Terra bruciata #1: Lo sta(tu)to dei deserti, pt. 3


Il paesaggio è pieno di oggetti che si pensano riconoscibili e domestici, per la mutua, misura di senso che intrattiene la nostra presenza al loro cospetto... il nostro reciproco essere qui. Ma non è così. È da sempre che la modernità e il postmoderno titillano con la sonnolenta ira delle loro canefore. Si allunga la mano e non si pesca niente da questo ‘mare degli oggetti’ - direbbe Robbe-Grillet, men che meno fa credito la consolazione di un destino fatale, calcolato con il fantomatico unico colpo di dadi... L’accento delle frasi non è più esempio. L’illusione dell’esemplarità - si pensa di venire a patti con gli accidenti e con l’esperienza stessa. Ma l’erlebnis è fulmineamente ereignis. E di questi tempi l’ictus di una parola, ‘scavata’ nella lettera, nel gramma, non può essere ‘esempio’. Ha da esser casualità, pronuncia giocata nella sciagura dell’attimo, navigazione a bordo del flusso. 
Da quest’arca veleggiante guardo la battaglia in volo, sotto di me; posso essere e sono solo l’’esempio’ di un’espropriazione infinita da me stesso e dai miei atti. Cosa vedo? Di che cosa parlo?
La visione nasce dal vuoto ed è vuota... quando pronuncio il mio nome non parlo della mia esperienza, vengo da me, con me, dentro una fase di mondo in cui mi nomino... e ‘pro-nunciare’ dice di ‘venire prima della parola’... io vengo prima di me... Dal momento che già le parole mi si sono liquefatte in gola, i gesti atterrati, il contrappunto inscatolato nella nenia. Come il capitale e il lavoro che restano, nonostante tutte le negoziazioni delle ‘economie’, due monadi agoniche, così la mia esperienza e le immagini che ne scaturiscono, a dispetto del linguaggio e della sua ecceità appuntita e ideologica, rimangono oggetti spigolosi e austeri, materia incomprimibile. 
Quali ‘pre-visioni’ posso fare da qui? Quali meccaniche posso inventarmi? Appena la mia autospogliazione dalla salute, che ridacchia sapendo che la ‘superficialità’ della crisi trascende le singolarità, moltiplicandole con sagacia tattica: tutta la mia lettera sibillina, il mio calendario in tessere musive... il formulario epico... gli aitia alessandrini... il banditismo di un carmen perpetuum, la mia vasta raccolta adulatoria di imprecazioni... quel mandato supernaturale dell’arte che preesiste ai codici comportamentali, a qualsiasi labor limae, all’ingenium... allo stile cancelleresco... 
Mi auguro allora che il vigore argomentativo del male trabocchi dalle torsioni della melodia... che almeno sia una stupefacente vanagloria... l’inquadratura implacabile di squisita accidia della nostra distrazione quotidiana: spezzare generi apodittici e incauti nella classicità delle memorie e negli epitaffi della storia. 
Oggigiorno dare uno spazio a chi sgomita per il ritrattino pubblico, per la paginetta dei recensori, è sacrosanto. Sopravvivendo razionale l’indigesto rantolo della facezie, dei monili di mercato, della crapula pubblicitaria. 
Chi s’incarica di un’immagine desertica, scavata, increspata in superficie? 
