Restless



La proposta era quella di recensire uno degli ultimi film di Robert Todd, non tanto perché abbiamo esaurito quelli passati e non ci sia più nulla da dire, bensì perché, effettivamente, di quello che sta combinando Todd ultimamente ce ne sarebbe e ce ne è da parlare a iosa. Qualcosa di - penso - incredibile, e così ho deciso di partire dall'anno scorso, ché cronologicamente ha senso se si vuole parlare di qualcosa, e lasciamo perdere, mentre ha ancora più senso partire, invece, proprio da Restless (USA, 2016, 8') per tentare di esprimere ciò che è da una parte, affettivo e dall'altra, assolutamente nulla, non perché effettivamente il nulla, ma proprio perché non è dell'ordine dell'espressione e trova quindi in ciò che non è, in questa sorta di negativo che è il nulla contrapposto alla realtà, una maggiore descrizione della propria potenza. La prima cosa, la parte affettiva, lo è semplicemente in quanto personale, nel senso che, dopo un periodo di incomprensione, anzi, meglio, di impotenza, mi ero disallineata da quello che precedentemente avevo vissuto come una grande scoperta, un'apertura dello sguardo che, si sa, è difficile mantenere costantemente a livello personale, mentre può essere allo stesso tempo intellettualmente compresa e, comunque, sentita e mai disonesta. Al di là dell'interesse o meno (ma soprattutto meno) che può suscitare questo moto personale di scegliere Restless, c'è anche il desiderio di vedere ciò che l'immagine riesce a dare al di là di ciò che esprime, e quindi questo dovrebbe andare a svuotare il campo dell'immagine con un nuovo senso, che però si ha unicamente con l'immergersi reciproco tra lo spettatore e il film, e non con un ragionamento su di esso. Non è quindi la propensione o dell'uno o dell'altro, dello spettatore o del film, ma quell'incandescenza, quella reazione tra reagenti, ognuno con la propria potenza, a darne un'altra, che rimane dell'ordine delle possibilità e non delle cose realizzate. Se prima poteva richiedere almeno una certa confidenza con il cinema di Todd cogliere la vastità sommersa del buio che liquefatta scorreva sotterranea nei film di Todd, soprattutto gli ultimi, come, tanto per dirne uno, Passers by (USA, 2015, 8'), ora tale buio sembra essere maggiormente accogliente (essere maggiormente predisposto all'attrazione verso di sé) e quindi diviene in un certo senso più prepotente. Forse, questo buio, sarebbe meglio da intendere non come una sorta di rovescio, il rovescio della luce, ma comunque qualcosa che, per rivelarsi, ha bisogno di macinare molta energia prima di darsi maggiormente all'occhio, una sorta di carica che appare sì, per rovesciare l'immagine, ma dimostrando che, il suo rovescio, non è altro che un'altra mancanza dell'immagine, non ciò che di essa mancava. E questo è importante. Quindi, non pensiamo a delle semplici contrapposizioni, come se ora (ma quale ora) l'intimità rivelasse la sua parte oscura, anzi ora non rivela proprio nulla, perché già prima non rivelava nulla che potesse avere un significato che si desse verticalmente al soggetto, ma anzi mostrava che dall'intimità potevano nascere nuove potenzialità dell'immagine, quello che non tanto non si mostravano, ma che proliferavano come facenti già parte, nella realtà, del campo cinematografico. Il cinema come qualcosa (ma cosa? ed è importante questo cosa?) che viene prima della realtà. Ma guardiamo al come: ciò che poteva darsi all'occhio, era un'immagine che perdeva, nel suo senso, i significati delle parole che tentavano di descriverla, dove per esempio l'intimità era solo una parola famigliare e nulla più. No, non si sta ancora, per l'ennesima volta, parlando dell'indicibilità dell'immagine, ma ciò che Restless può mostrare, e di qui la partenza (mia, ovvero come ciò che mi è proprio, la mia intimità) su un tentativo di esternalizzare ciò che si ritiene il mondo interno della persona, è proprio questo rovesciarsi dell'immagine come l'impossibilità di continuare a fare contrapposizioni (il visibile e l'invisibile, l'emerso e il sommerso eccetera), perché, non ci sono i termini, i due poli. Dall'intimità personale non si va verso l'esterno, ma sono entrambi coincidenti, e dunque non c'è, di fatto, la possibilità di un rovesciamento, se non nella misura in cui da tale rovesciarsi non vediamo che il vuoto come più vicino. Fin da subito Restless si dà cinematograficamente, senza la necessità del rovesciamento per trovare qualcosa che si cela allo sguardo, e allora ciò che notiamo noi, non è il rivelarsi dell'oscurità, come se questa ci stesse aspettando, come una qualche natura esotica e misteriosa, accattivante, ma l'oscurità che si dà potenzialmente. Che significa? per noi, finita la visione, assolutamente nulla, non abbiamo qualcosa in mano. A forza di agire dialetticamente, a forza di rovesciamenti, anche i più stoici hanno perso la propria r\esistenza, e le continue contrapposizioni hanno portato allo sbriciolamento dei significati, tanto che è inutile contrapporre qualcosa a qualcos'altro considerato il liquefarsi dei significati. Al di là dunque dei continui rovesciamenti non c'è l'acquietarsi della lotta, l'annullamento delle forze o il loro stabilizzarsi, ma ciò che fa del vuoto, l'abisso buio che sostiene Restless e il punto d'appoggio della lotta stessa, la quale, originandosi continuamente, senza mai attecchirsi, diventa insostenibile nella realtà - ecco l'affiorarsi e il darsi dell'intimità e dell'oscurità che nasce dall'insostenibilità della lotta, ma ecco anche la sua potenza, che perviene in qualche modo al cinema come possibilità sua propria di reagire al vuoto delle immagini.


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