Fuori serie, l'amicizia


È finita, e come ogni fine anche questa pretende il suo rendiconto - ma a che arrivare alla fine, senza essere sfiniti? così sfiniti da non riuscire più nemmeno a farsi i conti in tasca. Continuare a finire, forse non si è mai trattato altro che di questo - e con questo, esperire uno sfinimento che è l'esperienza stessa del bordo, del limite, che non si differisce senza differirsi con esso. Un tramonto come quello di Zarathustra. Allora, la fine non è un punto ma un processo: «è finita» significa in primo luogo «non la smette di finire»; lo sfinimento non è una scelta né una condizione o una tonalità emotiva, «non si smette di sfinirsi», ovvero «non si smette di essere alla fine», di essere sul punto della fine ed, abitando quel punto, differirlo continuamente, processandolo senza ultimarlo o de-finirsi in/con esso. «Cedere alle onde del destino, ora in piena, mentre il sole in cielo inciampa su se stesso; hai scritto sul mio corpo che non è la fine.» Ci sono persone che non hanno il coraggio di finire, che non riescono a sopportare lo sfinimento, e così rimangono sulla battigia, inamovibili. Noi invece non facciamo altro che finire, è l'unico modo. Deterritorializzare tutto, in primo luogo se stessi: portare lo sfinimento allo sfinimento. E così è finita, ma in realtà non ha mai smesso di finire. Certo, che è una fine senza qualcuno con cui condividerla? Non si può essere da soli, la fine sfinisce e se non si condivide con un'amicizia, per quanto inconfessabile, allora il rischio è di perdersi totalmente, al punto tale da sfinirsi senza al di qua della fine, dove nessuno si sfinisce, sulla battigia. Questa è la peggiore sconfitta. Finire - come dire - tra l'inizio e la fine, sfinirsi per la tranquillità e l'immobilità: come lo strazio di una domenica pomeriggio, che ti rende apatico. Lo sfinimento allora è lo strazio, una pienezza che non si riesce a gestire. Incomunicabilità che non è silenzio ma chiacchiericcio querlo, come quello che ci attorno a noi si assiepava sopra le nostre teste nel corso della Mostra e che non si trattava di sopportare ma di fomentare. Ecco la deterritorializzazione. Una persona mi aveva scritto che sperava che il nostro lavoro su Pesaro non rimanesse nel blog, ma in effetti non è mai stato solo sul blog: è stato nei caffè, nei dietro le quinte, nelle riunioni... siamo riusciti a deterritorializzare presidenti e direttori, curatori e registi. Questo è il gesto. Non scompigliare ma scompaginare. Portare i registi fuori dalla sala cinematografica, che non gli appartiene, ma senza spingerli, bensì portarli ad agire secondo la loro volontà all'infuori degli spazi che credono implicitamente propri: dalla sala spingerli in commissariato, o altrove. Non un'occupazione, dunque; piuttosto, luoghi che si liberano, che diventano vuoti, le cui striature vengono lisciate. Ed è nel momento in cui ciò accade che c'è la possibilità di pensare altre pratiche, altri gesti ancora. Del resto, allorché si parla più di noi che dei film, è inevitabile che le cose sembrano sfuggire di mano, che se ne stia perdendo il controllo. Perché non si è mai trattato che di questo. Non sbaragliare quel controllo, bensì perderlo: non ammutinarsi al capitano ma portarlo a perdere la bussola - e ciò nel tempo in cui rimane il capitano della nave. Altrimenti, che si ha? Un vuoto, piuttosto che una schizofrenizzazione delle funzioni. Non tagliare la testa al re ma mostrare che il re è nudo. Di qui, l'ira di Armocida o, il che è lo stesso, l'insensatezza della performance di Rey. Perché siamo stanchi di film in cui la polizia è cattiva o la nera lavora mentre la bellezza è propria delle donne di plastica, dei manichini. Che la polizia sia violenta o cattiva - ma chi prendiamo in giro? La polizia mantiene l'ordine, e il potere non è altro ciò che lo gestisce. Ed è in questo ordine che bisogna muoversi, perché è nell'ordine che è possibile trovare la tranquillità necessaria d'inventare nuove pratiche di vita. Nel disordine, in una manifestazione non accade nulla che non sia l'alterità radicale e brada, che non serva a nulla. Un'eccezione, che non è possibile mantenere e che non può né deve essere mantenuta. È necessario invece