4° serie della 53° Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro: Banalità di Satellite, grandezza di Vaia/Piazza/Pizzamiglio



«Dici "porcoddio" davanti a uno specchio e appaio io»
(Zeto, Violenza e trashate)

E dunque prendo il microfono durante la conferenza di Satellite. Si parlava di come i registi vedessero Satellite, delle sue possibilità e di cosa si sarebbe potuto migliorare. Cazzate così. Come cazzate erano anche gli interventi, miopi, dei registi: bisognerebbe portare Satellite in piazza, dare più spazio, nel senso di tempo, a Satellite e via dicendo. Tutti interventi, insomma, che guardavano a Satellite nel senso della Mostra: contro la gestione della Mostra, che taglia Satellite e gli toglie il respiro. Interventi, per così dire, innocui e ininfluenti, che non c'entrano il punto della situazione, e il punto della situazione è precisamente il seguente: Satellite non è nonostante la Mostra, ma in essa e grazie a essa. Che significa, del resto, portare Satellite in piazza, se non confonderlo colle modalità tipiche del concorso? e che senso ha allungargli il minutaggio, se non per vedere più film, peraltro uno più brutto dell'altro? E dunque prendo il microfono durante la conferenza, non tanto per interrompere il flusso di idiozie che si andavano dicendo quanto, piuttosto, perché lo dovevo a un amico. Non dico nulla di che, a dire il vero. Dico soltanto che Satellite non può farsi altro rispetto alla Mostra, stato nello stato. Il problema di Satellite è la gestione stessa di Satellite. In questo senso, quando si parla di cinema futuro non si devono intendere i diversi film del futuro, che, come Satellite ci ha insegnato, sono già vecchi, piuttosto operare delle scelte di gestione dello spazio diverse. È il come, non il cosa. E il come è precisamente ciò che affilia Satellite alle più vecchie maniere della Mostra. Dico, ad esempio, che Torri, Santini, Ettorre e Licciardello debbano levarsi dai coglioni: è impossibile, ancora oggi, pensare a un cinema futuro nei termini di una selezione, del percorso di alcuni curatori; chi ha creato Satellite dovrebbe agire in modo da sparire e lasciare quello spazio all'autogestione di registi e pubblico. E Torri: «Stiamo parlando precisamente di questo». No, non hai capito un cazzo. Io ti sto proprio dicendo che voi state parlando di stronzate, perché non è un problema della Mostra, ma di Satellite. Satellite non è altro dalla Mostra, e le critiche e le proposte rivolte a Satellite non facevano altro che spingerlo sempre più verso le dinamiche del Concorso. Il fatto che Satellite sia finito, almeno per noi, deriva proprio da questo punto qui: Satellite non è altro che il Concorso dei falliti. Le modalità son le stesse (tavola rotonda, dibattito con frontalità e separazione gentiliana registi/pubblico etc.), e pure i film non sono poi così diversi: così come i personalismi. Abbiamo accennato al discorso della Cicciari, e chiunque in Satellite sa come stanno le cose: del taglio di Nazzaro, di Venezia e via dicendo. Tuttavia nessuno lo dice, e non lo dice perché l'atteggiamento è fondamentalmente ciellino. Oltre che di disinformazione e di servilismo. Il clima mistificatorio, del resto, è quello che meglio si addice a quelli che Micciché definiva i pachidermi festivalieri. Dico della Cicciari, del taglio, di Venezia: e nessuno dei curatori di Satellite si sente in dovere di rendere conto di questa scelta. Come peraltro farebbe Armocida. Mi si dice - a me e alla mia ragazza - che sono «una persona di merda» davanti a tutta la sala e ciò passa per la normalità di un dibattito. Eh, ma se io do del ciellino a Santini vado sul personale, mentre a una tavola rotonda, pubblica, è normale che ciò accada. Perché? Perché noi siamo quelli che stiamo soli, che non stanno con i Censi, gli Armocida e via dicendo. Dicevo, a questo proposito, che a Satellite non servono altri spazi ma modi di gestione diversi di quegli stessi spazi (anche perché, diciamocelo, in Satellite, eccetto il film di D'Alessandro, non s'è visto nulla di decente: almeno, uno potrebbe soprassedere alla deriva fascista della sezione, ma nemmeno quello. Cinema futuro: Skype, alberi in sovrimpressione tra loro - e Marra è il king del rap), infatti così come stanno le cose la gente non si incontra: e mi si dice che sono una persona di merda perché, fuori della Mostra, tutti si incontrano. Già, piccolo stupido, peccato che io dicessi proprio che l'incontro dovesse avvenire all'interno della Mostra, non una volta che il tempo di Satellite fosse scaduto (è ciò che abbiamo tentato di fare durante il NOFEST 2017 - Non è un pranzo di gala, cosa che magari non sai perché, come al Filmmaker, il tuo film l'abbiamo scartato). Così son capaci tutti. Pure te, che fino all'anno scorso stavi segregato con me e la Rusalen, diffamando quelli con cui ora discorri amorevolmente. Ma, ehi, io sono una persona di merda perché non ho nulla da spartire con certa gente o, il che è lo stesso, perché non sono una puttana né un'ipocrita, mentre tu dandomi della merda fai fare i sorrisi ad Armocida. Insomma, l'incomunicabilità totale. Ma non può che essere così. Come dicevamo nella scorsa serie, noi parliamo un altro linguaggio. Qual è il vostro linguaggio? È quel del