E non appena si pensa di agire in realtà si è agiti. Ma lo s-concerto non è puro, non è augusteo... di nuovo mi sembra prudente accostumarsi a un’ipotesi di cancellazione, di rasura dall’opera. Autorialità che si scompare. Dimenticare e toccare l’anonimato di una mediocrità più sicura, più giusta. Il divenire in mezzo che si postula ai capisaldi dell’ascolto: Nono, Hölderlin, le avanguardie post-autoriali del cinema... Ecco - perché no? - Un vero campo di battaglia. A strappare i petali del florilegio di langue per un massacro della figura dell’autore con la sua tradizione. Un disporsi a sparire dalla scrittura, dall’esecuzione... il fuori tempo come aiòn (Parmenide, Pitagora) in cui il suono venga da solo e sia già un ascolto
Piuttosto una fêlure o una défaillance. Un cadere metabolico. La sperimentazione-esperienza s’incammina da sola nella perdita (d’orizzonte, di materiali, di immagine...) e quello che può ‘fare’ è abituarsi al silenzio - ‘azione’ che sta al centro della persuasione retorica (Michelstaedter appunto ‘doppiato’) - un silenzio proiettato verso l’azione come variazione. Ecco che l’immagine allora non sa rinunciare all’avventurismo della fisicità - Azione - Variazione - Situazione -. Il suo principio di mutismo, di sospensione, di tacitamento. Quello della ‘risonanza’ di un timbrismo s-concertato in musicazione. Stupefatto e senza esito. 
Abbracciando la distruzione dal di dentro, le immagini sono ‘seminate’ sul piano del significato dal loro contenuto semantico stesso (fuga ermeneutica) e sul piano del significante dal mistero ottico (presenzaassenza ontica nel visu). Perciò è tempestivo dire che l’immagine è possibile solo come ‘vista’. Ma la vista - (fra)intendiamoci - non è ‘vedere’; è di fatto la scena di questa distruzione camuffata dalla retorica del dire. Come nel cinema si ‘sente’ l’illusione del movimento sobillata dai tagli di luce, in musica si ‘vede’ la finzione, la dissimulazione, incisa dalle quantità sonore o in poesia (fatta per il foglio e raramente per la scena) si legge l’illeggibile. Fu familiare a Leopardi. A Mallarmé, a Kleist. Tutti vogliono ciabattare, dire la loro. Ma non si può. Evidentemente. Con buona pace. Non è un divieto (di parola, di espressione... qualche spettro del ça-parle di marca littoria eternoritornante), è solo che ‘prendere la parola’ - catturarla o fare una dichiarazione - è una sciocchezza, un ridicolo farfugliare, declamare miserie, orrori. Gregarismo del flatus vocis, nella migliore delle volte. Equivoco clientelare della comunicazione. Non c’è niente da dire, c’è molto da ‘fare’. Azione. Nel senso di muoversi, di mutare, di variare. Se il cinema non può suonare, che ri-suoni, con l’impegno di svarionare nella ripetizione che sempre è... virtuosamente il vizio della variazione in cui giace lo scacco. E la variazione è la poetica di questo scacco, di un cinema che non c’è. 
È evidente: dobbiamo stare dentro a un paesaggio. Il poeta è un landscape-gardener, amava rintuzzare Poe. Giardinaggio per l’appunto. Ma il nostro paesaggio è, con il conforto di Deleuze e Foucault, il poema acconciato come una carta. Che connette i punti, i mutamenti, le resistenze, i corpi... Ecco: quadrettature, fregi musivi... Topografie, giardini. Diagrammi della macchina. 
In realtà non è affatto necessario essere militanti di qualche estetica post o affiliati al Luther Blisset scalpitante. Attualità o inattualità del contemporaneo. Non conta, dato che facilmente è apparso ormai il fantasma della macchina. Un fantasma macchinico delle cose. Articolazione del singolare nel molteplice e viceversa. Articolazione occhiuta che fa dell’autore un fuit-defunctus
Si vuole conoscere, affidandosi ai sensi. Ma affidarsi dovrebbe voler dire ‘tradire’. Aver cura di confondersi, nello specchietto in trousse della chiarezza cristallina, dove Narciso è chino, sorpreso sull’acqua. Parco giochi in che la nostra solitudine bambina è ghermita d’attonimento, da tergo. Non un semplice trompe-l’œil, non un semplice deserto ma la differenza tra i visionari ‘bidelli del Walhalla’ e chi la visione la trova nel non-veder niente, nel brancolar alla cieca. 
