Terra bruciata #1: Lo sta(tu)to dei deserti, pt. 1



« [...] Gestaltung, Umgestaltung | Des ewigen Sinnes ewige
Unterhaltung. | Umschwebt von Bildern aller Creatur; | Sie sehn dich
nicht, denn Schemen sehn sie nur».
(Goethe, Faust II, 1,3*)

«Bisogna ancora che io parli qui di un fatto abbastanza curioso. Ho
viaggiato molto [...] ho fatto il giro del mondo attraverso le Indie,
l’Australia, la Nuova Zelanda, gli arcipelaghi del Pacifico, la Cina,
il Giappone, e l’America [...] Conoscevo già i principali paesi
d’Europa, l’Egitto e tutto il Nord Africa; più tardi visitai
Costantinopoli, l’Asia Minore e la Persia. Ma, da tutti questi
viaggi, non ho mai ricavato nulla per il miei libri. Mi è sembrato
che la cosa meritasse d’essere segnalata tanto dimostra
chiaramente che per me l’immaginazione è tutto».
(Raymond Roussel, Come ho scritto alcuni miei libri**)

«... so in cosa ho fallito e cosa ho strappato al nulla, e cresce
in me la passione per la musica. Penso piuttosto che il
futuro, il destino della musica, il mio e quello degli altri, sia
affidato al vento. Se gli alberi fioriscono, è per dissolversi
nella primavera».
(Salvatore Sciarrino)