l'ordine, il limite: perché è dentro il limite, è nell'ordine che è possibile la novità, nella serie della ripetizione la differenza. Altrimenti è differenza in sé, differenza della differenza, la più bieca e insensata forma di ripetizione, perché mistificata. Non contro la legge ma dentro i suoi limiti: accettarli e averli ben chiari per creare delle pratiche che la legge permette ma non prevede. E così divenire, deterritorializzarsi: non un deserto che sia fuori dalle mura della città, ma il deserto nella città. Giusto, Vaia? Una corsa - ma sul posto. Certo, bisogna tutelarsi. Ma nella maniera più pallida possibile, sì che persino la tutela non sia altro che un modo di resistere, non una difesa dalla propria propria resistenza. Se così fosse, se ci si tutelasse dalla propria resistenza, si avrebbe perso. Non si avrebbe compreso il senso segreto dell'anarchia: che non è un pratica politica nel senso della pubblica piazza ma una cura di sé, e proprio per questo è essenzialmente politica, perché sposta il baricentro della politica. Non c'è essere meno politico di un black bloc o di un manifestante qualsiasi: o, anche, non c'è essere più politico di colui che si cura di sé, del proprio amore per le cose, del silenzio che mantiene l'amicizia. Il nostro gesto non è stato altro, e Pesaro ne è stato il banco di prova. Non si tratta di cambiare la Mostra, ma di cambiare prima di tutto se stessi. Ed è possibile, davvero. Così com'è insensato credere che la Mostra possa essere cambiata. Lo spazio rimane quello. Guardate Satellite, oppure le lezioni di storia di Rossin. Nell'un caso come nell'altro, ciò che è prima di tutto destituito è la cura di sé, nel senso di autogestione o di studio. Manca il tempo per lo studio, ed è questo che prima di tutto ci viene tolto in quanto prima e fondamentale forma della cura di sé. Qui come all'università. Chi studia all'università? L'università toglie tempo allo studio: tutto si riduce a una preparazione agli esami che non può e non deve essere confusa collo studio. E nel momento in cui studi, ecco allora che qualcosa si scompagina. E non può essere accettata. Così, smarriti, si tenta di recuperare la bussola, ma quella bussola non può essere recuperata se non modificandosi, riterritorializzando quelle pratiche. La tutela passa dunque da qui: non tutelarsi per l'ordinamento vigente ma per quello a venire. Basta poco, a volte: anche un registratore. Perché, seriamente, quanto stupidi ci credete? Purtroppo, la nostra postura è fin troppo istituzionalizzata, e l'università non ci ha insegnato altro che questo: citare sempre la fonte. Cosa che facciamo e non abbiamo smesso di fare anche qui, registrando tutto. Altrimenti, è un gioco da poco. Che si esaurisce in sé. Invece, ciò che è necessario fare è muoversi in modo duplice e seriale, da una parte e dall'altra. Fingere di aver esaurito le cartucce, di non aver più colpi in canna, di essere pronti al contrattacco e soprattutto di indurlo, questo contrattacco. Perché è allora, quando il contrattacco parte, che si gioca la partita più importante, e se si sono preparate bene le proprie mosse, se non si è mai persa la lucidità, ecco allora che quello stesso contrattacco, col quale si crede di poter definitivamente sbaragliarci, alla fine risulterà in un contrattacco prima di tutto rivolto a sé - che dissolverà definitivamente chi muove al contrattacco e non coloro contro i quali è stato mosso. «No hay banda! È tutto registrato.» Ma la registrazione non deve intendersi come circuito della ripetizione. La fonte non deve essere un'attestazione di ciò che è; essa deve essere fatta proliferare, valere diversamente. Non attaccarsi alle fonte ma avere la forza di crearle. Solo in questo senso una fonte può valere qualcosa. Non dire che il re è nudo ma portare il re a dire di essere nudo; non occupare la sala ma portare i registi fuori dalla sala di loro spontanea volontà. Viceversa, che senso ha? Sono solo pareri, opinioni, scritti di un blog facilmente smontabili, ad esempio marginalizzando coloro che li scrivono. Noi abbiamo agito diversamente. Per una volta, abbiamo accettato l'istituzione e le sue regole. Non un altro NOFEST ma una partecipazione anonima a un festival. È ciò che