Sì. Si pensa di agire in realtà si è agiti. Questa è la gemma ironica che si beffa di tutti noi. Infine non c’è più né azione né variazione né macchina. C’è un’intercapedine dove l’intimità è quel maquillage di cui parlavo prima, il supplemento di una differenza
Visioni e sensazioni si vanno progressivamente ‘interiorizzando’ come nuovi gradi progressivamente più formalizzati e astratti di metarappresentazioni. Schermo dell’immaginazione. Una sorta di cinema mentale, una ‘vista’ interiore: ichsichheit (?) proiezioni cinematografiche – S. Tommaso – sorgente luminosa che sta in cielo e trasmette delle immagini ‘ideali’? 
Le emittenti potrebbero essere anche ‘terrene’ – inconscio, tempo ritrovato di Proust, epifanie joyciane, immaginazione visiva del Barocco. La domanda fondamentale è: la fantasia è un processo additivo o sottrattivo, una grande faglia, una curvatura destrutturante, decostruente? 
L’immaginazione è perdita di sensazione, falsificazione. L’immaginazione funziona come rapporto di rappresentazione, facoltà mnestico-genetica che si instaura all’interno della macchina proiettiva del cervello. 
«Gestaltung, Umgestaltung, Des ewigen Sinnes ewige Unterhaltung… » «Forma, informe, gli eterni sensi d’eterno intrattenimento… ». (Faust II 1,3); sono le parole che Mefistofele rivolge a Faust per svelargli il mistero di queste entità: le Madri, incontrate nella Galleria oscura: la prima delle tre scene il cui climax culminerà con l'invocazione di Elena. Queste arcane presenze si possono identificare con una sorta di inconscio collettivo. Le Madri rappresentano la foggia originaria e primitiva di ogni forma vivente; sono i guardiani del passato, custodi delle immagini immortali che esistono come ideali ricordati. Vivono nella contemplazione delle ombre, delle memorie, dei sogni, nel regno infinito dell’irrealtà spettrale. Esse sono le depositarie di una facoltà immaginifica dove solo i pattern figurali esistono. La loro ‘vista’ può vedere e proiettare solo immagini archetipiche, una pre-formatività mitica e simbolica delle cose e degli oggetti. È per questo che Mefistofele dice a Faust: «Non ti vedono, perché vedono solo schemi». È insomma un bildhafte denken quello delle Madri, che monta ogni immagine e ogni suo dissolvimento: forma e informe, formatività e decostruzione della stessa. 
L’eidetismo di Klee, la ‘spiritualità’ di Kandinskij, il ‘suprematismo’ del ‘nulla liberato’ di Malevič o ancora il pensiero della serialità dalla Dodecafonia a Darmstadt, fino alle neoavanguardie letterario-figurative di Noigandres, della poesia-visiva ecc. Griglie di oggetti e di processi da relazionare – scritture matematiche, combinatorie –. 
L’atto di immaginazione apre un foro nella sensazione: si tratta di un’effrazione, una scissura, una discrepanza. Addirittura una decreazione in quanto c’è un vuoto tra l’ideazione primaria, orizzontale, normativo-categoriale e l’ideazione secondaria, verticale, formale, relazionale. 
L’intero gioco di sottrazioni, spostamenti, aperture, deterritorializzazioni impossibilità, in-liceità dell’immaginario, dominio unico della lettera. Imagismo di Ezra Pound. 
La necessità di un centro dello scambio metaforico (dialettica schellinghiana dell’uno e del molteplice) si capovolge nel vuoto: il centro è assente, diviene in realtà una umgestaltung. L’immaginario è decostruito, è un filo che si slaccia, pieno di aposiopesi: immaginare significa allora passare a fianco delle sensazioni, in un rondò incerto, saltellando da una figura all’altra. Uno spazio vuoto e fantasmatico si insinua tra i due piani d’ideazione, il primario e il secondario. 
L’immagine e il senso si frastagliano. E le parvenze-in-movimento s’impadroniscono delle mie sensazioni. 
Solo nel deserto i buchi sembrano coincidere ed iniziare a ‘scavare’ gli uni dentro agli altri per ri-allineare il mondo, l’occhio, il cervello. Nel deserto regna l’’ascolto’. Anche gli impostori sono soli laggiù. 