Una cosa che mi attira molto è l’isolazionismo... lungo la via Emilia d’inverno, la notte, i grappoli di luce dei lampioni sono luminarie innervate a un intero corpo elettrificato che pulsa, una mappa dei sentimenti, un serpente snodato di coscienze... lì ci sono le immagini che m’interessano, che nessuno ha il coraggio e la capacità di riprendere perché non le vede ma ‘ne è visto’, in realtà. Il cinema dei deserti. Del verde, della penombra verdastra dopo il tramonto. Del ‘nero’, del buio ma anche del bianco, dell’allucinante bagliore del rumore bianco. La solitudine di luoghi dove abitano tutti ma dove non vive nessuno. Dalle periferie emiliane ai suk arabi, alle banlieue, alle metropoli giapponesi, a Berlino negli anni ’70, quando c’era ancora il muro e si sfrecciava (‘da Kether a Malkuth’) con un sottofondo di rotaie e musica elettronica. Una specie di inverno anche d’estate... un limbo dove quelli che si avventurano esperimentano un’estasi difficile da definire: un misto di agitazione anfetaminica e il ‘diafano’ ClaudeLorrain. Un’estasi e un trucco. Perché lì si nasconde una spiritualità che non ha più a che fare con se stessi ma che ha a che fare con qualcos’altro. Una ‘spiritica’ più che una spiritualità. Ci sono deità delle zone infette, delle zone contaminate, delle interzone. Sciamani, varchi, non-luoghi delle infinite coree brulicanti di sonno da Bombay a Reggio Emila, da Reykjavik a Los Angeles.
La notte tutto si assomiglia e tutti sono isolati - a cadenze di fuso orario -; un’inesauribile onda di solitudine ci fa dormire o ci fa spiare coloro che dormono - a seconda -, da una posizione privilegiata: quella dell’estasi. 
L’estasi dei deserti, delle montagne, dell’odore dei bassifondi e delle paludi, dei prati bui, ricolmi dell’odore di fieno in giugno, dietro casa in campagna, dei quartieri industriali di notte, svuotati dal lavoro diurno... Che sulla Terra - come ecosistemi naturali o ‘sociali’ o della ‘memoria’ - non ci sono quasi più ma che sono appunto diventati i grandi supermarket dei non-luoghi e del non-tempo globali.
Soprattutto un ‘non-tempo’ è davvero percepibile andando in giro in auto di notte, durante la settimana lavorativa, nelle periferie delle città... vialetti geometrici, dedalo di strade, uno spazio verde, una rotatoria, uno spazio verde, un’altra rotatoria... La sensazione ‘drogata’ di andare avanti così in eterno. Le storie non ci sono più perché mancano i luoghi. E noi sprofondiamo con la nostra storicità di individui, di autisti di notte, di vagabondi dell’isolamento in quest’assenza di luoghi che è lo spazio.
Uno spazio infinito ma incomprimibile perché solitario e vuoto, senza veri ‘materiali’ al suo interno, ma solo aria, distanza, punti-su-una-scacchiera. Uno spazio topologico senza dubbio, che si deforma ma mantiene sempre lo stesso volume... s’assottiglia e si ingolfa come un grande mantice che respira.
Il nostro impegno sulle rovine ha il dovere di essere ‘lirico’. Di ‘risuonare’ là dove non ci sono suoni o solo suoni del ronzìo dei cavi dell’alta tensione, dove comincia questa radiazione magnetica, questa elettricità post-organica che ci connette tutti. 
Il non-tempo è un soffio preistorico... un leteo fiume piagato di morte antica, dove scorre un rigagnolo di Mani che ci suggeriscono le direzioni.
I lampioni continuano a rollare via e diffondono quella luce gialla di senape dove le immagini postmoderne sembrano invischiate.
Non è un suono il ‘non-tempo’; non è un colore. Piuttosto assomiglia alla vertigine di un girotondo o a stropicciarsi le palpebre ad occhi chiusi, come da bambini, per provocarsi dei fosfeni, delle visioni.
Le immagini però adesso stanno fuori, non dentro... sono le ondine, le fatine dei non-luoghi... i tori degli incroci, le mappe magiche del territorio. Perché la mappa è uno straordinario modo di rappresentare graficamente il tempo e lo spazio. Il Fuori e il Dentro. Un ingegnoso velo di Maya che abbiamo inventato per illuderci che esistano traiettorie, destini, gallerie-di-polaroid-nel-tempo.
