Spit your face


Spit your face (Scozia, 2017, 37') è il mediometraggio di Rachel Maclean con cui Richard Ashrowan ha presentato la Scozia alla Biennale; il film viene trasmesso in loop, in quanto costituito da una Ringkomposition che lo processa all'infinito, nella chiesa sconsacrata di Santa Caterina, su schermo verticale. Per chi conosce Ashrowan e ha visto le sue opere, quali ad esempio Of the excellency of wheate (Scozia, 2015, 9') e Speculum (Scozia, 2014, 17'), ma anche il più politico 5 angels (Scozia, 2016, 5'), può trovarsi spiazzato di fronte a una simile curatela, eppure la sensazione, a lungo andare, è che non ci sia alcuna discrasia tra la curatela e la sua filmografia, tant'è che, anzi, la prima può essere vista come un'espressione o un dispiegamento di forze nella seconda soltanto intrinseche. Il film della Maclean, infatti, disorienta solo nel senso di una prospettiva aprioristica e per nulla empirica, ed è quindi di primaria importanza considerare il dove e il come questo sia presentato, poiché è per l'appunto l'ambiente a definire, prospetticamente, l'opera. L'ambiente è, come sopra, la Biennale, e il film è di per sé una favola à la Pinocchio, al cui fondamento ci sta una forte distinzione non tanto tra verità e non-verità bensì tra quest'ultima e la falsità; ciò che dall'opera emerge, infatti, è, sì, un racconto più allucinato che allucinante in cui viene svolta una panoramica sull'ascesa e il declino di una nuova stella, ma anche - e soprattutto, aggiungeremmo noi -  una riflessione sulla condizione e la condizionatezza in cui questo racconto venga ad emergere e dunque sull'immagine. Questa risulta in sé caratterizzata da un'esternità che non è propriamente un fuori quanto, piuttosto, una voce, rispetto alla quale l'immagine si fa eco: è l'eco del videoclip, di Katy Perry e Lady Gaga, ma anche di quell'estetica prima dell'estetica che ha fatto quella che è un po' la morte del cinema, ovverosia lo star system (cfr. il riferimento a quanto detto da Marilyn Monroe a proposito di Chanel N°5), o che precede il cinema facendosene condizione di possibilità (i vari e inquietanti accostamenti politici, alla Brexit ma non solo, che denotano la contemporaneità come l'epoca della post-verità). Insomma, un'amalgama di citazioni che però non sussistono come tali; piuttosto, questi riferimenti vengono enucleati dall'opera, e il film viene a farsi rispetto a essi - non nonostante essi. In termini rozzi, ciò che si fa condizione di possibilità dell'esperienza filmica, dalla produzione alla fruizione, cessa d'essere una questione di diritto per divenire una questione di fatto: ciò che determina la produzione e la visione del film, sebbene sottopelle, viene ora incorporato dal film, e il viene ad essere attraverso e grazie a ciò che usualmente si potrebbe considerare come quel quid rispetto a cui l'immagine cinematografica resiste, nonostante il quale l'immagine filmica è. L'ambiente viene così a inerire essenzialmente ed essenziatamente l'opera filmica, la quale viene allora a prodursi come ri-produzione di un ambiente che tuttavia non rappresenta; la rappresentazione, infatti, è dell'ordine della ripresentazione sintetica, e ciò che compie la Maclean è di un altro ordine: l'operazione della Maclean non è dell'ordine della rappresentazione, quasi si volesse mostrare la devianza dello star system o dei video di MTv, bensì della riproduzione, nel senso che è il film in sé ad essere ciò che quella devianza lo conduce a essere - e ciò manifestamente. È - a nostro avviso - questa, la potenza di Spit your face, nonché la sua stessa necessità - una necessità, la sua, che non può essere compresa se non nell'immanenza dell'ambiente in cui è, ovverosia la Biennale. Che accade? Accade che l'ambiente che accoglie l'opera, la quale è manifestamente determinata da questo ambiente, tant'è che il film fa della sua condizione di visibilità (l'epoca della post-verità, l'estetica del videoclip etc.) un fatto relativo alla propria immagine, accade - dicevamo - che l'ambiente che accoglie l'opera è agito dall'opera medesima. Il trascendentale della visione - come posso vedere questo film? quali sono le condizioni mediante le quali questo film mi viene reso visibile? - cessa di essere tale ed inerisce l'opera essenzialmente ed essenziatamente: non è più un a priori del film ma innerva il film stesso; l'operazione della Maclean, dunque, potrebbe riassumersi come segue, e cioè come un tentativo di rapportare una condizione a un fatto, di fare in modo che ciò che trascende e dà il film (banalmente, la situazione storica in cui il film viene prodotto e fruito) non venga restituito dal film ma sia essenzialmente nel film, sia, cioè, essenziatamente il film. A questo punto è facile comprendere l'enorme portata del gesto della Maclean e di quella che potremmo definire la scommessa di Ashrowan: non criticare un ambiente guardandolo da un'altra dimensione ma prendere posizione in esso, assumere su di sé la responsabilità che situarsi in esso comporta, compresa l'acquisizione del linguaggio che fa da schema a quell'ambiente, per poter interagire con esso. È una mossa politica? Certo, ma perché sostanzialmente estetica. L'estetica, infatti, si dispone a una politica delle immagini al fine di evitare qualsiasi immagine politica, la quale sarebbe tale solo e soltanto nella misura in cui l'ambiente condiziona l'immagine come trascendentale, e cioè senza che quest'ultima possa in realtà interagire con esso né, tantomeno, agire su esso; viceversa, Spit your face si fa come coscienza dell'ambiente in cui è, dell'epoca in cui viene prodotto - e si fa quindi come necessità, nel senso che il film, una volta compresa l'epoca e compreso come l'epoca agisca sulla sensibilità e il pensiero di chi, il film, lo produce e/o lo vede, non poteva che farsi in questa maniera qui. Qual è questa maniera? In buona sostanza, è la maniera dell'espressione: il film esprime l'epoca in cui è, l'ambiente in cui si trova, e solo così il cinema può trovarsi all'altezza del presente, solo così la visione filmica può produrre qualcosa di originale a livello dell'attualità, poiché è solo assumendosi su di sé il presente che è possibile deviare la devianza sua propria - la sua logica, il suo linguaggio. La sperimentazione, allora, è un dopo, e comunque sempre una possibilità: Spit your face mostra la necessità non di un altrove e tantomeno indica una possibilità di un avvenire diverso; al contrario, esso esprime il presente e si esprime nel presente, ed è in questa sua condizione di coestensività col presente che apre alla possibilità di una trasformazione, che dischiude le basi materiali di una pratica (visiva e di pensiero, ma non solo) che, assunte su di sé le responsabilità del proprio tempo, lavori sull'attuale e nell'attuale per trasformarlo in fieri, deragliando quel suo divenire che comunque non è mai l'Ineluttabile ma l'Eventuale, in quanto molteplice e, dunque, dell'ordine dell'evento.


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