E il deserto è per le macchine celibi. 
Il fatto è che oggi i ‘buchi’ anziché dividere, connettono: tutta una genealogia di ‘imprenditori’ del visibile fanno emergere i generi più ‘creativi’ e parossistici di figurazione, con una mancanza di discernimento che non è neppure allucinatoria. L’iconografia rudimentale del ‘sacro’ di Tarkovskji senza la Russia e senza i contadini, le filigrane dell’inconscio di Buñuel senza l’ironia (e anche senza l’inconscio, ma solo la ‘moda’ dell’inconscio), il ‘Nôvo’ selvaggio di Glauber Rocha senza i cangaceiro o il ‘cinema civile’ senza la civiltà ecc. Queste macchinazioni non sono ‘celibi’: sono ‘affiliate’, nomenclate da un immaginario di riferimento, protocollate da una convergenza festivaliera, investite da una precisa investitura senza nessun conto e senza de-creazione. Esse sono il presente della moda. Il sistema della morte-moda. 
Dov’è la vita allora? Da quale domanda essenziale scaturisce? 
Nei deserti non c’è il semplice eremita o l’anacoreta… c’è la voce del muezzin che salmodia il niente di Dio come ‘suono’, nembutsu, bordone di sitar o dulcimer della damigella di Coleridge a Xanadù…
L’evidenza più smaccata di una cultura morta e di un paese di falliti è sotto gli occhi di tutti: oggi in Italia non c’è ‘suono’ della vita; c’è una grancassa di deturpazioni; prendiamo le arti visive: una mostra d’arte che oggigiorno ha un budget di 1500 euro, solo sette-otto anni fa aveva un budget di 15000 euro. Queste sono le proporzioni grosso modo di un’intera catastrofe culturale. 
Lo statuto mondiale delle arti visive è un necronomicon da quando Nixon ha annullato la convertibilità del dollaro in oro: nei freeport di qualsiasi regione portuale del mondo ci sono centinaia di container pieni di quadri, sculture, istallazioni; interi archivi comprati dai grandi collezionisti, dalle multinazionali, lasciati ‘a riposo’ in attesa di dettare legge sul mercato, di far pendere la bilancia da una parte o dall’altra. Così si dirige la fiera e l’arte non è che una merce qualsiasi. 
Per il cinema la faccenda non è dissimile. 
Avere anche solo il ‘tempo’ materiale per pensare a queste cose… nella fatica di questo quotidiano (assediato dagli zombie), morto eppure vivo ma lontanissimo dalla vita reale, è tremendo. Uno sforzo disumano. Un ascetismo desertico. Ed è proprio da questo sforzo che si ritaglia un ‘luogo’; l’unico possibile dove può sussistere ancora un pensiero. 
Abitare il deserto è abitare una sonnolenza - quella pausa dalla produzione-consumo, quella scissura imbevuta di droghe -, psichica ancora prima che chimica o elettronica… il sonno dell’isolamento e della contemplazione, auto-prodotta dai nostri cervelli per induzione magnetica; un’induzione che qualcuno innesca per reazione naturale all’inquinamento della noosfera… nei deserti questa fessura schiacciata tra il tempo della produzione e il tempo dei flussi finanziari - i quali peraltro non cessano mai quindi fanno transazioni e affari anche sul sonno (e sulle droghe) - scava una bolla, ri-invagina un grande ‘fuori’ più che un ‘dentro’, uno spazio a imbuto che involve, una fuoriuscita nel tempo, lungo il confine… e il limes dove comincia secolarmente - secondo la vulgata - il postmoderno (cioè questo ‘tempo’ scollato dal tempo) è più o meno la metà degli anni ’70. Allora io ero un bambino, potevo avere tra i sei e i nove anni, diciamo… ricordo quei paesi della pioggia perduti, indietro negli anni ’70, prima della decoerenza, prima della nuova ‘auraticità’ della percezione inquinata, della polluzione delle immagini. Avere anche solo il ricordo o la ‘sonnolenza’ di quella percezione significa intravedere la caricatura della modalità di produzione-consumo del post-capitalismo, quella scansione satellitare che nasconde le dinamiche delle immagini-merci. Quelle dinamiche non sono realmente ‘visibili’ ma si attaccano come virus alle pareti delle cellule che parassitano. La post-percezione è lo storicismo senza storia, il