ci distingue da Torri: non una lotta per la libertà, come la sua o quella di Rossin, bensì il concepire la libertà stessa come gabbia, perché è proprio nel momento in cui sei libero che devi riferire tale libertà a chi, questa libertà, te la garantisce. E non sei certo tu. Sei libero di fumare, ma «il fumo nuoce gravemente a te e a chi ti sta intorno». Il punto non è avere la libertà di fumare, ma che questa libertà ti è data nel momento in cui, dando retta a chi te la dà, a chi ti vende le sigarette, agisci nel modo migliore possibile, secondo la tua salute o, il che è lo stesso, secondo la cura del governo, del medico, del burocrate. Io ho smesso di fumare e fumo: non buttare via le sigarette, decidere una volta per tutte di smettere di fumare e gettare il pacchetto, non comprarne più, bensì avere sempre a portata di mano una sigaretta, non dirsi, non decidersi aprioristicamente di non fumare ma ogni volta decidere di non fumarla. Rinnovare la scelta, ritrattare continuamente la propria posizione: non essere al di fuori del potere, senza una sigaretta, ma standogli di fronte decidere - continuamente, fare più scelte possibili. E che, questa non è un'altra maniera di essere soli? non stai forse dicendo che la tua pratica non può che essere tua e soltanto tua, e con ciò escludere qualsiasi comunicazione con l'altro? Giusta obiezione. Lecita, quantomeno. Ma non è proprio così. Ciò che si esclude non è la comunicazione con l'altro ma col simile. Comprendere la Mostra come campo trascendentale, come abbiamo tentato di fare, non ha altro significato che questo. Cos'è un campo trascendentale? Un campo trascendentale è ciò che non è istituito, ciò che sta in equilibrio metastabile. La forza della Mostra, come abbiamo tentato di mostrare, è di dare tutto in maniera ordinata: Satellite, Rey, Critofilm, Concorso e via dicendo convivono nella loro eterogeneità, e il loro fallimento sta nel fatto di non capire che è proprio differenziandosi l'uno dall'altro che sono - e sono nella misura in cui questa differenza è gestita dalla Mostra, che inanella una sezione sull'altra gestendole, imponendo loro delle modalità che non mettono in discussione. Mettono in discussione i film, le sezioni, ma non le modalità con cui le sezioni si danno. Passeggiano assieme, anche la sera; parlano tra loro, e bisogna far sì che parlino soltanto tra loro. Non dar loro giustificazioni, ma chiuderli nel cortocircuito delle giustificazioni che si danno da loro stessi. Chiedere gli statuti, atti pubblici, e spingerli a mentire, come hanno fatto: hanno dapprima detto di sì, che era possibile averli e che l'unico problema fosse il tempo, perché oberati di lavoro, e poi no, che era impossibile, perché gli scatoloni sono chiusi fino a che non verrà spostata la sede. Non contraddirli, ma fare in modo che si contraddicano da sé: perché il simile con il simile non può che contraddirsi, non avendo il contraddittorio dell'altro. L'ordinamento della Mostra, la sua stabilità è ciò che abbiamo tentato di schizofrenizzare colla questione della serie. Non darlo come presupposto. Comprendere la Mostra come campo trascendentale, in cui le cose non sono precostitutivamente date ma vengono a darsi. Sono singolarità pure. Satellite o le lezioni di Storia vengono a darsi in quanto singolarità, il che significa che il loro accettare le modalità date dalla Mostra non avviene prima del loro darsi ma coestensivamente a esso: Satellite non accetta le modalità della Mostra e per ciò è ma è nel momento in cui tali modalità le accetta. Da qui, il carattere essenzialmente reazionario delle varie sezioni. Esse sono non perché accettino le modalità della Mostra, ma sono - e sono caratterizzate dall'accettare tali modalità. Esiste un margine, un tentativo di manovra. Il fatto che nessuna sezione l'abbia preso in considerazione non significa che non esista. Così, se la Mostra è un campo trascendentale, le cose vengono ad essere contemporaneamente - e contemporaneamente al loro istituzionalizzarsi o meno. Accadere nell'istituzione non implica affatto che si sia istituzionalizzati. L'istituzione è in quanto permette che vi sia qualcosa che sfugga all'istituzionalizzazione, e il terrore non è che ciò accada all'esterno