6° serie della 53° Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro: Studio impossibile, storia inconfessabile



Riprendiamo da una delle domande che ci siamo fatti fin dagli inizi, ovvero se, effettivamente, esista un'alternativa alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, un'alternativa che possa in qualche modo squarciare la Mostra e, se non destabilizzarla, poterla far vivere diversamente, in modo da essere una pratica che, conscia di stare nella Mostra, di respirarne l'odore, di sentirla intorno a sé, possa divenire cinematografica nel senso di pratica di r\esistenza autentica. Ci sono due studi all'interno della Mostra che si compiono come tali in maniera però differente. Il primo studio riguarda l'attore italiano contemporaneo: ecco, non c'è granché da dire al riguardo se non ciò che concerne la pratica con cui questo studio è stato fatto e conseguentemente si propone. Ne è nato appunto un libro con interventi di vari esperti o ritenuti tali, ma certo non ci sogniamo di dire nulla riguardo a quanto possano essere competenti in materia, anche perché, sinceramente parlando, non mi pare proprio una materia così elitaria e che abbia bisogno di così tanti pensieri, per cui, insomma, ok, hanno fatto uno studio sull'attore italiano contemporaneo, tipo Scamarcio e cose così, va bene. Il punto che però a noi interessa, dicevamo, riguarda le pratiche di questo studio: un libro su questo studio è stato fatto e sarà presentato sabato alla tavola rotonda. La presentazione, a conti fatti, nonostante la possibilità di discussione più o meno ampia che avrà, è comunque qualcosa che viene fatto a posteriori rispetto a uno studio che si dà già come completato e quindi già passato, nella possibilità eventuale di essere presentificato ma sempre come totalità, come ciò che si dà verticalmente sulle nostre teste aperte ad apprendere, passivamente, ovvero senza la necessità di elaborazione attiva delle informazioni, se non sempre all'interno delle stesse, e soprattutto come individualità esterne alla Mostra, ma non nella Mostra stessa, in questo senso chiusa a uno studio già fatto e presentato, ovvero posto come tale, dato al pubblico, in cui il suo darsi rimane, perennemente, a livello verticale. C'è un altro tipo di studio all'interno della Mostra che invece riguarda quello che è stato intitolato «Lezioni di storia/2» con Federico Rossin, la cui particolarità è l'invito alla studio. Invito che dovrebbe essere preso radicalmente e non per forza di cose orizzontalmente, nel senso che rimane della natura dell'invito, formando lo studio stesso. Questo per dire che la sensazione di Rossin come studioso e curatore è forte: non solo con la sua introduzione indirizza e dà una chiave di lettura precisa dei film presentati, anche se dichiaratamente aperta alla discussione, ma la stessa modalità con cui vengono presentati i film inficia la visione dei film stessi. Per dire, vedere Window water baby moving di Stan Brakhage dopo aver visto la Schneemann e Masini è completamente diverso che averlo visto, che ne so, da solo o assieme ad altri film che non siano quelli presentati, con un preciso ordine, non certo scelto a caso, da Rossin. In questo senso è chiaro che, ci va benissimo che molta gente sia rientrata solo per vedere Brakhage e che abbia applaudito più forte e che domani potrà dire di aver visto Brakhage in pellicola e ommioddio che figata, e va bene per molteplici ragioni, non solo quelle più cattive che mi possono venire in mente, ma è chiaro che non sia non solo la stessa cosa, ma lo studio di Rossin non si possa capire. Ipotizzando anche che uno abbia già visto, sempre nell'esempio, Masini, l'invito allo studio di Rossin ne è in qualche modo depotenziato, perché il programma rientra, con tutti gli squarci che si possono fare, in un preciso concatenamento, è, per l'appunto, un programma pensato per essere preso nella sua totalità, nella sua esperenzialità come totalità. Il punto non è l'interesse o meno degli spettatori, non stiamo qui a dire che Masini se non ti interessa te lo devi sorbire lo stesso, ma che si perda così (ma non è l'unico modo in cui si perde) l'invito allo studio di Rossin, invito che apre la stessa visione del programma, non è semplicemente un modo di dire che alla fine lo spazio è aperto alle domande. E qui veniamo al punto fondamentale della questione, che, qualora non si fosse capito, riguarda le pratiche: esse sono differenti? Lasciando da parte ciò che è già stato detto per Satellite e che riguarda, ad esempio, l'occupazione del tempo e dello spazio nella sala, le lezioni di storia di Rossin sono già riterritorializzate all'interno della Mostra, e questo, avendo in mente la serie, è facile da capire perché sia così: l'invito allo studio di Rossin si perde nel momento stesso in cui manca una bibliografia da poter consultare e studiare, manca la possibilità di macinare dentro di sé la visione dei film, con la conseguente possibilità di discuterne (banalmente e come è stato detto anche dallo stesso curatore, i film presentati sono anche pesanti da digerire, al di là del fatto che siano piaciuti o meno, il che fa una differenza relativa). L'invito allo studio viene rimangiato dalla Mostra, dai suoi programmi e quindi dalla sua gestione del tempo e dello spazio. Con questo non vogliamo mettere sullo stesso piano i due studi, di cui uno, per esempio, ha già dato un libro, e l'altro è potenzialmente da farsi, nonostante sia già stato fatto e presentato da Rossin, che, abbiamo già visto, ne dà una certa chiave di lettura, la cui critica costruttiva o meno è difficile da poter mettere in atto. Di fatto, il primo incontro si è concluso solo con un dialogo, ovvero quello con Bruno Torri, che era l'unico lì che aveva degli strumenti per poter fin da subito accogliere l'invito di Rossin e poterlo quindi mettere in atto. Si risolve quindi, alla fine, all'interno della Mostra, con l'istituzione che può rappresentare uno come Torri, il quale, non solo ha vissuto e studiato già molto, perché non si tratta di avere o meno un'opinione in merito, tutti ce la possono avere, ma che poteva dare una sua chiave di lettura ragionata, frutto anch'essa di uno studio. Ecco che l'alternativa di Rossin, per quanto possa essere nobile nei suoi intenti e che comunque rimane l'unica reale alternativa alla Mostra, sia già stata riterritorializzata all'interno della stessa, perdendo il suo carico di r\esistenza, perdendosi nelle pratiche della Mostra, potenzialmente altro e per questo importante. 

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