I think you should come to America


I think you should come to America (Inghilterra, 2017, 21') analizza la formazione dell'immaginario su una cultura diversa dalla propria attraverso le immagini, e in particolar modo si focalizza sull'immaginario che una giovane polacca può crearsi sui nativi americani, considerati anche sentimentalmente vicini grazie a una comunicazione scritta tramite le lettere che la stessa Kamila Kuc intratteneva con un prigioniero nativo americano. Interessante notare che prima di questo nuovo cortometraggio, la Kuc ne aveva creato un altro, Batum (Inghilterra, 2016, 8'), per certi versi affine, in quanto andava a indagare l'intreccio tra ricordo e immagine (in particolare ciò che manca nell'immagine del ricordo e della storia) e anche qui la parola scritta assumeva un particolare significato soprattutto quando veniva evocata senza essere detta, ma il solo ricordo di tale scrittura - una poesia nello specifico - era sufficiente per stimolare immagini senza ancoraggi, che venivano solo evocate nel cortometraggio e mai rese sulla pellicola. In I think you should come to America la parola scritta lega i due immaginari, quelli dei due scriventi, e qui di nuovo scrittura e immagini si mescolano, trasformandosi e alimentandosi. Se è vero che il popolo polacco potesse sentirsi affine alla popolazione degli indiani d'America nella sua ricerca di libertà (per i polacchi significava libertà dall'Urss), è anche vero che l'affinità era invischiata con una certa campagna educativa che si proponeva attraverso le immagini dei film americani, la quale non solo e non tanto mitizzava, ma anche e soprattutto stimolava un certo immaginario. La corrispondenza privata non può che accentuare le discrepanze che prima non si vedevano grazie al suo carattere privato appunto, che non è importante unicamente come riferimento concreto e vicino di una testimonianza reale, ma è soprattutto ciò che stimola a interrogare chi è posseduto sull'origine e formazione di tale immaginario. Non crediamo che possa essere troppo forte parlare qui di possessione, specialmente se si considera il carattere di incarnazione che hanno entrambi, possessione e immaginario: una guida che forma e scava la persona, che la riempie di ciò che essa stessa ospita, demoni o immagini. Lasciare spazio per altro fa parte del lavoro incessante che l'uomo dovrebbe compiere per mettere in atto una contro-compagna educativa, magari ospitando ciò che non chiede un atto di fede per provare la propria esistenza (banalmente, un film sui nativi americani crea una certa rappresentazione degli stessi, i quali, considerata la lontananza nel tempo e nello spazio, una rappresentazione appunto, non chiedono allo spettatore di credere nel presente a ciò che vedono, si sa in anticipo che è un film, ma lasciano intendere che la loro ricostruzione sia almeno verosimile, una ricostruzione che, se in ciò che accade può essere più o meno romanzata, assume un qualche valore di verità per gli spettatori per tutto ciò che è di contorno o sotteso, valore che porta appunto con sé una certa informazione di ciò che viene rappresentato, in questo caso i nativi d'America). Ma I think you should come to America, lungi dal banalizzare la questione, non esorta, diciamo così, a disfarsi delle immagini: le immagini, quelle immagini trascendenti demoniache, si interrogano e rispondono da sé, e non sarà la maggiore o minore consapevolezza dello spettatore a fare la differenza, perché la consapevolezza si fonda su una coscienza che, se non si attiva o se non è attivata, non entra per forza in relazione con l'oggetto filmico per interrogarlo se questo non lascia spazio ad alcuna interrogazione. Le immagini, di per sé, non fanno domanda, è il rapporto che si crea con il vuoto che lasciano e lo spettatore a indurre il procedere dell'interrogazione: le immagini, riempiendosi con la rappresentazione, non lasciano alcuno spazio di rapporto con l'altro, con lo spettatore, con la realtà il più delle volte, bastano a se stesse e sono inglobate così, prese per quelle che sono, ma comunque accolte nel loro potere demoniaco formativo. Sarà il cinema, come quello che intende proporre Kamila Kuc, a cercare delle faglie, a creare lo spazio necessario affinché si possa innestare la domanda che interroga l'immagine stessa, creando così una contestazione. L'interrogazione non vuole dichiarare o meno la falsificazione attraverso l'immagine, ma svela l'immagine nel suo carattere falsificatorio e questo, a maggior ragione qui, non è un o il fine della sperimentazione, ma è piuttosto il suo agire sperimentalmente e quindi interrogando, a creare la possibilità che il carattere falsificatorio della rappresentazione si palesi in un modo che non richiede, a sua volta, la presentazione di qualcosa. Ci spieghiamo meglio: I think you should come to America non mostra la falficazione dell'immaginario, ovvero come quest'ultimo opera attraverso l'immagine, cioè non mostra, palesando e quindi creando un'altra immagine, ciò che avviene, ma crea quel vuoto necessario per l'interrogazione attraverso l'evocazione di ciò che l'immagine non può mostrare, come quel rapporto intimo creato attraverso la corrispondenza, quel privato unico e particolare che lega e slega i due scriventi. I think you should come to America non è propriamente un atto di smascheramento, prima di tutto è cinema dei rapporti, che contestano continuamente la loro appartenenza, le proprie immagini, il proprio mondo.

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