5° serie della 53° Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro: Nicholas Rey e il farsi-luogo del cinema



(Pubblichiamo questo penultimo post, scritto precedentemente, per non cessare il dialogo coi pochi - rari amici che ci seguono, nonostante i miserabili avvenimenti degli ultimi giorni. Dopodiché, quel che deve accadere accadrà, ché la forza d'attrito l'abbiamo ormai vinta del tutto.) Non possiamo certo dire che Nicolas Rey fosse l'evento della Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, come se i cinefili o affini con cui abbiamo parlato fossero il totale della gente che si sia spostata di propria iniziativa e senza essere pagata, e nonostante ciò è chiaro e lampante quanto sia grosso che possano accadere certe visioni almeno qui in Italia. Rey, che ha presentato a Pesaro la sua filmografia in 16mm, da Les soviets plus l'électricité (Francia, 2001, 175'), Schuss! (Francia, 2005, 123'), al cortometraggio Terminus for you (Francia, 1996, 10') o, ancora, Autrement, la Molussie (Francia 2012, 81'): c'è un'esperienza della visione in pellicola che è ineliminabile e altra rispetto a una visione in digitale, non perché una modalità sia meglio dell'altra o viceversa, anche perché vorrebbe dire ben poco, essendo essenzialmente diverse e veicolando differenti possibilità cinematografiche: non solo mezzi di visione ma anche condizioni delle stesse, cosicché la modalità pellicola o digitale non risulti avulsa dalla visione stessa del film come territorio su cui possa sorgere e darsi allo e con lo spettatore per la particolarità sua propria. Ciò che particolarizza queste visioni nello specifico di Rey è, a nostro avviso, il fatto che il regista proponga e riprenda dei luoghi cinematograficamente, nel senso che non è tanto o limitativamente il luogo ripreso a fare il film, ma il farsi luogo del film. Per esempio, Les soviets plus l'électricité è stato interrotto due volte per il cambio della bobina ed evitare così il surriscaldamento della macchina, cosa non necessaria per ovvi motivi nella versione digitale, e che fa di Les soviets plus l'électricité un qualcosa di espanso rispetto alla limitatezza dello schermo, che è il darsi dei possibili nei margini cinematografici nella sala, appunto, il farsi-luogo del cinema. Questo comporta ovviamente un darsi differente dello spettatore, problematizzando la visione, la quale risulta così difficilmente un canale in cui vige una modalità puramente oggettiva, come se ci fosse un corridoio diretto tra chi vede e l'oggetto di visione, ma campo immanente in cui più forze si compenetrano, destabilizzando e differenziando verso i margini anche ciò che, oggetto e soggetto, si suppongo definiti e chiusi in sé, anche se questi fossero propensi e rivolti per l'altro. I film di Rey si danno così nel luogo della Mostra del Cinema di Pesaro come eventi irriducibili, che appaiono in un certo senso totalmente avulsi dal contesto in cui sono proiettati: che quest'anno ci sia Rey a Pesaro non è da considerarsi un'apertura a un cinema essenzialmente diverso rispetto alla rappresentatività di altre sezioni, come gli sguardi russi o il concorso. Non è un'apertura nel senso che non si apre al di là della sala cinematografica, dischiudendosi invece in sé, facendo proliferare possibilità che non toccano la realtà della Mostra, rimanendo essenzialmente un'esperienza privata e intima, e questo non perché i film di Rey non possano aprirsi, quasi che fosse una loro  particolarità ontologica, ma perché non inficiando in alcun modo la Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, rimanendo perle rare date essenzialmente per gli occhi dello spettatore e il cui carico rivoluzionario si perde nell'impossibilità di essere praticato da una realtà essenzialmente reazionaria che lo chiude. Certo, la performance di Rey di ieri sera, Opera mundi ou le temps des survetements, problematizza la questione ulteriormente, e in questo senso ci chiediamo la modalità differente di intendere il farsi del cinema, quasi che le immagini potessero, nella modalità rappresentativa e concatenativa che invece manca completamente nei film di cui sopra, portare ad altre strade visive in cui il film invece si attua tra realtà e virtualità. Ma ora veniamo alla serie di questo post, perché se Rey rimane un potenziale cinematografico chiuso nella sala cinematografica, è comunque qualcosa che è essenzialmente in potenzialità, brulicando in sé. Differente è invece la sezione di Satellite. Considerato il fatto che questa è una serie, dopo la tavola rotonda di ieri e ciò di cui abbiamo scritto qui, il discorso su Satellite non può, essenzialmente, andare oltre, perché, di fatto, si produce in quanto alternativa alla Mostra ma per farsi il luogo della Mostra e dunque Mostra essa stessa: apertura sì, ma apertura nella Mostra, come tentativo di iniettare la vita a un cadavere. Se prima potevamo pensare a una serie Rey-Satellite, ora i due campi ci sembrano totalmente indifferenti l'un l'altro e impossibilitati a stare in una serie. Rey e Satellite non sono alternative alla Mostra, perché mancano, ognuno a loro modo, di pratiche differenti da attuare, chiaramente all'interno della Mostra, ma alternativamente a essa. In questo senso ci chiediamo, ed è una domanda aperta che sarà pensata nel corso di questi ultimi giorni, se sia ancora possibile pensare a un'alternativa effettiva alla Mostra, e nello specifico ce lo chiediamo della sezione «Lezioni  di storia/2» di Federico Rossin, dove non tanto viene presentato un punto di vista, quello di Rossin, sulle opere selezionate, ma piuttosto uno studio, il quale, al di là di come si possa intendere pragmaticamente, rientrava nei programmi iniziali quando nacque la Mostra e che, forse, può germogliare in qualche modo ora, nei limiti dati oggi.   

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