Paris est une fête - Un film en 18 vagues





Onde. L'ultimo film di Sylvain George, Paris est une fête - Un film en 18 vagues (Francia, 2017, 95'), non è un oceano e non è nemmeno il suo divenire-impercettibile bensì l'impercettibilità stessa delle onde, la cui somma però non fa l'oceano - e allora che fa? C'è un'impercettibilità delle onde: si sente il rumore dell'oceano, non dell'onda. Un'onda s'infrange sulla battigia, ma non è ancora quello il rumore dell'onda, bensì il rumore della sabbia, dei ciottoli e dell'onda. Non bisogna chiedersi che rumore faccia un'onda bensì com'è possibile ascoltarla, quell'onda - ed è nell'impossibilità, all'inattingibilità di quell'ascolto che va condotto il pensiero. Bousquet diceva che la rivoluzione non è possibile da ricostruire storicamente, non può essere fatta un'archeologia della rivoluzione, poiché ciò significherebbe arrivare fino al punto in cui il primo contadino ha smesso di salutare il suo padrone, e questo è impossibile; tuttavia, l'impossibilità ha un suo valore positivo o, meglio, la sua negatività va preservata come tale, non in quanto contrapposta a un negativo - e ci pare questa, in fondo, la proposta cinematografica del Sylvain George, quello - per intenderci - di N'entre pas sans violence dans la nuit (Francia, 2008, 21'), che abbiamo avuto modo di presentare nel corso del NOFEST 2016 - Cosa fare con il fuoco, ma anche quello del suo lungometraggio-capolavoro, Qu'ils reposent en révolte (Des figures de guerre) (Francia, 2010, 153'), poiché in questi lavori era chiaro - almeno a nostro modo di vedere - l'intento non di ricostruire una genealogia della protesta né, tantomeno, di seguirla, la protesta, nel suo nascere e nel suo fluire, bensì di mostrarne l'incandescenza impossibile da carpire, il suo non essere privato che è in realtà la sua stessa forza: perché la protesta non è generata da alcunché, la protesta nasce nel momento in cui si protesta e quindi sarebbe sbagliato parlare di una nascita della protesta, poiché essa non nasce, si attua e basta, e questo suo attuarsi - il protestare - è la protesta in senso proprio. Strana affinità della protesta e del pensiero: come il pensiero, la protesta non si esercita né sta come un a priori entro il quale può attuarsi l'atto del protestare, ma il protestare stesso - smettere di salutare il padrone - è la protesta. Sylvain George, questo, l'aveva bene intuito, fino almeno a Les éclats (ma gueule, ma révolte, mon nom) (Francia, 2011, 84'), dove la protesta, che sarebbe poi divampata in Vers Madrid (The burning bright)! (Francia/Spagna, 2013, 132') non c'era ma c'era l'atto della protesta, un protestare che non si confonde con la manifestazione né collo scontro ma si dava come atto di resistenza nell'esistenza più quotidiana e tra virgolette banale, quasi che l'esistenza stessa, a sua volta ma forse in anticipo rispetto al resto (a determinate scelte politiche, a particolari movimenti culturali e via dicendo), non potesse che darsi come resistenza. Ora, con questa nuova opera, Sylvain George cambia le carte in tavola e, se in parte pare rinnegare certe acquisizioni che fondavano i suoi film precedenti, dall'altra è come se finalmente rivelasse l'autenticità del suo cinema - ipotesi, questa, che potrà essere verificata o confutata solo seguendo il percorso che il regista deciderà di compiere: quel che è certo è che Sylvain George, con Paris est une fête - Un film en 18 vagues dichiara a gran voce di trovarsi su un crinale, e allora si tratta di capire dove stia questo crinale. Paris est une fête - Un film en 18 vagues segue le vicissitudini politiche della Francia alle prese colla riforma del lavoro del 2016: dopo il Movimento M-15, Sylvain George punta quindi la sua cinepresa sulla Nuit Debout, ma ciò avviene in una maniera diversa, si direbbe quasi più artefatta di primo acchito ma in realtà non è così, la questione è più complessa. Se, infatti, nel lungometraggio immediatamente precedente il regista francese operava, attraverso il cinema, un'operazione eminentemente anarchica, di modo che il cinema potesse riprendere quegli spazi lisci, non ancora striati dalla polizia e su cui i protestanti avrebbero fatto meglio a dirigere la loro attenzione, perché pure possibilità, dunque densi di attività creativa piuttosto che reattiva, come ad esempio è reattiva una piazza blindata, per quanto bella sia durante un'occupazione, se, insomma, in Versione Madrid (The burning bright)! il cinema è come s'affiancasse alla rivolta, non fosse strumento di rivolta ma traiettoria tracciata dalla rivolta stessa, rivolta che, quindi, non può che compiersi (anche) attraverso il cinema - e necessita il cinema così come il cinema è di per sé la necessità della rivolta - ora, in Paris est une fête - Un film en 18 vagues, i rapporti sono controbilanciati, e il cinema sembra come assumere il ruolo della rivolta. Il problema è: quale rivolta? Non è dato, infatti, che la rivolta sia la stessa, e anzi si ha come l'impressione che ora Sylvain George compia un passo se non ulteriore quantomeno diverso, perché ora non è più la rivolta ad essere politica ma il cinema ad essere tale, e cioè politico, il che dev'essere ritenuto dal pensiero con cautela. Che ne è, infatti, di un cinema politico? L'impressione è che in Paris est une fête - Un film en 18 vagues il film stesso sia la politica, ma ciò significa sostanzialmente