi pensiamo che il prossimo film di Romano sarà un'altra scopiazzatura di Tarr o, addirittura, di Todd, Clipson o di chi altri noi abbiamo scoperto e reso di moda (uno o due anni fa): capite bene che, se le cose stessero così, i nostri riguardi nei confronti di Satellite sarebbero per diversi da quelli che ora ancora ci portano ad interessarci a esso, ma soprattutto capite che questi che esponiamo sono pareri nostri e di critici cinematografici, non di psicologi - e come tali devono essere compresi). In maniera più piana, nelle intenzioni di Santini, sarebbe come dire che, se io ad una certa dico che il cinema di Rossellini mi fa schifo, sto in realtà dicendo che Rossellini non è un buon padre di famiglia. Buona tesi, questa. Insostenibile, ma che siamo del parere dica molto sul fulcro, tragico e disperato, di quella lettera, che era in realtà il seguente: (pedissequamente) «Capisci che il cazzo di mondo, porcoddio, ci crolla addosso nel momento in cui, pur non avendo più niente da dirsi, nemmeno il cinema riesce a farci comunicare?». E con ciò intendiamo: il cinema non è riducibile ad un soggetto, il cinema apre a una dimensione ulteriore rispetto a quella della soggettività incarnata e realizzata. Il cinema ha a che fare col possibile più che col reale, più colla morte che colla vita... altrimenti, a che Nightfall (USA, 2013, 98')? Benning non è un coglione che gira Nightfall per dirti che lì c'è un bosco, e io non sono così rincoglionito da guardarmi un film anziché andare nel bosco se l'esperienza che fruissi attraverso l'uno e l'altro fosse coestensiva. Non sono sottigliezze, queste; e, se non le si comprende, è inevitabile fraintendersi, oltre che fraintendere totalmente il cinema. Cosa che hai fatto, Santini. E forse non potevi non fare. Ma, a noi, che ce ne frega? Ce ne frega perché l'altro giorno chiediamo un'intervista collettiva a quelli di Satellite, di cui qui riproponiamo il testo integrale: «Gentili di Satellite, ci spiace disturbarvi, ma avremmo il piacere di scambiare quattro chiacchiere con voi, motivo per cui vi contattiamo: quest'anno, saremo a Pesaro - come semplici spettatori, s'intende; tuttavia, abbiamo anche un blog (non sappiamo se lo conosciate, in caso v'alleghiamo il link: http://emergeredelpossibile.blogspot.it), sul quale, comunque, stiamo svolgendo un certo lavoro di ricerca, ed è per l'appunto questa ricerca che ci porta a contattarvi: ci teniamo molto, nel corso della Mostra, a parlare con voi, e a questo proposito vorremmo chiedervi se vi fosse possibile incontrarci per un'intervista. Naturalmente, non vi chiediamo una video-intervista, robe da YouTube o cose simili: semplicemente una chiacchierata che sarà poi pubblicata nel blog, così come faremo con Rey etc. Ovviamente, prima di postarla e qualora voi foste d'accordo, ve la inoltreremo e si deciderà assieme sul montaggio della stessa (che sarà comunque certificato da una registrazione audio). Com'è naturale che sia, la cosa è fattibile nel momento in cui tutte e quattro le persone che collaborano a Satellite saranno presenti - nessuna esclusa. In attesa di un vostro responso e ringraziandovi della vostra attenzione, cordiali saluti - FF». Passano un paio di giorni, e ieri riceviamo la risposta. Eccola: «Gentili Francesca e Francesco, siamo spiacenti ma il gruppo di selezione di Satellite è costretto a declinare il vostro invito a fare un'intervista collettiva poiche' riteniamo che non ci siano le condizioni e la necessaria serenità. cordiali saluti, Satellite». Ora, noi non abbiamo idea di cosa sia questa necessaria serenità né del motivo per cui manchi, sebbene possiamo supporlo, ma soprattutto non abbiamo capito una cosa, e cioè che cazzo c'entri il fatto che, se manca la serenità, allora non si possa discutere. È un'intervista, ed è dallo scontro, dall'incontro con l'altro, intenso come incarnazione di un'alterità radicale, che è possibile quella κάθαρσις - intesa nella maniera rigorosa di Aristotele, cioè incontro inaspettato coll'estraneità - da cui s'origina, inevitabilmente, qualcosa di nuovo; in caso contrario, sono pompini, marchette, auto-elogi di cui, onestamente, non sentiamo il bisogno. Avete idea di che palle fosse stata l'intervista a Canali se non ci fossero state due alterità in ballo? e lì vi assicuriamo che la serenità mancava del tutto, fino a un minuto prima dell'intervista, quando Canali mi ha detto che non aveva più niente da dire (a me, suo grande fan: un tuffo al cuore e la serenità sotto i piedi). Insomma, do del ciellino al regista, che non ci ha creduto abbastanza, pesarese e manca la serenità necessaria per un'intervista con e su Satellite. Due punti, a questo riguardo. Primo, è inevitabile che questo atteggiamento sia eminentemente ciellino. Secondo, e più importante: quanto cazzo di personalismo c'è? Seriamente, non se ne esce. Satellite viene ridotto alla persona di Santini. Allora, siediti e mangia le tue verdure, ché ti spieghiamo una cosa: al di là del fatto che non siamo andati sul personale, se anche ci fossimo andati, non ha senso che Satellite non abbia la serenità necessaria per parlare di sé. A meno che, ovvio, Satellite non si riduca alla tua persona. (Il che, però, ammetterai faccia problema.) Alla tua o a quella del tecnico del suono di Armocida, eh. Il punto allora è questo: che cos'è Satellite, se non un insieme di persone? o, il che è lo stesso, a che Satellite, se il cinema è comunque veicolato da realtà personali e personalistiche che fungono da