Fotogrammi #60: Schefer, la responsabilità dello sguardo e la visione quale differirsi della morte



Se, in mezzo a una commedia qualsiasi, si accelerano, col proprio tempo sperimentale, degli affetti all'indirizzo di nessuno - sarà solo il mio nervosismo, o è questo concatenamento e questa rete di sentimenti ignorati che ci attraversano, a svegliarmi d'improvviso, a destare una sorta di vergogna, ed una certezza che non posso estinguere? Infatti, in quello stesso momento c'è gente che viene uccisa per le strade; nello stesso momento in cui assisto, come uno stupido, al raduno di una mandria di mucche americane, la guerra continua, poliziotti in gran numero si muovono in silenzio, si uccide, e io non ho altra risposta più forte né più debole che invocare la dignità di una vita, di una qualunque vita, però come se fosse ormai troppo tardi. E come se questa enorme macchina cinematografica di cui, certo, noi siamo la dimensione reale e l'intera bobina e il movimento perpetuo, rendesse all'istante ciascuna vita semplicemente più solitaria, dato che, con un movimento ripetuto, leggero, incessante, come una sorta di schiuma, porta via i morti fuori dalla nostra vita. Sapevamo dunque che quegli stessi sentimenti impalpabili (quasi si saggiasse una risorsa di verità e, là, si esaurisse), quelle emozioni più fini erano come dita leggere e, non so per quale legame solidale, erano una macchina omicida, una sorta di ruota, un potere di strangolamento della somiglianza e della smorfia umana - prima che la macchina potesse significare alcunché, prima che potesse replicare verso coloro che guardavano il minimo cenno di sconforto ormai credibile. 
Eppure, la morte di ogni uomo - omicidio e suicidio senza fine -, la scomparsa di qualunque uomo, e dell'incomparabile solidarietà di un uomo nel mondo, lascia dunque in noi una risposta insufficiente, mentre, in modo terribile, stupido, concede un rinvio alla nostra morte. Il silenzio nuovo, la viltà o la fatalità da cui proviene, dopo tutto sono forse solo il peso di questa morte, che per un istante si aggiunge a noi stessi.

— Jean Louis Schefer, L'uomo comune del cinema

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