A . R . G .



A . R . G . (Italia, 2017, 2') è l'ultimo lavoro di Ignazio Fabio Mazzola, nato negli stessi giorni in cui il noFest 2017 - Non è un pranzo di gala aveva luogo a Milano, e non è forse un caso che da questo ambiente parta anche A . R . G ., come ciò che in parte accoglie non chiaramente il noFest, ma ciò che da esso può proseguire e sfuggire, immergendosi in un luogo tanto spensierato quanto costruito come può essere un parco giochi. Il parco giochi, come  luogo di gioco per il libero sfogo dei bambini, è anche allo stesso tempo ciò che raccoglie tale libertà, in parte costituendola e in parte trasformandola, sempre lasciandole però lo spazio per far accadere qualcosa che, in una realtà vasta e ampiamente antropomorfica come Milano, possa anche dar sfogo a ciò che può andare al di fuori dell'ordinario e che, appunto, trova nel parco giochi la possibilità di realizzarsi. Come quindi il gioco, anche il cinema si inserisce in questo luogo, ma l'operazione che Mazzola compie è in parte diversa da ciò che concerne il gioco e ciò che con esso si può strutturare. Infatti, quest'ultimo è facilmente propenso all'interpretazione di quello che il bambino può esprimere attraverso di esso: le figure del gioco diventano rappresentanti del mondo del bambino e questo a maggior ragione perché si è nel luogo del parco giochi come luogo predisponente al gioco e alla sua espressione. Se è vero però che un luogo non designato a priori da progetto umano può essere usato rappresentativamente, e allora una scarpa diventa una nave, o gli aghi di pino secchi, se raccolti, diventano i confini di una casa immaginaria, è altrettanto vero che esiste una sfera del gioco che sfugge a colui che si erge a interpretare, una sfera in cui si creano collegamenti e rapporti del tutto nuovi, e allora la scarpa e gli aghi si concatenano in ciò che l'uomo può solo sforzarsi di relegare in uno spazio come quello del parco giochi, il quale diviene l'unica possibilità per premunirsi prima e costruire condizioni più propense al controllo e alla regolazione dei bambini. Meglio però è ciò che ci sembra cogliere Mazzola in questo  A . R . G ., il quale parte anch'esso da una certa definizione attraverso delle lettere che, se da una parte perdono il loro senso nel loro agglomerarsi in quel modo, lasciano anche uno spazio bianco non riempibile, perché da un possibile riempimento non se ne acquisirebbe un significato che avesse valore almeno per il cortometraggio in questione. In  A . R . G . non si è trattato di restituire a una figura, come fatto per esempio in precedenza in / / / (Italia, 2017, 1') e O O O (Italia, 2017, 30''), una cecità che potesse darsi in un gesto cinematografico che tentasse di catturare in qualche modo i possibili che con tale figura si rapportano, ma scaturisce però da quello stesso gesto cinematografico che tende verso il campo di forze che dalla figura al luogo si compone, vicendevolmente, in un rapporto di non esclusività con la realtà. Ecco che allora il luogo del parco giochi non è più semplicemente ciò che assieme accoglie e struttura, libera e sfoga i corpi fantasiosi dei bambini, ma diventa anche ciò che accoglie il cinema in una forza centripeta che solo apparentemente si spinge verso l'esterno. Accogliere il cinema quindi come se esso venisse risucchiato da quel centro che non è tanto il regista, ma è tutto la macchinazione che vede l'uomo come uno dei pezzi, e che è ciò che si predispone a catturare i possibili del cinema. Accoglimento che chiaramente non trattiene ma neanche fa uscire, permettendo a tale espulsione di divenire in questo modo, con i suoi rapporti con l'esterno, simbolica. Con ciò le immagini non acquisiscono significazione per il solo fatto di presentarsi, ma hanno però un senso che è da vedersi in relazione al movimento e non all'atto finale. La forza centripeta non nasce per forza dal centro se non nella sua realizzazione, cioè nel corpo che si muove circolarmente, ovverosia nasce da un centro definito ma immaginato dalla fisica meccanica, in cui quell'immaginato non significa certo che tale centro non esista, ma che è virtuale. Sarà A . R . G . a mostrare come tutto ciò non si consolidi in uno o più punti fermi, per esempio il solo punto virtuale del centro, ma che da quei punti si dirami non solo la forza che permette al corpo il movimento circolare, ma anche le forze che coinvolgono il luogo stesso come spazio in cui, se un punto viene scelto come realizzatore del moto, è altrettanto vero che tutto ciò che lo concerne fa parte di quel punto: non c'è più così quindi, cinematograficamente parlando, il punto, ma le forze che dall'interno all'esterno, e questa volta anche dall'esterno all'interno, trapassano i punti, i quali si confondono in questa apertura, diventando più paesaggi indefiniti, sfocati, anziché punti di riferimento. Non c'è però allo sguardo solo una sfumatura indistinta, ma l'atto stesso di guardare perde il suo senso comune e ordinario per darsi in una confusione in cui i riferimenti non tanto si perdono, ma sono più propriamente presenti senza servire a nulla, non orientano più, ma servono solo l'occhio come puro organo vedente, il quale ricerca qui, nel cinema di Mazzola, le sue possibilità di smettere di guardare per guardare davvero, inglobato nello spazio, spazio esso stesso, ma sempre contestando i riferimenti come unica possibilità di poter vedere autenticamente. 


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