Die Ordnung der Träume (The order of visions)




Die Ordnung der Träume (Austria, 2017, 30'), nuovo film di Johannes Gierlinger, parte essenzialmente da una citazione di Italo Calvino tratta da Le città invisibili: «L'altrove è uno specchio in negativo. Il viaggiatore riconosce il poco che è suo, scoprendo il molto che non ha avuto e non avrà». In The fortune you seek is in another cookie (Austria/Cile/Italia/Turchia/USA, 2014, 79') Gierlinger era di fronte a ciò che costituiva il resto di un dopo che aveva distrutto tutto, ma che nella catastrofe aveva lasciato qualcosa che funzionava come potenzialità che innesca qualcos'altro: era qualcosa che non aveva nulla a che fare con le tematiche del post -moderno, -fuoco, -catastrofe, come se quel qualcosa fosse per forza ciò che rimaneva dall'evento stesso, ciò che si trascinava da esso. L'evento non lascia fuori di sé nulla che non sia già qualcos'altro dall'evento, il non ancora proliferato che, seppur nascente da ciò che c'era prima, non ne rappresenta in alcun modo il ricordo, in quanto il ricordo appartiene all'ordine della memoria. L'evento però non ha memoria, non è possibile il suo ricordo se non come effetto: da qui nasce questo nuovo film, Die Ordnung der Träume, il quale nulla a che fare con un resto residuale, eppure si trascina dietro qualcosa di pesante quanto immateriale, invisibile nella sua forma, ma che ci riguarda come spettatori: lo sguardo e il suo viaggio, la sua narrazione e il suo guardarsi. Ciò che viene detto in questo film di Gierlinger ha un che di spettrale e quasi persecutorio: se si è guardati dalle immagini, questo significa anche che il nostro cosiddetto mondo interno è ciò che anch'esso ci guarda, attraverso il sogno per esempio, e a questo punto la sua narrazione non è che un tentativo di restituire alla realtà la sua forma, il suo senso, senza per questo poter sfuggire a tali immagini. Le immagini sono ovunque, e mentre esse ci orientano nella città, nel bosco, inteso quasi come fuga personale, lo stesso bosco non le scompiglia, non le influenza, anzi siamo noi a essere confusi e a ricercare la città con le sue immagini, le quali ci riportiamo anche nella fuga, dando senso a tutto ciò che guardiamo, anche nel bosco, che non può che darsi come appiglio di libertà fugace: il disorientamento è un nuovo ordinamento fatto di altre visioni, si esce da un ordine per trovarne un altro. Ma se le immagini della città ci guardano, anche noi le guardiamo nel loro formarci dentro, quel dentro che scopriamo essere anch'esso pieno di immagini che non sono semplicemente copie e che si fanno, tra sogno e immaginazione, riversandosi nelle forme del mondo. Ecco perché la questione se lasciare o meno il sognatore ai suoi sogni come atto rivoluzionario non si risolve mai se si lascia il sognatore nel suo mondo e se non lo si riversa nel mondo come ciò che, accogliendo le sue immagini, si chiude per schiudersi poi in qualcosa di nuovo che ha valore prettamente individuale. Se l'individuo esiste, non esiste se non tramite le immagini, perché queste si prendono tutto il suo valore per plasmarlo, immagini della città e le immagini schiarite un poco dal disorientamento, ma perché alle immagini manca l'individuo medesimo, la sua unicità. L'appropriazione dello stesso da parte delle immagini è l'atto che innesca l'asservimento collettivo che tanto si rifugge in Die Ordnung der Träume, dove i suoi personaggi non possono far altro che narrare, certo, e tramite questa narrazione sperano sempre che possa non arrivare nulla, che le risposte rimangano vuote, che non vi siano più immagini, senza dare al vuoto un valore negativo, ma come ciò che non contiene l'immagine. Se lo immaginano? No, altrimenti sarebbe come dare a tutto questo un'altra immagine e riempire tutto di senso e forma. Ma possono immaginarsi il resto, ciò che si alimenta nell'immaginazione e nel vuoto, dove si rimane sempre un po' nel vuoto. Rimanendo nel vuoto, questo si scava spazio, senza riempirsi, ma andando semplicemente a ricrearsi. Ciò che ne consegue non è una fossa o un'assenza che si fa sentire, un senso di vuoto lacerante che uccide l'individuo, ma il vuoto di immagini rinnova le immagini stesse, quelle che poi si formano piene di quell'immaginazione e di quel sogno che animavano l'individuo formato da esse stesse. Non si scappa dalle immagini e quindi il singolare va tanto più cercato tanto più la rappresentazione si avvale di esse. Ci scordiamo la fuga come ricerca di sé, ma diamo fiducia alla faglie della realtà, quelle che si formano dallo scontro tra le immagini dell'individuo e le immagini della realtà, creando quel vuoto che ci è necessario per vivere, l'assenza di senso su cui poggiamo inermi e pieni di vita, degni di beffare il mondo quando capita e riconoscendo la catastrofe e ciò che ne consegue.  

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