che il cinema è un avvenimento politico. In che senso? Il cinema si fa politica e si fa tale all'interno di un contesto che politicizza esso stesso. Ovviamente, il contesto - quello delle proteste francesi - non deve essere dato per scontato, e anzi la domanda «è politico ciò che accade» deve risuonare come eco di quella che chiede se invece ciò che accade non sia politica. Quella stessa politica che innerva la protesta e la sostanzia come tale: una politica che si innerva nella società anche e soprattutto attraverso la contrapposizione a essa. In fondo, che le proteste francesi fossero di per sé materiale effimero per una rivolta e che celassero al loro interno la loro, segreta, indole borghese è cosa affatto risaputa, ma è qui che Sylvain George intercetta il movimento controrivoluzionario mediante il cinema: mediante il cinema, Sylvain George restituisce dignità rivoluzionaria a una realtà totalmente spoliticizzata o, comunque, obbediente a un'idea di rivolta puramente formale, e dunque vuota, non empirica. Come avviene ciò? Ecco il secondo punto: il cinema, in Paris est une fête - Un film en 18 vagues, cessa di disporre a una politica delle immagini per restituire immagini essenzialmente politiche, ma, dato quanto sopra, è chiaro che tale politicità non possa che seguire lo sguardo, più o meno festivaliero, del film medesimo. Emblematico, a questo proposito, è il lavoro sul sonoro operato da Sylvain George. Non che le immagini siano trattate diversamente, ma mai come prima d'ora Sylvain George aveva avuto tanta attenzione per il sonoro, per il suo - in relazione alle immagini strettamente intese - contrasto e contrappunto, che muove addirittura buona parte del montaggio, come è incontrovertibile dalle sequenze che chiudono il film, dopo i titoli di coda. È un artefatto? No, è cinema allo stato puro - ed è questo che importa, in ultima e definitiva istanza. Sylvain George, in Paris est une fête - Un film en 18 vagues, opera cinematograficamente, ed è il cinema a farsi politico, e ciò nel momento in cui, di fatto, la politica manca. Cosa manca? Non manca l'immagine, ma l'immagine riempie un vuoto, quello politico, altrimenti incolmabile - per chi? Per quegli stessi che protestano. Il gioco di Sylvain George avviene su un duplice piano: da una parte, l'inconsistenza di una protesta; dall'altra, la possibilità di interagire cinematograficamente con questa inconsistenza, di renderla consistente. Certo, non sul piano della protesta bensì su un piano che, quella stessa protesta, la rende un fenomeno estetico - e come tale la protesta assume valore o, meglio ancora, consistenza ontologica. L'operazione di Sylvain George è delle più radicali: egli si accorge del potere, o quantomeno di un potere del cinema, e lo radicalizza. Questo potere è d'instaurarsi politicamente, il che non significa che il cinema sia la politica ma che la politica sia il cinema; nel vuoto lasciato dalla politica, s'insedia il cinema. Burch, il cinema come «potente strumento non solo di controllo ma anche di mobilitazione sociale». Mobilitazione che non è più quella griffithiana del KKK e altre assurdità, e nemmeno più quella del Vidor o del Grierson «evviva la democrazia statunitense», bensì della rivolta. La rivolta, attraverso il cinema, si ritrova come positivo: l'anarchia viene destituita, e la rivolta, quale pura negazione, come negativo che lavora di per sé e, quindi, per conservarsi come tale, non certo per positivizzarsi (è, se si vuole, il vecchio problema, segretamente neo-blanquista, di chi odia la polizia: come se ci fosse qualcosa da odiare nella polizia... mi rivolto - ma non mi rivolto perché è un mio desiderio, non mi rivolto per rivoltarmi, ma mi rivolto perché fondamentalmente sono reattivo, decadente, e quindi mi rivolto contro--- la polizia, lo Stato, il fascismo quale oggetto qualunque, la borghesia = x), viene infine positivizzata, assume una positività, è il positivo - e lo è nella maniera in cui manca, dall'altro lato, un polo, un positivo. L'audacia del gesto di Sylvain George è pari alla sua pericolosità. L'immagine si fa del reale, non sul reale: l'immagine viene ad essere reale, non manca più. È il reale che manca, la rivolta è inconsistente. Il cinema, creando delle immagini di ordine prettamente fàtico, riallaccia lo spettatore alla realtà: è il sogno di Deleuze. Credere nel reale, credere nel mondo. Quale? Quello che manca - che cioè è nell'immagine. L'estetica assume i connotati dell'ontologia, o meglio la sostituisce: l'espressione ontologica è sostituita da quella estetica. Non un'estetizzazione dell'essere, ma un essere che manca e che viene restituito, riempito o quel che è attraverso un'estetica tutta ritorta su se stessa. L'immagine, che mancava, viene ad essere; il mondo, che c'era ed era tutto ciò che accadeva, viene a mancare. Come nel fascismo. S'immagini un paese distrutto dalla guerra, un paese nientificato in cui la propaganda di regime è tutto ciò che ancora fa credere ai pochi sopravvissuti, nascosti chissà dove, che esista un là-fuori: quel là-fuori non potrà essere altro che l'immagine - ma che è un'immagine che non permette una proiezione del proprio essere, che è puro desiderio, al di fuori di sé, se non una rappresentazione? Appunto, un narcisismo assoluto (del cinema), un suicidio simulato (della politica): l'oceano.

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