2° serie della 53° Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro: Il giullare e la polizia




Come si sarà capito, quel che c'interessa non è tanto il centro quanto ciò che si decentra, il laterale, e ciò non per un disinteresse nei confronti del centro, bensì perché siamo del parere che l'irradiarsi da un centro non sia originario: non è il centro a originarsi e, poi, rispetto a esso, il laterale, ma il decentrarsi a decretare una centralità, la quale non dà il decentramento ma è data da esso. In questo senso, e almeno per ora, continueremo ad occuparci, sempre in maniera seriale, degli eventi per così dire laterali della 53° Mostra internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, in questo caso provando, testando la consistenza della serie Rockumentary-P3S4R0. Il primo evento, curato da Rinaldo Censi, proponeva, a mezzanotte, in quel di Palazzo Gradari, un vecchio documentario sugli Stones e... be', onestamente questo è più o meno tutto, tant'è che, basiti di fronte a una simile inutilità, siamo andati a chiedere spiegazioni a Censi. A dirla tutta, una spiegazione ce l'avevamo, per quell'evento. Ma tale era - come dire - il trascendentale dell'evento stesso. Come abbiamo ribadito più volte, l'ultima delle quali giusto ieri, quel che c'interessa non è la visione bensì la sua condizione di possibilità. Ed è stato proprio il trascendentale, così lampante, ieri, a sbalordirci e inquietarci. La serata di Rockumentary, infatti, si è svolta nel più totale disinteresse degli spettatori della Mostra, tant'è che, dopo appena venti minuti, le sedie erano vuote, se non per quelle occupate da Armocida, Ettorre, due loro amiche e Della Chiara. E quelle altre occupate da noi rincoglioniti, ovviamente. Insomma, una festa privata. Rossin e gli altri, che prima sedevano con Censi, si sono infatti allontanati dal Gradari poco dopo l'inizio del film. Un evento creato ad uso e consumo dei boss della Mostra, dunque: una festa privata spacciata per evento pubblico, ma che il pubblico non ha platealmente gradito - e, del resto, come dargli torto? il film non aveva né capo né coda, nel senso che non si capiva davvero l'intenzione, la motivazione soggiacente alla sua proiezione: come se Censi avesse scaricato il primo film con l'etichetta «musical / documentary» da Karagarga e fosse arrivato coll'USB a Pesaro. «Tieni, metti su questo» - «Grazie, tieni le chiavi dell'hotel». Così, a proiezione finita, ci avviciniamo a Censi, chiedendogli il motivo per cui avesse presentato quel film. Non l'ha presa. Oltre a sentirsi sulla difensiva, ha eluso qualsiasi nostra domanda a riguardo. Al che ne proponiamo un'altra: «Ti sei accorto che è stato un fallimento, vero?» - «Sì, sei contento?». Non abbiamo, lì per lì, capito la ritrosia, nei nostri confronti, di Censi, sicché siamo andati da Armocida, sempre col registratore in mano, visto che era tardi e di sicuro il giorno dopo non avremmo ricordato a dovere le loro parole, a chiedergli il motivo di quella festa privata. Tra i vari «Chi ti conosce», «A te basta un like e sei felice», «Io e te non abbiamo nulla da dirci», «Mi chiamo Armocìda, non Armòcida» e cazzate varie, pure lui ha eluso a tutte le nostre domande. Insomma, noi non abbiamo del tutto capito come funzioni, qui. Un direttore che non risponde a domande piuttosto semplici sulla Mostra, curatori che non rendono conto delle proprie scelte. Ma che è? «Se non ti piace, te ne vai.» Già, ma se non piace a nessuno tu hai comunque vitto e alloggio spesati per tutta la settimana, visto che casualmente o curiosamente ti han messo a far le cose il lunedì e il venerdì. Il clima della Mostra, quest'anno, sembra questo, e a noi qualcosa non ci torna, perché, da quel che risulta a noi, i progetti della Mostra erano altri, tant'è che, sin dalle prime edizioni, la Direzione ha sempre tenuto a rendere conto delle proprie scelte (cfr. le varie presentazioni dei primi vent'anni, che stiamo pubblicando e nelle quali, ogni volta, la Direzione prende una posizione, risponde a critiche e via dicendo). Quali erano questi progetti? Ad esempio, l'autogestione della Mostra da parte dei registi. Che ne è stato? Be', abbiamo lì Armocida: chiediamoglielo. «Armòcida, che ne è stato dell'autogestione della Mostra?» - «È Armocìda, non Armòcida» - «Sì, ma a latere di ciò, che ne è stato dell'autogestione della Mostra, della possibilità di costruire un'altra rete distributiva rispetto a quella canonica dei festival?» - «Non so» - «Che ne pensi di Spagnoletti?» - ... - «Che ne pensi dell'operato di Spagnoletti?» - «Spagnoletti è stato un buon direttore e una brava persona, tant'è che ci ho collaborato anche insieme»... poi silenzio, poi panico, e poi «Ma tu non puoi registrarmi». Al che Censi fa per prenderglielo in un modo che non descriveremo, perché questo non è il rapporto di un appuntato. Dopo la festa privata, questo. Insomma, ci pare