3° serie della 53° Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro: Noi, o del rompere la serie




«Siamo il prodotto nocivo, portiamo approccio negativo e distruzione scarti 
disfunzionali al processo di produzione, lo strumento d'oppressione.»
DSA Commando, Incubo meccanico

Potrà sembrare un interludio, questo post rispetto agli altri, quando invece è forse il post più importante o, quantomeno, necessario, perché non si può commettere l'errore del non pensarsi inclusi sulla superficie della Mostra. È il problema dei critici cinematografici: essi frequentano Cannes, Venezia o che altro e non si pensano all'interno di quel sistema, quasi che la loro esperienza fosse assoluta, nel senso etimologico del termine. Invece, è necessario riportare la propria critica, quand'anche essa fosse quella pacchianamente estetica, a un piano in cui chi la scrive o dice riporti, in essa o attraverso di essa, il proprio coinvolgimento. Non è più possibile pensare al critico cinematografico come a colui che, inviato a un festival, ne descriva solamente i film, bensì si ritrovi implicato nell'ambiente del festival, implicazione che non si riduce esclusivamente al bello/brutto con cui si dice il film. In questo senso, una serie ormai inevitabile è quella che connette noi alla Mostra. Il nostro rapporto colla Mostra, perché siamo qua e, soprattutto, come siamo qua. Si parlava, ieri, del nostro confronto con Armocida e Censi, ad esempio; bene, partiamo da qui. Una critica che ci è stata rivolta è quella di aver agito in maniera per così dire barbara e, di conseguenza, poco efficace. In effetti, perché non abbiamo aspettato una tavola rotonda o comunque una situazione pubblica in cui chiedere a Censi di rendere conto del film scelto e ad Armocida di organizzare feste private? Saremmo stati più ascoltati. Già, ma da chi? Da Armocida, dai giornalisti, da qui è qui in vacanza? Per noi non si è mai trattato di questo. E non si è mai trattato di questo nella misura in cui questo è proprio ciò che rifiutiamo. Non perché loro non siano i nostri interlocutori, ci mancherebbe. No, il motivo è più profondo. Infatti, accettare di prendere parola all'interno di un dibattito significa inevitabilmente accettare le regole imposte. Non solamente un determinato minutaggio entro il quale parlare, ma il discorso stesso ingloba ciò che dici, determinandolo in anticipo. È, come vedremo colla prossima serie o con quella dopo ancora, il problema di Satellite, il motivo per cui dei film che propone c'interessa relativamente - ed è anzi questo, a nostro avviso, ciò che più di tutto distanzia e accomuna Satellite e Rey quali alternative alla Mostra. Da una parte, Rey, uno spazio radicalmente altro in forza del cinema. Dall'altra, Satellite, che dovrebbe ritrovare la propria alterità in un'altra pratica della visione: non i film proposti fanno il cinema futuro, ma il come questi vengono visti. Accettando le modalità istituzionali e prefissate per ogni appuntamento della Mostra - la presentazione dei film di fronte a tutti, la tavola rotonda e via dicendo - Satellite sta in realtà accettando la Mostra e le sue regole, conformandosi a esse, ed è solo rompendo con queste regole, creandone di nuove e di diverse che è possibile muoversi in maniera diametralmente opposta a quella della Mostra. Niente tavole rotonde, piuttosto ritrovarsi fuori, senza problemi di minutaggio perché poi inizia il film, invitare la gente a confrontarsi in uno spazio aperto, come ad esempio il Gra, senza la scusa che ciò toglierebbe pubblico al film in concorso delle sei. (Ovviamente, questo è solo un esempio.) In questo senso, il nostro modo di agire. Noi non abbiamo nulla a che fare colla Mostra, essere qui non significa accettarne in anticipo i codici. E il punto è proprio questo. Non prendere parola quando loro vogliono, alle tavole rotonde, mentre ci sono i giornalisti, ma vis-a-vis chiedere che un curatore renda conto del suo programma, che un direttore renda conto della sua selezione. Nel primo caso, infatti, ciò che si cambia è la Mostra, ma la Mostra non la si può cambiare noialtri. Sono i Satellite, i Rey e chi altri che possono cambiarla. Quel che a noi interessa è quantomai distante da ciò. Per noi è essenziale il gesto, coloro coi quali comunichiamo non sono i presenti ma gli assenti: a loro ci rivolgiamo, a loro diciamo che è necessario atteggiarsi in maniera diversa. Perché l'istituzione non cambia, essa rimane - ciò che si può cambiare è semmai se stessi, rompendo la postura ortopedizzata dall'istituzione e inventarsi una nuova atletica, una ginnastica originale, un lavoro su di sé che porti il soggetto non a destituirsi bensì a rifarsi secondo le proprie possibilità, secondo le sue potenzialità più intime. Cosa può un corpo - il mio proprio corpo? Solo così, a nostro avviso, è possibile un cambiamento dall'esterno: mostrare che un gesto diverso sia possibile, testarne la consistenza, questo e non altro c'interessa fare. E questo e non altro crediamo sia ciò che noi dobbiamo riportare prima di tutto, prima ancora dei film e del trascendentale che li dà. Perché ne siamo coinvolti, e ne dobbiamo rendere conto; e anche, non da ultimo, perché è la nostra alternativa, un'alternativa che è tale non solo per noi ma che anzi è nostra in quanto potenzialmente di altri, che magari non sono qui, e sono quella comunità inconfessabile nella quale, virtualmente, ci ritroviamo. In questo senso, è pura follia della Cicciari, ieri sera, fermarmi per chiedermi di rendere conto di ciò che ho scritto del suo film. Fuori dal Gra la Cicciari mi ferma e mi dice: «Possiamo parlare di quello che hai scritto del mio film?». 