Falten




Falten (Svizzera, 2005, 26'), cortometraggio di Hannes Schüpbach tra Toccata (Svizzera, 2002, 27') e L'atelier (Svizzera, 2007, 15'), racchiude in sé la semplicità e spontaneità di pochi altri cortometraggi e lavori di quel cinema dell'immanenza, come l'abbiamo chiamato, che si disfa, nello stesso momento in cui lo nominiamo, «cinema dell'immanenza», di qualsivoglia bandiera atta a essere impugnata in nome di ciò che essa possa in qualche maniera rappresentare o racchiudere, di modo che, alla fine, non rimanga che l'azione del pugno come ciò che agisce, non tanto a vuoto o per un ideale, ma secondo le proprie potenzialità. Falten in questo senso è importante, nel suo non agire come rappresentante di qualcosa, ma, per così semplificare, per sé: Dorsky o Markopoulos sono solo alcuni dei tanti nomi che potrebbero essere accostati a Schüpbach e tuttavia i richiami non bastano, perché, di fatto, sono utili solamente a una sorta di brainstorming, che aiuta a posteriori la teorizzazione di un discorso sul film e il suo rimandare a concetti che, nella rassomiglianza, dischiudano a un universo particolare, in qualche modo definito, che non rischia così di essere confuso con qualcos'altro. Per questo parlare di semplicità e spontaneità di Falten può avere un certo valore se lo si rimanda al cinema dell'immanenza, un altro ancora se lo rimandiamo invece al cinema trascendale, ma di fatto, e questo in fondo è quello che importa, Falten, nel suo rifarsi a qualcosa, apre il cinema stesso a qualcosa che, di contro, prima lo chiudeva, ovvero i suoi richiami, le sue somiglianze, le sue ripetizioni. I richiami, se da una parte abbiamo detto poter essere utili, ma anche no, a posteriori, sono invece deleteri nel momento del film e nel suo tentativo di dischiudersi in uno spazio-tempo che già di per sé rappresenta una chiusura per il solo fatto della realizzazione e che schiaccia quindi ciò che in qualche modo ha creato il film, lo sovrasta. Parlare del film, significarlo, equivale a tradirlo, mentre il resto, ciò che sfugge al pensiero, sarà il senso del film che, circolando, occupa il campo creatosi, il che ha davvero, almeno così noi crediamo, una valenza particolare e che possiamo far valere, se non per tutto il cinema dell'immanenza, almeno per Falten sì. Quindi, se non tutto ciò che riguarda certo cinema porta a quella spontaneità di Falten, tutto ciò che riguarda Falten porta a tale spontaneità, il che non è, sommariamente, un'ulteriore gabbia, un tentativo di definire, di fatto, ciò che questo cortometraggio può o non può rispetto al cinema, piuttosto è un tentativo di indicare le pratiche di certe piegature che il film in questione crea, indici quasi di una maggiore complessità. Per spiegarci meglio dovremmo distendere quelle pieghe e, in un certo senso, fare l'opposto di ciò che Falten crea, ma si sa che certa scrittura non ha la stessa immediatezza delle immagini. Il discorso sulla scrittura si potrebbe pure collegare, almeno la scrittura poetica, come ciò che, tramite le parole, crea continui rimandi e ponti con altri sensi e altre visioni, cosa che Falten più volte riesce effettivamente a fare: è così che, guardando una mano muoversi in un certo modo, sentiamo il tocco di qualcosa (o lo completiamo con il tatto) e via dicendo con i suoni e quant'altro, per esempio i movimenti. Connessioni? Sì, nella misura in cui percepiamo l'immagine come appartenente alla vista, può anche darsi, ma più precisamente l'immagine qui è ciò che piega verso altri confini non propriamente suoi e quindi si apre a essi. Non tutto concerne la vista, chiaramente, o non tutto può essere visto, ma non è questo infatti il punto: è il vedere a essere tutto e quindi l'immagine, il che significa anche che l'immagine ha in sé ciò che non mostra e che non è mostrabile. Mentre guardiamo, ad esempio, un'immagine di una figura statica, ci sembra che stia correndo, non per illusione, ma perché si sta, di fatto, muovendo: non pensiamo al fatto che possa partire tutto dalla mente, di essere ciò che, anche per errore, muove l'immagine di un corpo statico, noi vediamo il corpo statico muoversi e questo è un rimando che si dà a noi, e non il contrario, un movimento che è creato dal movimento stesso che anima il film: non c'è uno scorrere dei fogli a provocarlo, come lo scanimation, e nemmeno il susseguirsi di scene alacri e sovraesposte, c'è però un piegare l'immagine in modo da invilupparla e dunque complicarla, e dunque ancora facendola crescere di spessore e quindi rimpicciolendola. Ciò che ne consegue è, paradossalmente, la sua semplicità, la sua immediatezza, la quale non è giocata sull'intuititività, come quella tecnologica, grazie alla e per la semplicità delle connessioni, bensì sul suo sussistere continuamente sul processo cinematografico sotteso, il quale apre a una semplicità, ma sarebbe meglio dire a un'intimità, che non è solamente ciò che concerne lo spazio dell'individuo, ma è l'apriori dei suoi termini, ciò che dischiude a un cinema che, dall'immanenza più pura, trae le sue possibilità di r\esistenza a una realtà che lo inchioda, perdendo sempre la battaglia, questo è vero, ma levandosi al tempo stesso verso le sue possibilità.

2 commenti:

  1. Is this film available for purchase on DVD or online streaming? Thanks.

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