Drifts



Drifts (USA, 2017, 10') è il luogo dove tutto scorre e dove l'oggetto dell'immagine si costruisce tramite il carico di un movimento che appartiene tanto alla macchina da presa quanto allo sguardo su cui, a posteriori, si poserà nell'immagine, uno sguardo che arriva prima del dopo dello spettatore, mentre tutto non è ancora già stato fatto, ma rientrando nella costruzione perenne, nell'incontro tra il dopo e il prima dello spettatore. Nello stesso momento è anche il luogo in cui un'immagine tenta di disfarsi del proprio oggetto, in quanto esso si rivela nel posteriori del regista e dello spettatore, in un ruolo che non gli appartiene completamente, gli sta quasi stretto, come se, a forza di scorrere, rimanga sempre scoperto qualcosa. In questo senso allora Drifts non è il perenne scorrimento dell'immagine se a essa si mantiene il ruolo che la identifica con l'oggetto, perché così facendo questo scorrimento implicherebbe per forza di cose una qualche possibilità di stabilizzazione, di poter bloccare il movimento, guardando il singolo fotogramma e potendo così esclamare "eccolo! è qui, è il pezzo necessario, è davanti a me e lo posso vedere, lo posso cogliere in un tempo x". L'oggetto si presenta e noi possiamo vederlo scorrere, ma intorno a sé qualcosa scorre lungo i suoi confini e non si può fermare. Drifts è dunque il luogo dove tutto scorre, ma mentre si muove uno scarto si disfa di sé. Il tempo, anche il tempo scorre, immanentemente, e non sarà tanto il tempo soggettivo a prodursi come scarto, nella possibilità che ha di poter essere oggettificato in qualunque s-oggettivizzazione che lo compete senza doversi porre per forza davanti, ma anche semplice differenziazione che lavora tra gli scarti, lavora tra le soglie, bensì lo scorrimento senza possibilità di essere afferrato, dove, tolta questa possibilità, è tutte le possibilità tranne una, e con ciò non ne è nessuna, perché nell'impossibilità di essere possibile - nell'essere afferrato e dunque impossibile. Non lo vediamo, allora, questo possibile farsi: mentre una persona la possiamo vedere nel suo lavoro di differenziazione, pur non afferrandolo tale lavoro, è però in relazione con noi e quindi nella costruzione relazionale che emerge tra le nostre forze. Il tempo dello scorrimento in Drifts non lo si vede lavorare, non ci relazioniamo a esso, e non tanto ci sfugge come tentativo di coglimento dell'altro, piuttosto lavora nella cecità ed è attraverso di essa che, probabilmente, nasce la possibilità di vedere e di stare anche nello scarto, anche nella relazione. Non cerchiamo l'origine della vista, ma la possiamo pensare solo come ciò che si mangia da sé, che producendo informazione, ciò che si vede, si deforma. Per questo può nascere solo dalla cecità, non tanto come il suo opposto, ma come la deformazione portata al limite e già altro. Così, possiamo tentare di sentire scorrere, come ad esempio in cortometraggi come Drifts, il lavorio della vista (che ormai si è capito che non è il semplice atto del vedere) che si mangia, lo scorrere del tempo, e tutto ciò raramente, quando sappiamo che pensare questa rarità non è già altro dal pensiero, il quale ha un certo oggetto, così come si riteneva che l'immagine ne avesse uno. Pensare questa rarità è tuttavia un barlume di speranza di poterla cogliere, pena l'insoddisfazione della lotta, che nonostante questo, appunto, avviene. Sì, le rivoluzioni falliscono, ma se esse continuano a brulicare e così le relazioni, le quali cambiano continuamente i propri rapporti, è perché l'esauribile può esaurirsi senza per forza che lo scorrere del nulla si possa esaurire in quanto nulla, e con ciò permettere il movimento, in questo caso vita, dell'esauribile - magari in altri forme, magari dall'acqua al ghiaccio al vapore, magari da padre in figlia, mentre la sorregge nell'altalena per poi lasciarla andare, eredità del mondo e lascito brevemente nella sensazione del nulla. 


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