The ghosts are here



The ghosts are here (Italia, 2017, 6') è l'ultimissimo lavoro di Enzo Cillo, ultimo naturalmente a livello cronologico, ma che lascia quel qualcosa in sospeso che lo riporta ora nel passato ora nel futuro: non propriamente un ponte tra periodi, anche perché difficilmente di periodi si può parlare qui, se non a livello generale e sovracategoriale riferito, appunto, ai concetti non personali di passato e futuro, quanto piuttosto un rimando velato a qualcosa di antico con uno slancio a ciò che questo antico è ora, nella piena consapevolezza che il ritorno sempre tradisce il passato a meno che questo non sia proprio di un cinema che, lungi dall'essere puro nel senso nazista del termine, lo è nel proprio rimandare alla natura stessa del luogo, senza aderire a essa, ma espugando quelle potenzialità riflesse che sfuggono a ogni controllo, anche cinematografico. Un lavoro quanto mai delicato, che fa i conti con ciò che prima di lui l'ha preceduto, di nuovo, non per creare una storia, ma per esserne attraversato e trarre ciò che essa può dare: i luoghi di The ghosts are here sono luoghi che sfiorano la desolazione, eppure c'è tutto un moto che da questa desolazione prende forma e che insieme si disfa, smaterializzandosi così ogni volta. Questa smaterializzazione va intesa come ciò che agisce sulla materializzazione, la quale non è qui negata, sottratta a se stessa, ma anzi prende forza proprio dall'azione della s che in questo senso agisce come processo orizzontale di rimescolamento, di rimacchinazione delle costruzioni in atto. Se questo cortometraggio è tanto delicato lo è per la forza di questa operazione di continua apertura e chiusura verso il passato, verso ciò che ha vissuto quei luoghi, e non quindi i cortometraggi precedenti di Cillo, i quali qui scompaiono per essere deragliati verso confini più incerti. In questo senso allora il fumo di Ippocampo (Italia, 2016, 9') non tagliava tanto i ponti con una certa filmografia, ma l'apriva per bruciarla, per produrre nuova cenere. Dal rogo non nasce l'immagine così come è stata fatta, ma in qualche senso la origina per poi perdere tale origine a scapito dell'immagine stessa. Ciò che l'immagine riporta è già questa perdita che il rogo anticipava ed è solo questione di smettere di guardare l'immagine per ciò che rimanda o che suggerisce o che simbolizza, per poter così scavare oltre i fantasmi che essa evoca: se il fantasma è colui che presenzia se stesso sulla terra, non lo fa per ritornare al suo luogo natio che lo concepisce invece come assente, bensì per disfarsi di tale assenza e agire su di essa, per smarcarla continuamente. Da ciò nasce una presenza che non si libera mai della propria assenza nel momento stesso in cui si palesa. Questo è probabilmente anche il modo d'essere degli amici, i quali ci sono anche qualora la comunicazione venisse a mancare, anche quando il passaggio di informazione sulle proprie vite è interrotto e l'informazione non è più qualcosa che fonda l'amicizia stessa o, meglio non è mai stato solo questo, ma lo è l'assenza dell'altro, fondamentale affinché il rapporto abbia seguito. Non tanto quindi l'assenza dell'amico ci permette di provare sentimenti di mancanza, che palesino quindi la sua presenza e importanza nella nostra vita, bensì la sua assenza funziona nel momento in cui la rappresentazione dell'amico appare incerta, ma rimane saldo ciò che ha originato e mantenuto l'amicizia stessa, pur nell'imprecisione della sua definizione. L'immagine stessa di The ghosts are here lascia trasparire che non sia la presenza del luogo ciò che origina la visione stessa, ma quest'ultima è data da ciò che non si vede. La cecità di fronte ai fanstami, che non vediamo, non è percepita come impossibilità di vedere qualcosa, ma come ciò che anticipa l'assenza: la cecità non è atto del non vedere ma meglio della vista, è la condizione necessaria affinché si possa vedere. E infatti, cosa vediamo? Solitamente, nulla che sia davvero necessario vedere o altresì che valga la pena di essere visto, e così vediamo qualsiasi cosa senza porre la questione di ciò che ci porta a vederlo. In The ghosts are here si percepisce che la presenza del luogo soggiace a un'assenza che richiama in qualche modo il cinema come luogo che non riesce a contenere quest'ultimo per ciò che è, perché è fatto anche da quel possibile che l'immagine non arriva mai a sfiorare, ma solo a evocare. Se il cortometraggio è fatto di qualcosa, questo è semmai l'amicizia prima e i fantasmi poi, i quali riflettono le forze in atto del luogo: la croce finale non racchiude tali forze, diventando una sorta di chiusura e quindi punto d'arrivo, croce come simbolo mistico, ma riflette la preghiera come evocazione di ciò che il cinema porta a rimescolarsi nella realtà, ovvero quell'assenza dell'amicizia funzionale all'amicizia stessa.

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