senso dell’immagine come ‘testo’; la più aberrante delle cospirazioni. Nell’agorà oggi non si può più parlare di percezione. Non c’è un OGGETTO della percezione. Bensì una percezione dell’‘emanazione’ culturale, testuale di un OGGETTO. Il film - per rimanere nel contesto che interessa più da vicino - espelle una scoria ‘culturale’ dell’immagine. Per questo trionfano oggi gli Xavier Dolan, i Lanthimos, i Tarr, i Refn, lo stesso Malick putrefatto. Gente che non fa film ma fa ‘testi’ filmici appunto. Metameriche discariche di ‘scorie’, di frammenti di RNA che sono in grado di ‘agganciarsi’ alla percezione e di deviarla, di riprogrammarla, producendo SENSO e CONSENSO. Il multiforme e cieco ‘consenso’ zonale, non prodotto ‘politicamente’ ma atto unicamente a solleticare gli appetiti e a ottunderli con catene di significanti (carichi non di significato ma di TENDENZA). Il modo con cui queste ‘testualità’ metaplastiche fondono l’ontologia con la geografia, la psicologia con la burocrazia degli ‘affetti’, il movimento con la retroattività dei sentimenti, e processano continuamente segnali di un mondo ‘mappabile’ di consumo-di-immagini, è disgustoso. Sono il conforme truccato da difforme, il conforto della mentalità gregaria, agghindato da révolté
La percezione autentica balugina nei deserti - spaziali e temporali -. Dove anche l’impostura e la cospirazione automatica sono a loro volta prede di miraggi e fate morgane; estroflessioni di una paranoia drogata ma utile per mettere in guardia. 
Allora eccomi sempre in viaggio lungo quella via Emilia di notte, nella chimera delle sonnolenze… ma stavolta ho otto-nove anni. Ficco il naso nell’infittito scacchiere dei semafori, dei lumignoli, delle segnaletiche che riempiono la pagina del mio diario e la pianura del mio sguardo... in mezzo alle seghettature delle ciglia che mi sbattono sugli occhi per la stanchezza, saturando tutto lo spazio. Organizzo con mezzi di fortuna il volume del mio azzardo. Il sistema di puntamento colpisce e fa risplendere il cristallo, imbarcandosi in plurime ramificazioni. L’ansia preme addosso, davanti alla moltiplicazione dei luoghi e a tutte le cose che s’illuminano con la luce della nostalgia. Ci sono punti in cui la meccanica mi soccorre e la topologia lascia intravedere un disegno, un grafo, una filettatura di dettagli con un senso compiuto. La tacca, la marca, la striscia... Una botta di rosso gonfio che sventra, una battaglia di luci, un’epifania gremita di niente, dalle foglie dei gelsi lungo i fossi... E pertanto la fermentazione delle biacche, dei gialli, delle porpore, la pergamena dei verdi finemente vergata si profila lenta. L’intera enciclopedia sta per dedicarsi a me, proprio a me. Forse ubbidendo a una sua evoluzione il puzzle senza tessere si sovrappone lungo una logica modulare che confina con il caso. Dalla molteplicità di quello che vedo discende l’imprevedibilità dei fili; ogni elemento è come se sfuggisse all’architettura del sistema pur facendone parte. Nel cielo notturno, al limite dell’infinito, i punti sono liberi di costituire un altro linguaggio, rigorosamente ordinato; così come al limite dell’infinitesimo le immagini divengono scientifiche vanità plurali che si ricombinano nell’arbitrario. Non c’è niente che vieta la nostra ricognizione sui fatti e sul dolore. Niente ci ostacola dal porre gerarchia e legge. La vita è assorbita da dinamiche così parziali... Eccola diventare un affresco che raccoglie calore e umidità come un’urna, con il versamento di seme vegetale esploso tutt’intorno, nel trionfo delle verzure, dei cespugli, delle macchie… La felicità è silenziosa nei deserti: là dove si avvolgono i cordoni ombelicali, gli uteri, le fradicie promiscuità invischiate, i nutrimenti... La fantasmagoria esce allo scoperto in quelle ore ai confini dell’alba o appena fattasi sera, quando gli animali si ri-impossessano del mondo o quando le pietre sudano… quando si preparano temporali e la traccia si fa silenziosa... 
