Hundun



A dir poco interessante, Hundun (Hong Kong, 2016, 3') di Lin Li è un cortometraggio la cui visione racchiude una contemplazione sagace e appassionante, perché no anche pacificante, come cioè ciò che riesce a toglierci quella rabbia che comunemente sentiamo ogni giorno, non perché questa sia insana o da eliminare, e infatti non è da intendere l'operazione di Lin Li in modo sottrattivo. La pace la troviamo perché, in qualche modo, le cose ci tornano, non nel senso che quadrano, rimettendosi così a una qualche regolazione, bensì ci tornano indietro in maniera da potere accogliere le loro qualità senza venire sopraffatti dalla loro logica, ma in una sincronia che non può che metterci in pace, perché finalmente nella possibilità di un rapporto con il cosmo che non ci sovrasta. Le cose quindi ci tornano indietro, nel senso che ciò che è dell'esperienza ritorna ad essa, in un moto circolare che anziché unificare per racchiudere, stoppando qualsiasi possibilità di creazione e diramazione, unifica per creare e per diramare: da qui la pace di Hundun è qualcosa che permette all'uomo di poter respirare in mezzo a un mondo caotico e incomprensibile, respirare con l'ossigeno che arriva dal cosmo stesso, il cui ossigeno è, fino alla fine della propria vita e, forse, oltre di essa, ciò che sembra alimentare la melodia di Hundun. Non quindi un talismano contro l'aggressività del mondo, ma in un certo senso ciò che permette a tale aggressività di trovare il proprio senso, perché, fondamentalmente, per dirla istituendola, legittima. Tale legittimità però viene meno sempre a livello  terreno certo, ma al di là delle strutture umane, dove l'aggressività non è circoscritta dallo stato di diritto. Oltre questo stato che cosa c'è? Si dice - e qui il si ha valenza dell'inautentico - la morte e la devastazione dell'uomo, il quale vive per essere direzionato da qualcosa: l'Es, il Bisogno, i Soldi, lo Stato. Che le cose tornino indietro, allora, ha senso non nell'ordine cosiddetto terreno, dove sembrerebbe che, bene o male, una contestazione continua sia destinata inevitabilmente, prima o poi, a fallire o, il che è lo stesso, anche se ha tutt'altra implicazione, a terminare, perché in fondo il rovesciamento della struttura, unito alla contestazione continua che ricerca continuamente il rovescio, si attenua per il fatto stesso di trovarsi nell'istituzione che l'ha promosso. Le cose ci tornano indietro circolarmente ha senso dirlo se queste cose dall'esperienza ritornino ad essa, ma l'esperienza della circolarità non è quella del cerchio in sé e nemmeno del cerchio soggettivo, quello che ogni persona che costruisce la sua realtà si forma validando o meno i propri costrutti. Da un'altra via parte Hundun, la quale, molto banalmente ma ciò ci sembra fondamentale, è quella cinematografica. Se Hundun non è semplicemente un cortometraggio contemplativo, non è perché la contemplazione non sia sufficiente, ma perché da questa si può passare a considerare il fatto che ciò che si sta guardando concerne l'immagine in quanto impossibilità di rappresentare ciò che mostra, mostrando così qualcosa di ineffabile. Il ritorno in questo caso ci porta alla materia sensibile, ed ecco quello che possiamo vedere alla fine di Hundun, quell'albero sfocato che ci ritorna come oggetto ed esperienza dell'albero dopo l'avvento della forza cosmica. Il ritorno alla materia sensibile non è propriamente così lineare, nel senso che è stato causato dalla forza cosmica, ma materia e cosmo sono in qualche modo coestensivi. Certamente non lo sono, ma non lo sono perché non li possiamo vedere entrambi, ed ecco l'immagine del caos cosmico di cui non possiamo vedere nulla e che, in fondo, non è rappresentabile: non lo vediamo qui, in effetti, e ciò che rimane, quella circolarità piena di senso, è già ciò che viene dopo al caos. Quello che rimane però, in questo dopo, è la non rappresentabilità che continua a persistere nel cortometraggio, dove anche l'albero non è l'albero così come ne abbiamo comunemente esperienza, ma è l'albero che giunge ai nostri occhi dopo che, tramite l'immagine, abbiamo potuto vedere la forza circolare che pervade anche la terra. In mancanza dell'origine quindi, Hundun non può che rimandare alla circolarità, e quell'albero non lo possiamo più davvero vedere, perché ciechi dal cinema, a discapito delle immagini comuni, nella sfocatura che rimanda il cosmo.


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