Listen to me



Guardare o essere guardati non sono dicotomie superate ed esclusivamente relative a epoche in cui si pensava che le dicotomie potessero davvero sussistere, definendo l'io dal non-io e via di questo passo, ma possono essere usate con un qualche valore anche oggi, senza che si perda la possibilità che un qualche senso permanga anziché parlare a vuoto di cose che non hanno più alcuna sussistenza pratica. Ecco, si colloca più o meno a questo punto di possibilità il cortometraggio di Carla Andrade, Listen to me (Spagna, 7', 2016), il quale tenta di creare una faglia tra l'essere guardati o il guardare della donna, cioè tra una condizione oggettificante e una che tenta di riappropriarsi dello sguardo in qualche modo, per quanto possibile, per quanto questa riappropriazione sia sempre e solo una lotta senza fine e destinazione. Per questo probabilmente gli elementi che scorrono in questo cortometraggio possono apparire in parte stucchevoli e in parte scontati, perché, al di là degli intenti più o meno dichiarati, l'immagine lavora al di là di essi, al di là di ciò che semplicemente mostra, il suo essere guardata. Non che questo significhi che sia al di là dell'etica dichiarata, ma invero che l'immagine si dia nello sguardo, il che comporta un lavorio che interrompe, per quel tempo proprio e sentito da ognuno in modi diversi, la propria visibilità dell'essere guardata. L'immagine si mostra quindi nell'atto di farsi guardare, in una relazione che risulta tuttavia dialettica e non di semplice contrapposizione tra l'immagine e ciò che la guarda. Possiamo quindi dire che, se l'immagine si lascia guardare, è anche attiva in tale processo: l'immagine guarda e guardando esce da quel lasciarsi guardare di cui prima era tuttavia l'oggetto e il soggetto, perché fatta per essere guardata, il che significa che rientra nelle sue potenzialità in quanto nella - seppur con riserve - visibilità. Ecco perché non bastano degli elementi più o meno significativi per costituire un film, sia esso in digitale o in pellicola, ma essa stessa risulta produttiva per la creazione di quel qualcosa che nasce tra spettatore e film, quel qualcosa di energico e invisibile, la contrapposizione congiunta che si crea tra il guardare e l'essere guardati che la Andrade cerca di realizzare in Listen to me. Contrapposizione che non ha nulla di correlabile a immagini rappresentative che tanto possono fare da bandiera a un certo femminismo, Listen to me cerca di attivare un lavorio di riappropriazione dello sguardo della donna. Perché parlare di donna adesso? quale il senso? Chiaramente la Andrade non ha intenzione di fare un manifesto politico, e tale movimento di riappropriazione non si inserisce come è ovvio in quello di emancipazione, ma si dirama per e attraverso lo sguardo. Le immagini colpiscono tutti, indistintamente, uomini e donne, ma sembrerebbe, almeno per propaganda, che colpiscano maggiormente le donne, più sensibili all'estetica (?). C'è poco da piagnucolare sull'essere guardate proprio delle donne, condizione di oggettivizzazione soprattutto ricercata che, lasciandola quieta, a macerare e fare il suo gioco, senza alcuna ricomposizione di sorta, non può che inchiodare la donna al ruolo di vittima oggettuale, che fonda cioè il proprio ruolo di vittima sull'essere guardata. Da qui ci sembra che Listen to me cerchi di rimettere in circolo l'altra parte dell'essere guardate, il guardare, quello che potrebbe essere il polo in cui si possono alimentare altri tipi di immagini o solo immagini cinematografiche, quelle che, non tanto sono al di là del genere, ma che si alimentano nell'essere donna della donna. Non quindi un movimento di liberazione dall'essere donna ma la riappropriazione del proprio sguardo, che non può non passare prima per lo sguardo della donna, un tentativo cioè di rimessa in gioco delle forze restanti, quelle che, purtroppo, forse, sono sempre minoritarie, quelle che operano nell'essere guardate. Certo, a questo punto ci si chiede perché si continui a parlare e quindi a far sussistere la dicotomia. È tuttavia anche vero che questi discorsi non possono tralasciarla, perché essi vivono sulla pratica quotidiana, la quale non è mai dicotomica solo nel momento in cui acquisisce una pienezza di senso che richiede i possibili della realtà, ciò che Listen to me tenta di far emergere, compreso quel guardare che innerva l'essere guardate, senza la pretesa di pacificazione propria della dicotomia.


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