vorrei ma non posso, quelli che non hanno ben chiaro come stiano le cose: e comunicano tra loro nelle maniere più eterogenee, comprendendosi solo grazie al fatto che il loro stesso dire non dice altro che le norme, le regole del linguaggio. Satellite finisce così, nel momento in cui non si vuole fare altro dalla Mostra, ma altra Mostra ancora. Un piccolo stato dentro a uno stato più grande, pronto a muovere guerra per conquistare il territorio che l'ingloba. Ma così non si cambia un cazzo, e questa non è la rivoluzione: quando i rivoluzionari russi entrarono nel palazzo d'inverno, lo trovarono vuoto; le stanze del potere sono vuote, non è tagliando la testa al re che si destituisce la monarchia. Anzi, è proprio il contrario; tagliando la testa al re, si affina il potere, lo si rende più silenzioso e inquietante. Non è un caso, del resto, che alla fine di tutto, sia stato Armocida a dire, prendendo parola, grazie a tutti coloro che sono intervenuti, riterritorializzando totalmente gli interventi a sostegno di Satellite e contro la gestione della Mostra: se il prossimo anno Satellite avrà cinque ore in più, ciò non farà altro che lo splendore della Mostra. Ed è questo che voi non capite. E non lo capite perché non v'interessa capirlo: non v'interessa un'altra modalità della visione, ma che questa visione, istituzionalizzata, si espanda. È terribile. Ed è tanto più terribile nel momento in cui Satellite è il cinema futuro, il che non significa il futuro del cinema ma la soppressione del cinema più vigliacca che si possa immaginare: la previsione che l'indipendente sia migliore della gestione pachidermica (nel senso di Micciché) della Mostra funzionerà nella misura in cui l'indipendente verrà riterritorializzato - e Satellite è una prima manovra di riterritorializzazione di certo cinema. La serie, allora, non è più Satellite-Rey, ma Satellite-Concorso. «Perché si guardano ancora film?», chiedeva qualcuno. La domanda è sbagliata. La domanda è: «Come si guardano i film? e, se si guardano ancora in maniera classiche e istituzionalizzate, perché?». Ma questo, anche qualora lo si dicesse, verrebbe preso in maniera irrisoria: e il fatto che nessuno dei curatori della sezione abbia speso una parola riguardo le critiche mosse ma abbia, in modo a mio avviso imbarazzante, tentato di riterritorializzarle con un banale «stiamo parlando appunto di questo» non fa che segnare il vostro più bieco arrivismo. Satellite finisce, quindi, nel momento in cui non finisce: Satellite non è un esperimento, esso utilizza le stesse modalità di visione e di gestione di spazio e tempo del Concorso. E lo fa, questo, colla previsione che, un giorno o l'altro, funzionerà meglio del Concorso, che costa di più. Ma ciò non cambia le cose. Vedremo altri film, ma nella stessa maniera. Tant'è che, alla fin fine e comunque ora come ora, Satellite non sta facendo altro che rianimare un cadavere - quello della Mostra. È chiaro a tutti che la gente si sposti per Satellite e Rey, ma non è chiaro a nessuno che ciò fomenta la Mostra, perché sono teste in più per la Mostra. E ciò nella misura in cui Satellite non propone altro, non attua manovre diversive. Si è ancora fermi all'idea che il cambiamento debba avvenire in via istituzionale, perché dall'istituzione non si esce: ma è proprio perché dall'istituzione non si esce che il cambiamento non può avvenire in maniera istituzionale quanto, semmai, a livello dell'individuo, di un'atletica che permetta al singolo di ritrattare continuamente la propria posizione nei confronti dell'istituzione. Che è, peraltro, ciò che fanno Vaia e Piazza ne La lunghezza di Planck (Italia, 2015, 84') e la Flim Crew ne Il ludione della lampada (Italia, 2016, 125'). Non rompere col cinema, ma estremizzarlo, radicalizzandone il carattere essenzialmente istituzionale così da avere dei limiti entro i quali creare i gesti più originali, i movimenti più imprevedibili - quelli che l'istituzione permette ma non prevede, vanificandosi. Ma loro, i film, a Satellite non li hanno mai inviati, perché all'istituzione non ci credono: credono, piuttosto, che altri movimenti, altre pratiche siano possibili. E non sono le vostre, né più le mie. 

11 commenti:

  1. "I nostri discorsi hanno messaggi invisibili che (escluso il cane), per voi sono incomprensibili."

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  2. "La notte non dormo, immagino risse per prendere sonno."

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  3. "Devono morire tutti me compreso."

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  4. "Non mi fermo finché non sono al fresco, i demoni fanno il tifo per me."

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  5. "Ma quanto cazzo dura sta vita cristo."

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  6. "Killer elite come il film che non ho mai visto."

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  7. "E toccatevi i coglioni che non resterete in molti."

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  8. Risposte
    1. "Anche una volta sola."

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  9. "Piuttosto che darti ragione ti do un pugno in faccia che ti stende."

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