Brakhage aveva ragione a rigirarsi nel croceo dei suoi paesaggi, riflessi dentro la propria palpebra. Ma oggi le immagini sono ‘di fuori’; perché sono loro che ci addestrano al visibile, che ci fanno esistere in un mondo di immagini artificiali che si sono sostituite alla vista. Ovunque. L’ALTRO ci guarda e ci fa vivere. Le immagini ci pensano: non siamo noi che le vediamo o che le pensiamo; sono loro che hanno varcato la soglia - come in un incubo o in un viaggio notturno lungo la via Emilia, traformatosi in seduta spiritica - e quest’emulsione di grani di luce è un cervello, una variazione anfibia che raccoglie le lunghezze d’onda della luce e li scrive su un supporto qualsiasi... celluloide, nastro magnetico, hard disk digitale... solo quanta di informazione luminosa tradotti in frequenze cromatiche... molteplici strati che si ‘sviluppano’ diversamente.
Non c’è un vero ‘nero’ sulla pellicola come non c’è sul digitale. Il ‘nero’ puro è invisibile sulla celluloide perché oltre gli Stops di luce che possono imprimersi su una carta fotografica - quindi ‘bruciato’, un luogo dove non c’è più emulsione, quindi c’è un ‘bianco’ puro del supporto della celluloide, che la proiezione legge come ‘nero’ ma che è rumore senza fondo, non-luce. Sul digitale è uguale; anziché grani di argento trasformati ci sono bit d’informazione. Se si eccedono gli Stops di luce disponibili fotograficamente - cioè guardando attraverso una lente in un dato tempo e con una data quantità di luce -, l’informazione è zero; c’è un ‘nero’ di proiezione, che non è un vero ‘nero’ ma è non-informazione interpretato come ‘nero’ di luce.
Quindi c’è la luce e la non-luce. E dietro queste ‘ginnastiche’ che sono le immagini, veicoli della luce o della non-luce, ci sono appunto le reazioni della materia che viene guardata dai nostri occhi ma che fa accadere i nostri occhi per la prima volta, quando ‘vedono’. Perciò è la materia che in realtà innesca la vista. Reagendo a chi guarda e anticipando per sempre quella luce ‘irradiante’ da un ‘soggetto’ - come un raggio che uccide - con una luce ‘diffondentesi’ da un ‘oggetto’. Che a sua volta era già presupposto giacere nella condizione di un ‘oggetto’ che ‘soggettivizza’, quindi un ‘portatore’ di luce, una polvere elettrica e appiccicosa che bagna le matrici e le colora. Così esistono le immagini: così la materia pensa attraverso noi. I film ci riflettono indietro nella nostra esistenza a capofitto, in tutta una storia-per-immagini (perché in fondo tutti i film sono un ‘atto del ricordare’), se vogliamo, nel cinema della storia o nella storia del cinema, ma anche di più: verso un’origine che non sappiamo dove si trovi o se davvero si ‘trovi’ in qualche punto sulla mappa. Una specie di resurrezione al contrario. Col semplice riavvolgimento della bobina e del blu-ray, ricapitolare la genesi del mondo. Ma se quel cosmogramma non avesse mai avuto luogo?
Se quell’ALTRO fosse un fondo, una cenere? Una ‘non-informazione’? Un ‘bruciato’ d’esposizione? Un deserto notturno lungo la Tangenziale? Dove ci sono rimasto solo ‘io’ che guardo. Gli oggetti dormono e continuano ad attraversarmi come frontiere lunghe secoli, che io esperisco in un attimo... Frontiere di fotoni lunghe anni che si ripetono più o meno uguali, tutte con un’altra ‘storia’ ancora da ‘impressionare’. Sempre diversa, sempre la stessa. Un luogo denso, gravoso. Che officia a un’origine che non c’è.
Andare verso le forme per dissolversi in esse. Nessun guadagno, nessuna perdita. Se non la sproporzione meravigliosa del mondo. Un editto di solitudini che qualcuno ha emanato a nostra insaputa e che ora è la LEGGE.
Non avere una posizione nello spazio, non occupare una porzione di volume, ma essere ‘luce stampata’ in qualche modo; su una ‘carta’, una ‘mappa’, un e-makimono, un rotolo di tempo che si può riavvolgere, che può essere elastico e dilatare la percezione del tempo. 
Una solitudine di sassi andati a posto per incastro del caso. Non si può uscire dalla cronologia almeno finché non saremo del tutto ‘ignoranti’ e ‘idioti’, puri ‘automi’, asserviti alla luce del film. Allora quest’estasi è un film? Quello ‘spazio’ invalicabile che riposa nei paesaggi, nei vòlti, nelle cose che abbiamo ‘visto’ e che ci hanno fatto ‘accadere’? Per questo ogni immagine non mai è nuova. Eppure ora è ‘là’. In un film. E non risponde più a nessuno, non è più segnata da nessuno. Forse era il tuo mondo una volta ma adesso non lo è più. Il mondo è stato ‘guardato’ e ‘montato’ e quella che era una giornata d’inverno a New York, nel Central Park, ora è la ‘luce’ e il ‘tempo-che-scorre’ a 16mm in Jonas Mekas, un ‘automa’, un dio della ‘luce-tempo’.
