...the eyes empty and the pupils burning with rage and desire



Bruciare - il cinema. Scritto così, non più come se il predicato «bruciare» potesse essere assolto da un complemento oggetto, perché una volta che qualcosa brucia questo brucia per sempre ed è cenere. Bruciare - il cinema, quasi uno speculare, ed è in questa indecidibilità che si situa l'ultima performance di cinema espanso di Luis Macías, ...the eyes empty and the pupils burning with rage and desire (Spagna, 2017, ~15') : una torcia, una pellicola, il fuoco, due proiettori, la rifrazione di un trasparente e «en cela, donc, l’image brûle» (Didi-Huberman). L'immagine brucia - è il cinema, questo bruciare? Torna alla mente il 3rd degree (USA, 1982, 24') di Paul Sharits, ma ora non si tratta più di processare l'immagine, bensì di reintegrarla alla sua impossibilità: ecco l'evento, quell'evento che ...the eyes empty and the pupils burning with rage and desire è nella misura in cui si fa totalmente estraneo, radicalmente straniero - persino a se stesso. In un certo senso, non accade nulla, nel corso di ...the eyes empty and the pupils burning with rage and desire, semmai eviene. Cosa? Non certo l'immagine, perché quella brucia, e allora non si dà a vedere altro che una sorta di olocausto che non ammette ulteriorità: l'immagine non è immagine di un'immagine che bruci, non c'è una trascendenza rispetto all'atto ma l'atto si conserva per ciò che è, ovverosia puro gesto. Nella sua nudità integrale, il gesto si confonde o, meglio, è dell'ordine dell'univocità, la quale si potrà poi dire del cinema o del fuoco, ma questi due elementi vengono solamente dopo, nel senso che, in quel preciso momento in cui il gesto eviene, ecco allora che c'è un'indicibilità e un'indecidibilità tra il fuoco e il cinema. Questa indecidibilità è impossibile da conservare e da dire, perché le parole vengono comunque dopo, e dopo non rimane che la scissione degli elementi che la sintassi, nella sua metafisica, vuole distinti. Un'esperienza privata che il linguaggio, in quanto tale, non può restituire. E allora a che scriverne? Forse, per il semplice fatto che qualcosa sia rimasto nell'aver assistito, quella sera a UNZA, a un evento di cui non rimangono che gli effetti, i quali, tuttavia, non risolvono l'evento: è il cinema espanso. Ciò che si espande è il cinema, ma l'espansione del cinema non è più cinema bensì l'effetto del cinema che affetta colui che ne l'ha fruito (Youngblood). Questo a posteriori dell'evento dissimula l'evento medesimo, il quale, nella sua integrità, è irrecuperabile; al tempo stesso, però, nonché in questa sua irrecuperabilità, esso continua a manifestarsi come totalmente altro, ovvero nella sua più intima essenza: è in quanto totalmente altro che è irrecuperabile e fintantoché rimane tale, cioè totalmente altro, esso non può essere recuperato. È tuttavia però possibile chiedersi: a che condizione questo è irrecuperabile o, il che è lo stesso, è l'alterità radicale? rispetto a cosa o a chi è altro? Deleuze, almeno il Deleuze più crepuscolare, quello de L'esausto, sosteneva che l'energia dell'immagine è sostanzialmente dissipativa. Essa brucia, si esaurisce in un attimo. Nel suo bruciare, però, l'immagine torna a sé. In che senso? Nel senso: ciò che brucia è il possibile, l'immagine è fatta di possibilità, e nel momento in cui è al culmine delle sue possibilità essa brucia - si manifesta bruciando. L'immagine, in questo senso, è essenzialmente olocaustica - e che accade allorché l'immagine bruci sotto i nostri occhi, non si tratta, forse, di avere a che fare con un'über-immagine, un'immagine ulteriore rispetto a quella brucia e che mostri il bruciare di quest'altra immagine? Bruciare - il cinema. Non è l'immagine che brucia o, meglio, può anche essere, ma non è rilevante. Ciò che è rilevante e che essenzia la performance di Macías è appunto il fatto che il bruciare e il cinema si dicano immediatamente e contemporaneamente. Ciò che brucia è dunque l'immagine, ma quel che brucia è la possibilità dell'immagine in quanto immagine di possibilità - del cinema. Il cinema non è la condizione di possibilità dell'immagine, ma il bruciare stesso dell'immagine dà campo a ciò che comunemente chiamiamo cinema. Si capisce meglio, a questo punto, la radicalità della performance dello spagnolo. Che l'immagine sia dell'ordine del possibile implica sostanzialmente che l'immagine sia in sé stesso la sua propria possibilità - possibilità che vi sia, nonostante tutto, un'immagine. Tale immagine non è però da darsi, essa si conserva come possibilità (e ciò per ciò che definisce il cinema in quanto tale). Allorché bruci, l'immagine è in se stessa il proprio bruciare; il bruciare è allora qualcosa di più segreto rispetto alla possibilità dell'immagine, esso piuttosto un luogo in cui si possono indicare con un unico gesto tanto il fuoco quanto l'immagine. Chiamiamo questo luogo cinema. Il cinema nasce da questo spazio creato dal fuoco-immagine, che crea spazio facendo posto. Movimento della chora platonica nella lettura di Derrida, il fuoco-immagine c'è e c'è per creare uno spazio, ma questo spazio può venire ad essere solo e soltanto quando l'immagine-fuoco si ritragga o, il che è lo stesso, si compia, bruci: bruciare - il cinema. Le possibilità bruciano, e ciò che resta non l'assenza di possibilità ma un punto d'indecisione ulteriore, luogo inabitabile, alterità selvaggia, evento: l'immagine brucia, e il fuoco-immagine estingue o, meglio, esaurisce le sue possibilità... da qui un luogo che è luogo dell'impossibile. L'impossibile, com'è noto, non segue il possibile ma viceversa, dall'impossibile al possibile. Quel che crea Macías è allora dell'ordine del cinema espanso nel momento in cui qualcosa si espande, ma questo qualcosa non è più cinema. L'impossibile non deriva dalle possibilità estinte dell'immagine-fuoco; quest'impossibile è di un altro ordine, di un'altra natura. Esso ha a che fare con ciò che riguarda l'esperienza quotidiana, i corpi affetti dalla performance di Macías, sulla superficie dei quali il cinema è possibile solo in quanto impossibilità radicale. 

1 commento:

  1. A costo di dispiacerti, direi che questa indisponibilità e impossibilità radicale alla evoluzione ulteriore caratterizza tutte le attività umane creative e, a quanto pare, anche del Massimo Fattore. A chi chiedere assistenza se non alla impossibile tesi-sintesi "Vita-morte"?.

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