Sento una tristezza che mi paralizza e poi un improvviso sbracamento di euforia... stare alla deriva in uno stagno... laggiù ci sono tante immagini da fare... tanti giacigli... Qualche coppa di frutta... le naiadi avvinghiate al capitello ionico o sulle metope del tempietto... e nient’altro che la grandezza di un’arcadia. Ci puoi ragranellare facilmente un po’ di musica da camera e il mito palliduccio del riscatto. 
Ma io non sono mai riuscito a sgrullarmi nello stagno e mi sarebbe piaciuto, davvero... sarei stato bene!... Non sono mai riuscito a riconoscere i miei gesti per poco più di un attimo da quando li avevo fatti... spalmati nell’aria, licenziati di momento in momento... Un cono d’ombra, una fatica di fiato li ha sempre raccolti per via, gonfiandoli o smagrendoli all’osso. Li ha consegnati subito a una visione infera, nel raschiamento che sdegna tutto oppure li ha issati come una vela per salpare ferocemente... Non c’è più la possibilità di rivestire lo stile, di usare metafore proprie, di navigare scivolosamente sulla ‘letteratura’. La tecnocrazia ha occupato tutto. Praticare lo ‘stile’ è il rischio divertentissimo di sondare risorse umane - sghignazzando per sempre su tutti i paradigmi possibili -. 
Se il mercato ha vinto definitivamente, lo ha fatto scostando da una parte, blobbando come gelatina anche il suo contrario nichilista. Fare film per esempio è rimasto l’hobby tollerato dell’epoca della tecnica - come addobbare coi gerani i balconi degli appartamenti modulari -. Il progetto moderno era confezionato dalla storia, che in questo modo esauriva il suo compito e si dissolveva imperiosamente. Oggi questo è diventato un colpo a salve. Una spingarda da parata che fa colore. I classici pensano pateticamente di resistere al sicuro. Ma non è così. L’umanesimo estremo che resta è quello del collezionista, dell’entomologo che cataloga i pezzi senza nome della vita in una sopravvivenza nomade e intermittente. Il barlume di una vaga irritazione, di un inspiegato arrossamento cutaneo picca alla superficie come effetto della transazione delle merci. Il suo valore è immediatamente valutato e polarizzato verso un target di matrice. Il principio di piacere non è rimosso dall’individuo perché capace di fornire iniezioni energetiche più importanti di quelle motivazionali. Conviene comunque rispetto a qualche malfunzionamento isterico, a qualche risonanza fuori banda. La genetica poi provvederà alle correzioni necessarie. 
Le immagini non sono capaci di tornare da noi, fanno solo finta (le parole forse hanno questa capacità, ma non ne sono del tutto sicuro). Eppure le immagini sembrano così ferme, così fisse nella loro immutabilità, riproducibili con il tasto rewind, nei videoregistratori e nella mente. Sembra che ogni volta che noi lo desideriamo siano pronte a ripresentarsi con la dote della freschezza, della spontaneità, docili al nostro comando, alla nostra segreta e inconfessata brama di verificarne l’eternità, di vedere se c’è qualcosa di cambiato, di nuovo, in esse, se c’è qualche dettaglio che non avevamo considerato e che può cambiare le cose, la storia, il tempo. Ma tutto è sempre uguale naturalmente. 
Ma non è uguale a come era uguale prima. Non è uguale a come sarà uguale dopo. Non è uguale a un concetto di uguale che preesisteva nella nostra logica, nell’architettura profonda del nostro giudizio. Gli angoli combaciano, i lati sono perfettamente sovrapponibili, le rotazioni sono isometriche e isocroniche. Anche il punto di vista potrebbe essere ragionevolmente riprodotto avendo a disposizione uno spazio infinito, un tempo infinito e una matrice di vite con un sufficiente dominio comune. Eppure c’è un’ombra che sfugge all’interno del disegno. All’interno dell’interno. 
Una figura, un viso di qualcuno che abbiamo amato ritorna per confortarci e si mette a girare su se stesso. Quello che vediamo è una proiezione trasmessa in diretta, una specie di galleria, di tunnel scavato attraverso il tempo. Una macchina per viaggiare a ritroso come nel romanzo di Wells. Lo spazio tempo fissato, infischiandosene delle leggi di Heisenberg e di Gödel. Ma chi è che ci parla attraverso quelle immagini? Anche quando sono silenziose, mute, con pochi cenni semantici. Anche quando hanno il cielo come sfondo, un albero, una casa che non riconosciamo, una collina. Elementi che non appartengono a un genere ma sono specie, phylum, addirittura regno, forma a priori dei nostri sensi. Chi sta al posto di quella cosa viva un tempo? Di quella persona? Di quell’oggetto? 
Un fuori oceanico, abissale. Un grande mantice di forze che respira attraverso il foro di noi stessi. Dentro il tempo fino alle ossa. Quel fuori che trema come un animale. La differenza più antica di tutte le differenze possibili, di tutte le immagini ritornanti. 
E paradossalmente quel fuori è qui, anche adesso, anche nel presente... non solo nel passato. Quel cerchio che assorbe la velocità delle cose è vivo anche nelle immagini che stiamo vedendo ora per la prima volta, inchiodate più grezzamente nell’adesso. Quel fuori è la differenza del mio presente che invia le immagini alla mia percezione con un grado minimo di scarto rispetto alla realtà e mi fa vivere sempre perennemente in ritardo da me stesso e dal mondo. Anch’esso inevitabilmente in ritardo. Non c’è né presente né passato né futuro nei deserti. È semplice. C’è solo una giostra di immagini con vettori diretti contemporaneamente in ogni direzione, gestiti senza sforzo dal fuori (che così facendo fonda pedissequo il nostro dentro, la nostra interiorità - che altro non è se non un deposito in forma di immagini, nei sedimenti dell’anima). 
I nostri affetti si costituiscono già come memoria dell’evento, poiché giacciono in ritardo rispetto all’attimo che li ha prodotti e legittimati. Non potrebbe essere altrimenti. È memoria in atto, per così dire. E di quell’atto conserva la memoria, come se la geometria potesse essere messa sotto radice quadrata. Come se quella radice fosse la geometria più prossima di un numero, la forma o il colore che quel numero si darebbe se avesse le mani. 
Questo è il film che viene dall’impostura ‘messa tra parentesi’, dalle interzone dove una fantomatica polizia del Karma capovolge i rapporti di forze, dai deserti.

― Riccardo Vaia

6 commenti:

  1. Ciao ragazzi, sono Alberto, vorrei sapere se posso partecipare all'appuntamento di lunedì 24 di Kaleidoshock. Ho la tessera dell'associazione Unza fatta per il Nofest, cos'altro mi serve? Scrivo a voi perchè non mi piglia la mail di Unza e non ho Facebook e non so come contattarli...

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    1. Da quel che ho capito, nulla, teoricamente nemmeno la tessera, visto che non sarà in sede UNZA, anche se per scrupolo conviene comunque portarla...

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    2. Perfetto cazzo sì ! Grazie :)

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  2. Puttana Eva finalmente posso guardare "Night Awake" :)))), ma poi il dvd della Re Voir ! Godo, troppo sugoso, preso al volo!

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  3. Non vedo l'ora di leggere questi post di Vaia appena ho un attimo di tempo, che già dalle prime righe del primo Terra bruciata mi ha preso immediatamente!

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  4. Riccardo è un piacere leggerti!

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