Non c’è nessuna camera oscura. Ci sono i deserti, quelli sì. Il cinema come ‘teatro della visione’ è già da sempre liquidato e teneramente affascinante; almeno da quando nel Luna Park delle origini, dalle fessure dei praxinoscopi si indovinava il sapore dello zucchero filato. O da quando Tom, il figlio del pifferaio, non smetterà di trascinarsi per le strade, con il suo porcellino.
I deserti sono l’ultima accumulazione del Capitale: quella ‘immaginaria’ che ha imbevuto le immagini come una garza s’imbeve di inchiostro. Risalire indietro nell’esistenza, fino ai primordi è l’azione che idealmente compie il film al contatto con le coscienze di chi guarda. Un fiume deserto, un silenzio solenne. Le lunghe distese delle strade riposano nella luce fioca delle distanze, inghiottite nell’ombra. Persi in quelle lontananze si ha quasi la sensazione a tratti di aver smarrito il senno; è come se il passato tornasse alla mente, guardando un film: ma non è il passato ‘vero’ del vissuto, è una membrana viscosa che impasta molti tempi insieme. Si risale quella china come una pigra risacca del fiume... Le fronde si moltiplicano davanti a noi, il filo di Arianna si fa sempre più flebile. Gli alberi e le canne della palude silenziosa si aprono dinnanzi e si chiudono appena dopo il nostro passaggio, alle nostre spalle. La foresta ci assimila. Regna una quiete primordiale, tranne che per una eco di timpani lontanissimi, provenienti da un’altra éra geologica, e un nomo tra le are intonato da Timotheo, l’auleta, rende ‘melodico’ questo battito antico. L’occhio rotea come una lama corrusca da sotto il fogliame... una frenesia percorre la molteplicità dei ricordi.
Sono i deserti il luogo dove nasce il cinema. Laggiù c’è l’incontro con gli animali, con il minerale, con la terra. Da dove proviene il film - sia esso cellulosa o silicio - e dove, a buon diritto, dovrebbe avere il coraggio di fare ritorno. I deserti della memoria... la memoria del singolo, della specie, della Terra, dell’energia finale.
Fare ritorno all’animalità, al mondo delle pietre: pensare come un manico di badile, direbbe Nietzsche.
L’animale, il territorio di un cercatore, l’agitazione del brulichìo...
Le belve scattano, gli esploratori arrancano, la moltitudine nera dell’oscurità avanza... e questi sciocchi cosa fanno? Restano fermi, immobili, inchiavardati alla tolda del loro battello che affonda... Siete tutti fermi, ingessati... muovete quella mdp, in tutti i sensi!!!...
Brakhage era uno che muoveva la macchina. A Londra mentre faceva Unconscious London Strata, un passante si fermò per offrirgli aiuto a tenere ferma la mdp, talmente era ‘storto’ e invasato a ‘cercare’ furiosamente e gloriosamente quei movimenti. Sono quei moti, quelle saccadi convettive, quegli impulsi del turbinìo che agita la materia e le forme mentre a loro volta queste si avviluppano nel visibile per farlo ‘divenire’; cadenzano lo spazio-tempo e lo rendono vivente.
Un cinema psichedelico è un cinema ‘vivente’: una strana atmosfera di feste fluviali e palloncini colorati, di circhi appena arrivati in città e pronti per partire... di nugae e dossier, come di babilonie postmoderne e cosmo-drammi collettivi. Dove non ci sia scivolamento ‘spettacolare’ nel senso bieco e spurio, dove non ci si attardi nemmeno sul cliché che mette al sicuro e riconsegna all’imprimatur d’officina. 
La profondità di campo è importante in tutto questo. E non è la favoletta del fotografico né l’idea che un’immagine cinematica come qualità dipenda dalla sua tridimensionalità, percepita nella profondità di campo. Queste sono le spiegazioni per il ‘popolo’; un po’ come il Cristianesimo è la versione per il popolo del Platonismo. La profondità-di-campo è quella regione ottica, dove, per una convergenza strana tra la natura della luce e la natura dei singoli, rispettivi dispositivi ottico-meccanico-elettronici, si crea una golden zone, un hot spot. Un’Interzona. Un’area dell’immagine dove si hanno tutti i piani prospettici a fuoco e meravigliosamente sfumati nelle timbriche delle ombre, dei mezzitoni e delle alte-luci, a restituire per chi guarda un’impressione autentica di ‘tridimensionalità’ attraverso un’immagine ‘bidimensionale’. In quella profondità c’è di più tuttavia: c’è anche la stratificazione del tempo nello spazio ‘scalato’ dei piani... primo piano, medio sfondo, orizzonte... risalire quelle pieghe dell’immagine è ‘scolpire’ il tempo.
Ognuno poi guarda le proprie di ‘immagini’: se le sceglie, viene scelto, le replica involontariamente, le ‘vive’ come la proiezione di un ricordo davanti alla propria maschera visiva. Riconosce le immagini degli altri come proprie e qualcun altro ancora se ne appropria parlandone - come fanno i critici di cinema - e le persegue, ricaricandole di un altro significato ancora - il fallimento e la gloria di ogni ermeneutica possibile: che è sempre l’ermeneutica di una traccia -, fino a intrappolare le immagini in una storia ‘sociale’, ‘culturale’. Ma le immagini non sono come le parole o i suoni, che sono storicizzabili... o lo sono molto meno, per chi le abita. Perché non possono astrarsi da esse per riguardarsi allo specchio. Perché le parole e i suoni abitano su un piano spaziale diverso; giacciono su uno spazio ‘storico’, ‘striato’ direbbe qualcuno; mentre le immagini che abbiamo visto, che ci compongono e che noi ricomponiamo, sono disseminate in un altro spazio... più che ‘liscio’, io avrei sempre voluto dire ‘topologico’; uno spazio metrico ma che ha più dimensioni rispetto alle quattro dello spazio-tempo.
Sono le dimensioni attuate dalla profondità-di-campo e c’è una profondità-di-campo ‘mentale’ ma prensiva del cinema che è indiscutibile. Se guardiamo bene un’immagine di Takashi Makino, una sua textura, ci accorgiamo che ha una ‘qualità’ ottica diversa da quella di un plug-in. Cioè voglio dire: non esiste solo la depth-of-field di un’immagine fotografica scattata a T4 con una focale di 12mm. La profondità-di-campo è segreta e misteriosa, perché metaforicamente è un luogo dove le immagini stanno accampate nella loro ‘piena’ pace, come quiete di vacche al pascolo, direbbe Rimbaud; nella loro ‘piena’ rivelazione di là da venire. Una ‘piega’ del visibile dove trionfano nitide e ‘sfocate’ nel tempo, all’unisono. Un ‘accordo’ ricco e ondoso di armonici che gorgheggiano di bel canto. Sappiamo più o meno dov’è quel luogo ma le condizioni della luce - sotto cui appare ogni forma ‘visibile’, quindi anche un plug-in, al postutto - lo rendono sempre un luogo tremolante; sia nel fotografico che nell’infografico. E forse una profondità-di-campo esiste anche altrove - per come la concepisco io -; c’è anche nello sfocamento degli oggetti che mi sono prossimi, come c’è una parziale collimatura di focale tra gli oggetti remoti e il punto dove si forma l’immagine su una lente. La lente è l’occhio ma è anche il cervello: e sono le sinestesie latenti e le ontologie ‘regionali’ (per cui se vedo una montagna penso pitagoricamente a un triangolo). Nell’immagine si rastremano tante proiezioni del visibile-palpabile-udibile-gustoso. Un conduttore universale, come l’acqua, no? Si direbbe che in certe ‘vedute’ di John Alcott si potrebbero ‘contare’ tutti gli strati d’aria, i volumi di vuoto che hanno contribuito a generare quell’impressione di tempo che scorre, nel nostro occhio.
Chi non si accorge di queste ‘ontologie regionali’ cosa finisce per fare? Finisce per ‘parlare’, per fare catechismo... Sorrentino è uno che fa catechismo. A me fanno paura quelli che ‘parlano’ al cinema...
Fanno paura i Sorrentino, i Moretti, non i supereroi. Perché questa gente è la ‘gente di cinema’; sono il ‘cinema’ della farsa nazionale che investe tutti i settori e i memi. Ma non fanno ‘mercato’ (tranne che per loro stessi); sono inutili, dannosi pure per il neoliberismo che li tiene in vita. Tristi. Brutti. I loro film sono pieni di preti o di gente che pranza intorno a un tavolo: come tutta la borghesia intellettuale di questo paese.
Non si tratta di 'arbitrare' alcuna contesa; in effetti è esattamente il contrario: bisognerebbe avere il coraggio e la lungimiranza di tracciare un arco che si ponga come un tramonto o una transizione.
Da ogni dove spuntano operazioni che hanno l'astanza di opus magnum ma che pure in realtà sono una domanda mafiosa e accigliata all'accesso ad un'immortalità con le operine; propaganda, digestioni 'fredde', congegni che s'incastrano in prospettive già preconfezionate, captatio benevolentiae, pose per la foto ricordo con il cappello frigio ben calcato sugli occhi per non vedere e non farsi vedere ma per apparire in piena visibilità.