di essa ma in sé. Perché allora è essa che lo permette e non lo prevede: ecco la differenza nella ripetizione. Ecco perché, di fatto, non stiamo professando alcun solipsismo. Al contrario, quel che siamo venuti a scoprire è che proprio qui si apre la possibilità dell'incontro autentico. Quello che la Mostra permette ma non prevede. Che è legale senza per ciò dire la legge. Certo, le pratiche saranno le più disparate, perché siamo costituzionalmente diversi, ma il fatto stesso che si attui una pratica che la Mostra, che l'istituzione prevede o una che non prevede diversifica e accomuna. È necessario attuare le pratiche più diverse, ma il fatto stesso che si attui una pratica che porti a una cura di sé che sia diversa dalla cura che ha per noi la Mostra porta inevitabilmente a incontrarsi e a dirsi - dire di sé, delle proprie pratiche, e ad aver la necessità di dirle. Di qui, l'incontro con l'altro piuttosto che col simile; anzi, il rifiuto di quanto è simile, la differenza prima di tutto dalla ripetizione, perché la differenza non differisce dal differente ma primariamente dal simile, da colui che non è altro e che si scopre come tale, troppo identico a sé, essere dell'ortopedia, che non possiamo, ormai, che rifiutare, rifiutare il suo modo di camminare, di porsi, la sua falsa anarchia, le affiliazioni che è costretto a fare - e ciò in vista dell'altro. Altro non assoluto, l'altro di Lévinas, un altro(-)Dio: ma l'altro parziale. L'altro è colui che attua altre pratiche, il cui risultato sarà inevitabilmente essere sé, il proprio corpo, ciò che ha esibito quell'atletismo attraverso il quale è diventato se stesso: piuttosto che me. Col quale s'incontra perché il terreno è lo stesso e il divenire-sé pure, sebbene le modalità cambino. È essere presi in quest'atletica che permette la comunicazione, ed è l'inevitabile differenza delle pratiche a produrre un incontro al di fuori della catena riproduttiva, rappresentativa e ripetitiva della Mostra. Un incontro con l'altro, o anche la differenza - differenza prima di tutto da ciò che è simile, seriale. Cos'è dunque un tale incontro? È l'amicizia - rispetto alla quale tutto il resto è contingenza. 

2 commenti:

  1. una ri-lisciatura di spazi - che non si sa dove ci porterà - dicono Guattari-Deleuze. Un deserto nel deserto, un deserto nella città, proprio così. Un altro intervallo ancora. Un tragitto che non si basa su due punti ma che attraversa i punti.

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  2. Si parla con quattro persone differenti? Si. Hanno parlato con persone diverse eppure c'è qualcosa e c'è ancora qualcuno. Nei cunicoli da topi che sono stati attraversati in questa settimana c'era una vibrazione che rompeva la personalità. Un amico ha detto che si parla sempre con persone diverse, però no cazzo, in ogni scritto c'eravamo, in ogni parola, in ogni scritto che ci sarà, voi sarete li dentro. Facendola finita con il romanticismo, la rottura che dovrò applicare alle parole, agli "stili", alle azioni e tutto ciò che è colonizzato e che rende impossibile scrivere, sarà impregnata di voi. Non ci si vede, non ci si sente eppure diocane si è più vicini che mai, nella sensificazione, nella rottura. L'evento c'è stato, l'amicizia ha un altro terreno senza fondamento, da dare ai venturi, ma più presente che mai. Allora ci si rende conto che questa guerra è persa, che la vincano altri, ci si limiterà a guardare in faccia la merda che ci abita e morirla. A quel punto saremo nuovamente vicini, senza luogo o spazio e senza facce di merda, le nostre, nell'informe, nel disfacimento del viso e del corpo e il sesso stesso sarà fottuto, come l'amore e l'amicizia, perchè queste parole serviranno ancora a designare ciò che è indietro e che può solo rincorrere. Nell'attimo in cui riprenderemo parola, da domani, in cui riprenderemo a scrivere, ad amare, a scopare, a filmare, là dove si insidiano, nella realtà di tutti i giorni infondendo paure enormi, ci saremo, lì.
    Scrivendo il linguaggio dell'ente senza più uscirne, senza più parole incarnate.
    Realtà e attualità increate e abbattute, nell'informazione del vortice visionario.
    ����

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