'rcamadonna. Accetto, e parliamo - e rendo conto delle nostre scelte senza peraltro sentirmi stalkerato o, come sembra invece di costume per altri, metterle le mani addosso. Parliamo, e cerco in tutti i modi di farle notare come, in realtà, del suo film non me ne fregasse un cazzo e che il discorso era su Satellite e Rey, ma non c'è verso. La prende sul personale, sostiene che io le abbia dato della fascista - a lei, non al suo film. E davvero non capisce che non la sto nemmeno mettendo sul personale quando le do della puttana per aver mozzato il suo film su richiesta di Nazzaro. Con 'sta gente non si parla. «Io voglio fare la regista, voglio essere pagata. Voglio arrivare. Ho presentato il mio film nei maggiori festival europei...». Lo schifo. Cerco di spiegarle che non c'è dialogo, che non mi va di parlare con lei. Che per me gente come lei è la metastasi del cinema, che il suo film mi ha fatto schifo ma che non è quello il problema: il problema è Satellite che presenta un film che ha avuto la prima, mozzata, a Venezia, e che quando la Cicciari lo ricorda, vantandosene, in sala né Torri né Santini né Ettorre dicono niente. A rispetto del pubblico, che magari certe dinamiche non le conosce. Il problema, appunto, non è che Satellite presenti film di merda o persone arriviste, che sono già istituzionalizzate, ma che lo faccia nelle modalità dell'istituzione: il che non significa che Satellite debba uscire dall'istituzione, anzi la sua efficacia sta appunto nel fatto di rimanere nell'istituzione, ma rimanerci sconquassandone le regole, inventando nuovi modi di confronto e proiezione. Ogni barriera posta della Mostra non deve essere infranta, nel senso che un no dato debba diventare occasione di rompere quella regola: bensì, all'interno di quel no, muoversi diversamente, rispettarlo ma, allo stesso tempo, prenderlo come origine di una novità, di un'invenzione, di qualcosa che sia originario e diverso. E torniamo a noi. Quello che, almeno dal nostro punto di vista e per ciò che ci concerne, si tratta di fare non è abolire la Mostra, quanto semmai inventarsi nuove maniere di viverla. Non parlare quando concesso, accettando tacitamente le loro regole, ma non per questo alzarsi e disturbare random; piuttosto, parlare vis-a-vis, trovare altri spazi per il confronto. Poi, certo, si corrono i rischi. Ma le calunnie che in questi giorni ci vengono da ogni lato ci riguardano solo parzialmente: e attestano di un'altra comunità inconfessabile, la fanno emergere e, contemporaneamente, ci marginalizzano ulteriormente rispetto a essa. Ed è qui, a nostro avviso, che una parte del nostro modo di esserci, alla Mostra, risulta efficace. Perché non si tratta di mostrare di non essere brutti e cattivi nei confronti di quella comunità inconfessabile che, comunque, ci avrebbe visto come tali; si tratta, semmai, di evidenziarne la demenza, i convincimenti ciechi che non la portano a porsi domande molto banali, come ad esempio se noi non stessimo percorrendo la strada di casa o se le domande giustifichino le aggressioni. Cose così, insomma. Ma - ripetiamo - non è di questo che si tratta. Si tratta, semmai, di indurre un nuovo gesto. Un gesto che non valga tanto per noi e questa Mostra ma attesti di un'atletica che, una volta effettuata, possa valere per altri, ai quali rivolgiamo, piuttosto che a 'sti cadaveri che riempiono le proprie sale. In questo senso, la Cicciari non ha capito un cazzo di quel che facciamo, e non può essere diversamente: ma perché lei è già irrimediabilmente coinvolta nell'istituzione. Noi parliamo ai nostri amici e a che ancora non conosciamo ma con cui condividiamo un silenzio ben più essenziale e intimo. Le pratiche, pur singolari, hanno valore nel momento in cui ne si attesti l'efficacia e la possibilità: quello che c'interessa è inventarci nuove pratiche di affrontare la Mostra o un film, ma non perché queste pratiche debbano valere per tutti. Sono contingenti e singolari. Semmai, è la possibilità di un'altra pratica, di un altro modo di esserci che ci interessa sottolineare: non la pratica in sé, ma la possibilità che un'altra pratica sia possibile, perché è proprio in questa possibilità estrema che ci si ritrova coll'altro, rispettandone la sua irriducibile singolarità. La sua pratica sarà poi diversa dalla nostra, ma nel momento in cui è altra ecco allora che ci ritrova in una possibilità che precede l'attuazione della pratica e che è, propriamente, l'alterità assoluta, l'Altrimenti di cui cantano i Marnero. Quest'Altrimenti non potrà che effettuarsi nelle maniere più diverse, ma esso rimane uno - ed è qui che ci si ritrova, nella diversità che ci accomuna e ci rende amici, tu e io. La serie Mostra-noi non ha altro senso che questo. Non si tratta di rompere la serie, ma di mantenerla, accostarsi alla Mostra non per distruggerla ma, nei suoi limiti, inventarsi le pratiche più diverse. Come abbiamo più volte detto, non si tratta di rompere i limiti, dall'istituzione non si esce. Ma alla Mostra, a scuola, al lavoro e via dicendo, fare di questi limiti lo spazio di una libertà totale, la quale non può prescindere da un lavoro su di sé, un'atletica. Questo, il senso più segreto dell'anarchia: non rompere tutto per mantenersi come tali, e cioè soggetti istituiti, ma rompere anzitutto con se stessi - colla postura istituzionalmente data - per reinventarsi continuamente. Non andare nel bosco, ma vivere la piazza, la fabbrica, l'università boschivamente.

1 commento: