I just don't get it - It's my russian soul


C'è una certa inevitabilità in I just don't get it - It's my russian soul (USA, 2015, 7') che ha il tempo come sua variabile correlazionale, che se non proprio inerisce l'inevitabilità stessa, almeno la contempla e ne è affetto. L'inevitabilità, che non riguarda semplicemente lo scorrere del tempo e il deterioramento della materia, anche perché qui, di materia c'è quella del digitale, che viaggia su altri tipi di deterioramento, ha a che fare con qualcosa che si scontra con ciò che non ha mai a che fare con il tempo stesso e ciò che ne risulta è qualcosa che riguarda più da vicino la variabilità e le sue forme prese in una maniera tanto estranea quant'anche comprensibile a noi. Se questo cortometraggio di Ungerer non si presenta però così stratificato come era, ad esempio, Parva sed apta mihi (USA, 2011, 18'), non significa che la stratificazione non sia presente, ma essa dà semplicemente meno mostra di sé in quanto variabilità che pianifica i rapporti stessi, non tanto per annullarli, ma per darli in una luce meno appariscente e che ha bisogno così di un minore lavorio digitale per mostrare più da vicino la quotidianità e le sue possibili faglie. È da queste faglie che nasce la possibilità di interrogare l'insinuarsi del tempo nella realtà, la cui sistematica alterazione altera l'immagine stessa in modo che venga a crearsi un'armonica visione la quale di pacifico ha però ben poco. L'effetto è chiaro, meno chiara però è l'alterazione temporale e il suo sopraggiungere nella realtà. Chiaramente, se questo film richiama la nostra quotidianità, lo fa senza lasciare quel senso di scorrimento del tempo che aveva qualche senso in un film precedente di Ungerer, ovvero All the days of the year (USA, 2011, 50'), dove era lo scorrere dei frammenti a dare l'idea dello scorrere del tempo, ma che subito veniva risucchiato dal possibile del cinema senza entrare nel merito di una contemplazione dilatata. Non è dunque il tempo a essere preso in esame da Ungerer ma la sua variazione è ciò che porta a cercare nel cinema quell'inevitabilità che non sia data quotidianamente, non perché più consapevole, ma perché rifugge la consapevolezza stessa, riguarda quel sentire fuggiasco che sopporta il fluire della realtà senza sforzo alcuno, ma che smuove una qualche corda quando si va a scavare la realtà stessa nel tentativo di trovarvi il suo movimento perpetuo, la sua origine nascosta, il suo divenire fluente. Che poi esso non si venga mai a trovare nel luogo in cui si cerca è semplicemente causa del suo essere in nessun luogo ed è allora che nasce l'alterazione del digitale di Ungerer. Usare non il luogo e la sua luce, ma le informazioni che il luogo stesso dà, non per trovare ciò che nasconde, ma per sabotare il suo aspetto: non si tratta dell'aspetto rappresentativo bensì più propriamente (anche se strettamente legati originandosi l'uno con l'altro) del suo aspetto temporale, come ciò che forma il suo essere stesso, che lo innerva completamente dandogli spazio per agire secondo proprie possibilità. Sopraggiunge quindi inevitabile perché fa parte della realtà pur tuttavia senza darsi a essa e al suo lavorio incessante, però se ne avvale, così come dei suoi mezzi, per r\esistergli, perché è da tale r\estistenza che può davvero esistere senza perdersi completamente nel proprio essere, come se bastasse a se stesso. Sembra quasi sempre che ci sia qualcosa in atto, un lavoro insistente, e così è, nella sua piena essenza, come ciò che sottrae al tempo la coscienza dello stesso, senza mai soffermarsi. Da ciò, non c'è bisogno di fermarsi per pensare o per interrogarsi, perché la domanda si perderebbe tra ciò che vive tramite il tempo. La necessità ambivalente quindi non può nascere da una contemplazione e nemmeno dal semplice mostrarsi dell'alterazione: I just don't get it - It's my russian soul deve raccogliere tutti i suoi frammenti per dare loro quel qualcosa che non si possa addizionare, ma che li completi scomparendo alla vista (alla loro stessa vista per essere) e, completandoli, faccia in modo che si scontrino tra loro. Dallo scontro della realtà nasce quella sua variazione che ci fa dire di aver voglia ancora di esistere in questo mondo che, per quanto gli si possa dare un senso, è sempre dell'ordine della narrazione e della variabilità, dando continuamente scacco matto a chi sa ascoltare e agisce nella sua strutturazione. Volontà vana che ci lega miserevolmente e che ci tiene così legati alla vita: dalla variazione dell'immagine nasce probabilmente la sua mancanza asfissiante e la sua unica possibilità di riuscire a darci qualcos'altro nonostante la variazione che, seppur vitale, ci lega alla realtà così come i chiodi del Cristo alla croce.


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