Il cinema al contrario dovrebbe avere la sfrontatezza di dichiararsi transeunte, effimero, momentaneo; sempre 'di prima' e sempre disposto a dissolversi. Il problema è quello di non saperli mettere insieme i film; perché non c'è mestiere e nessuno è più capace di mettere le mani al posto giusto. Da quando la pratica è stata sdoganata attraverso il concetto digitale di 'prosumer', chiunque fa film; un tempo avevano tutti il librettino di poesiole nel cassetto da pubblicare appena si presentasse l'occasione; ora la cosa vale per una sceneggiatura, per un'ideuzza, per un corticino... per contro i 'luoghi' dove proiettare i film sono pressoché scomparsi. Quindi la discrasia si gioca ancora una volta a livello di 'flusso' di capitali, di registrazioni di merci, di commercio di pratiche. Se gli schermi mancano affiorano gli orifizi sul web; ma laggiù è un'altra cosa - si sente dire in modo sinistro e minaccioso -; perché nell'informazione networkina tutto s'assomma e tutto si perde. Ma non è vero. Il cinema rimane tale, se lo è. E se non lo è, non lo è neanche su un telo di 35 metri anamorfico. Il cinema esiste e basta. Anche sul web, anche in quelle cazzate del ‘virale’, del contesto, della proiezione. La pseudo coscienza cripto-borghese inventa un’estetica a valle per giustificare di aver fatto film ‘brutti’ e quel che è peggio ancora è che condivide quest’estetica con altri - che ormai sono tutti confusi e persi in una ‘storicità’ tutta loro, senza storia - ma senza che nessuno capisca bene cosa sta condividendo; col risultato di formare esattamente un’altra istituzione fantasma’ e per giunta senza un reale potere; quella degli amici, dell’auto-assegnamento di ruoli e auctoritas o anche della nevrosi se si vuole. Tutti in posa per nessuno. Senza un pubblico. Sono loro il loro stesso pubblico - è ovvio -; è nella logica degli ‘eventi culturali’ in genere. Si masturbano con rassegne, seminari, workshop, adunate, retrospettive, reading, incursioni all’università (altra istituzione ‘globale’ oggi, anzi ‘panoptica’), fiere, blabla. Questa è la morte. E non è che si debba per forza avere un ‘pubblico’ o invocare un ‘pubblico’ o supporlo ma è semplicemente perché ’sti qui che se ne vanno in giro mendicando, sono la lottizzazione culturale di tutto un sistema di poteri. E non producono niente - come il potere che li legittima -: nessun pensiero, nessun indotto, nessuna voce. 
Sono solo una vendicativa orda di zombie che stanno aggrappati a tutto: ecco che allora ci sono i videomaker, i professionisti, i critici, i curatori, gli esegeti, i blogger, i ‘virali’, i ‘pellicolari’, i devoti, i ribelli, le pappette... tutta un’araldica, una casistica semiotica, un attraversamento antropologico, un vero e proprio, disperato tentativo di ri-ontologizzazione dell’atto del riprendere otticamente e tecnologicamente il mondo, del proiettarlo, del dove proiettarlo, del come e dove e quando parlarne, della sua biologia, fenomenologia, statistica...
Questa campagna di ri-essenzializzazione ontologica del medium è criminale e mostruosa nella misura in cui crea infiniti doppi, infiniti ambiti, infiniti distinguo disciplinari. Un tempo c'era il cinema e c'era la tv. Ora c'è YouTube, l'oculus rift, la realtà aumentata, l'iPhone, l'iPad, lo specchietto retrovisore dell'automobile e ci sono estetiche derivative che frantumano il mosaico, che offuscano la tensività e la pertinenza medesima del discorso. 

— Riccardo Vaia


* La citazione è tratta dalla versione originale del Faust in Goethe Werke, Stuttgart, Cotta'sche Verlag, 1867: Faust, Zweiter Teil, p. 249
** Raymond Roussel, Come ho scritto alcuni miei libri, Torino, Einaudi, 1975, p. 279

6 commenti:

  1. Anche se c'è troppo tutto, è una pagina che, so già, rileggerò con piacere.

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  2. Ma scusate per voi Brakhage, Makino sono cinema e invece Welles, Dreyer, Tarkovsky (per es.) non lo sono?

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    1. Ora a Vaia ci si rivolge col voi di fascistica memoria 😄

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    2. Beh chiedevo a entrambi comunque bello l'articolo di Vaia e voglio anche dire che mi piacciono molto le intenzioni di questo blog.
      Ma non vi incazzate o non vi amareggiate troppo che vi fa male alla salute ;)

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    3. Nelle prossime 2 parti si parlerà anche di tarkovskji alcott fassbinder rocha buneul... solo per citare gli scritti. Sono esempi di un discorso spero molto più ampio sul cinema.

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