palese che un simile atteggiamento non possa essere avulso dal contesto, che è quello, appunto, d'aver fatto da giullare di corte fin prima per i boss della Mostra. Come i cani da guardia: che sono affettuosi col padrone e poi, non appena questo è in pericolo, si avventano sull'aggressore. In fondo, non possiamo avercela con Censi, evidentemente era shockato dal fatto che delle persone gli chiedessero di rendere conto delle sue scelte curatoriali, e ha agito sotto shock; piuttosto, quel che c'interessa sottolineare è come anche un evento apparentemente laterale sia in realtà immediatamente centrale. Ma il centro non dà l'evento in quanto laterale, piuttosto è la lateralità stessa dell'evento a dare il centro in quanto tale. La medesima cosa ci sembra sia accaduta con quelli del Genio collettivo, che stamattina hanno presentato il loro progetto P3S4R0. Di cosa si tratta? Al di là della boria di chi usa termini come «potere», «resistenza», «creiamo incontri» e via dicendo, quel che siamo riusciti a cogliere, del progetto, è la volontà di creare, grazie al digitale, un archivio enorme di cose quotidiane, sì da poter comunicare al di là del potere, se non contro di esso. Ciò, a loro dire, avviene allorché si montino i filmati, sì da creare delle storie - diverse rispetto a quelle che ci comunicano le istituzioni. Tutto molto bello. Non si capisce, però, come queste storie possano comunicare altro rispetto alla comunicazione del presunto potere. In effetti, posto anche che ciò che venga ripreso eluda la realtà istituita dal potere attraverso la schizofrenizzazione dei punti di vista, il fatto stesso di creare una storia non è precisamente la modalità attraverso la quale il potere comunica? Tutto il sapere scientifico è organizzato attraverso la storia, sia nel senso lato che nel senso proprio del termine. Burch stesso sottolineava come la fortuna del cinema si dovesse al fatto che fosse un mezzo più efficace del teatro di narrare delle storie, conformandosi all'utilità del potere in quanto mezzo di mobilitazione di massa. Per quelli del Genio Collettivo è possibile creare altre storie, altre da quelle che ci mostra e ci racconta il potere. Ma il problema è che così facendosi non si fa altro, al massimo, che costituire un altro potere (nella migliore delle ipotesi) o (nella peggiore) rimpinguare, in maniera del tutto mistificatoria, il potere che si dice di combattere. Se la storia è la maniera discorsiva in cui si produce e si struttura la razionalità occidentale, allora è evidente che non si tratta di creare un'altra storia bensì di produrre un'alterità stessa dalla storia. La storia non può dimenticarsi - e non deve essere dimenticata. Ma c'è una possibilità, per il cinema, di farsi nonostante la storia? come altro rispetto alla storia e non come un'altra storia ancora? Il cinema sperimentale fa questo. Il cinema classico, commerciale o come lo si voglia chiamare, insomma il cinema del MRI fa 'st'altro: crea storie e fa storia. L'intento del Genio Collettivo è più che mai reazionario, se non addirittura statista: è quello che faceva, di fatto, la polizia così com'era originaria (cfr. Sicurezza, territorio e popolazione di Michel Foucault), solo e anzi peggio ancora, perché mascherata da contro-potere, da resistenza. Ecco, forse allora tocchiamo il punto. Da una parte, la festa privata e dall'altra la possibilità stessa del darsi di questo privato; in effetti, la Mostra sussiste come luogo istituzionale, e i film che presenta, il Concorso, altro non fanno che raccontare storie facendo storia. A questo, il Genio Collettivo non si oppone, e anzi, fingendosi di contrapporvisi, lo fomenta: un'altra storia per il darsi stesso della storia. La storia qual è quella raccontata dalle istituzioni e che struttura le istituzioni stesse. Le quali, confermate anche dalla "resistenza", si siedono poi tranquille e soddisfatte in Gradari alla fine della baldoria.

5 commenti:

  1. Cazzin! ti voglio conoscere! Ma dove giri? Al Gra?
    Io sono Manlio, lo sbirro pelato. Dài, vediamoci, se hai tempo e voglia...

    RispondiElimina
    Risposte
    1. "la storia non può dimenticarsi e non deve essere dimenticata" ma "non si tratta di creare un'altra storia ma ... alterità dalla storia". questa alterità è immanente alla storia e alle storie eccetera. tutto questo il genio collettivo pensa e cerca di accostare con la sua pratica. a te ha fatto pensare all'esatto opposto (che si vogliano produrre narrazioni "alternative" ecc.). viceversa tutto l'interesse sta eventualmente nel modo di produrle, le eventuali narrazioni. peccato. non tutte le ciambelle e non tutti gli incontri riescono. comunque "intressante". cioè: merda!

      Elimina
  2. Per intanto, favorisca i documenti :P

    RispondiElimina
  3. Mi inviti ad una relazione o ad una mentulomachia? Per la prima ci stiamo, per la seconda credo no...

    RispondiElimina