trascendentali dell'esperienza stessa delle opere filmiche ivi presentate? Capite bene che, nonostante si sia noi gli unici ad avere particolarmente a cuore e ad aver discusso diffusamente della vostra realtà, qualcosa ci puzzi, e se non si riesce, cazzo, a sedersi a un tavolo per parlare di cinema, allora è evidente che le cose assumano dei contorni piuttosto inquietanti. Inquietanti perché questo sarebbe esattamente l'atteggiamento d'Armocida. Che col cinema, come abbiamo più volte detto, c'entra più o meno zero. E voi sareste l'alternativa? Se voi siete l'alternativa cinematografica ai personalismi cinematografici di Armocida e Torri, Marra è il king del rap. Se volete, comunque, la prendiamo anche da un altro punto di vista: teniamo per buono che noi siamo andati sul personale con Santini, questo cosa c'entra con Satellite? e, soprattutto, se fossimo davvero andati sul personale con Santini, cosa c'entra la persona-Santini con il cinema? Vedete, siamo sempre lì: alla riduzione del cinema o di Satellite alla persona concreta. A noi questo sembra un buon punto su cui riflettere, no? Senza dubbio, noi siamo meno rozzi di voi che siete studiati, eppure non ci sembra che il riferimento al necrologio nel testo di Torri/Fiorini nel catalogo della Mostra, stando al vostro modo d'intendere le cose, sia diverso: se noi siamo andati sul personale, a vostro dire, e non sul cinematografico, allora anche quel riferimento è personale e non cinematografico. E Marra è il king del rap. Noi non crediamo che sia così, onestamente. O, meglio, vorremmo sperarlo - ma, a 'sto punto, cos'è peggio? Credere che la serenità non ci sia perché siamo andati sul personale con Santini o immaginare che la serenità non ci sarebbe stata perché un'intervista con noi sarebbe stata vista immediatamente come un contrasto con Armocida? Per rispondere a questa domanda è inevitabile, però, risponderne a un'altra, prima, e cioè: Satellite, all'interno della Mostra di Armocida-Torri, ha la serenità necessaria per esserci? e, se sì, quale sarebbe, allora, la novità di Satellite, nonché la sua necessità? Si capirebbe, certo, la riterritorializzazione di Satellite, quest'anno, attraverso del film in concorso dei due che l'anno scorso avete presentato. Vedete, queste sono per noi domande fondamentali, che non possiamo non porre e che avremmo voluto porvi. Fino a un certo punto. E veniamo al nocciolo della questione. Tutto quello che abbiamo sinora scritto si basa sul seguente motivo: non ha nessun significato o, meglio, esso non può essere compreso se non all'interno di un paradigma che non sia proprio, esclusivo di Santini o di Satellite ma li travalichi. Manca di forza, altrimenti. Questo è un testo che avremmo volentieri scritto l'anno scorso, ma quest'anno siamo di un altro parere - e non ci pare che una critica cinematografica possa svolgersi in questa maniera. Perché? Perché di fatto si isolano le cose, e si rischia davvero di scadere, se non nel personalismo, quantomeno in una monadologia che, come tale, non può comprendere ciò che critica in maniera piena. No, non si può, ad un festival o a una Mostra, recensire ogni film presentato e credere d'aver restituito la realtà della Mostra. Allo stesso modo, non si può parlare di una sezione come se fosse qualcosa a sé. Di qui la nostra proposta, critica, che attueremo nel corso di questa mostra: procedere per serie. L'intento è quello di comprendere la Mostra come un'unica e sola superficie. E, come tale, non può che essere compresa. La Mostra è una superficie sulla quale accadono degli eventi. L'evento-Satellite, l'evento-Critofilm, l'evento-Micciché, l'evento-Rey. Tali eventi, accadendo sul medesimo piano, non possono che darsi in maniera seriale. Proprio della serie è procedere da una parte e dall'altra, senza escludere i contrari ma anzi mantenendoli all'interno di sé e come tali. In questo senso, quello che vogliamo fare non è tanto descrivere Satellite o il Concorso, bensì trovare i concatenamenti. Mettere assieme Satellite e i Critofilm, Rey e il Concorso: serializzarli. Non è un semplice paragone, il paragone ammette le differenze, ma a partire da due differenti e distinte individualità. L'alterità, nella serie, è costitutiva non di due individualità distinte ma della serie come unicuum fluido. Sono differenze intensive, non estensive. L'ipotesi di partenza, o il presupposto, è il seguente: la Mostra permette la serie. Ciò non significa che non ci sia un vero contrasto tra una sezione e l'altra, ma che tale contrasto sia in un certo qual modo costitutivo della Mostra stessa. È, se volete, una semplice gestione del rischio: attuare un contrasto per gestirlo. L'istituzione è precisamente ciò che fa questo. E non si esce dall'istituzione. Così come nulla accade al di fuori della Mostra. Rey, Satellite, il Concorso e via dicendo sono tutti eventi della Mostra. Le divergenze o i contrasti tra l'uno e l'altro sono precisamente ciò che li connatura come eventi della Mostra, essenziando così la Mostra in quanto tale - non grande Leviatano hobbesiano o Mostro freddo nicciano bensì istituzione che funziona gestendo il rischio, introiettando quante più differenze possibili per mantenerle come tali, ovvero eterogeneità che trovano nella differenza tra l'una e l'altra la loro comune unione, il loro stesso grado d'essere, che altro non è se non l'esserci stesso della Mostra, il loro inerirle essenziatamente ed essenzialmente. 

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