La tierra aún se mueve


Siamo abituati a pensare che ci sia necessaria una certa spazializzazione strutturata della nostra vita per vivere, ma vivere quotidianamente, non solo per espletare le varie funzioni come mangiare o dormire, ma ancor prima per respirare, vedere o toccare. Il fatto che il nostro cervello riesca a focalizzare e categorizzare, che ciò ci venga automatico e via dicendo, è propriamente vitale, non è solo divenuto tale. In questo senso allora non si può certo dire che la strutturazione dell'io sia esclusivamente una costrizione o che i rapporti in cui siamo siano meramente occlusivi, possiamo di contro dire che la cosa si sviluppa e si muove innervandoci completamente, tanto da avere in sé il sovvertimento delle strutture, le sue rivoluzioni e con ciò il loro farsi continuo, in un processo che si processa variandosi, rivoluzionandosi. È per questo che, quando inizia La tierra aún se mueve (Messico, 2017, 68'), lungometraggio del messicano Pablo Chavarría Gutiérrez, siamo come pervasi da tutto ciò ed entriamo in una dimensione in cui l'unità non è messa tanto in discussione, ma viene vista al di là della narrazione, e non solo percettivamente (anche se qui, il fattore percettivo è importante, in quanto il tutto si gioca continuamente su variazioni e contrasti che evidenziano il lato percettivo stesso, lo potenziano, di fatto allargandolo e vagliandolo), bensì soprattutto chiedendosi cosa questa unità possa fare, quali siano le sue possibilità, e da questa domanda viene sollecitato non tanto ciò che meramente resiste alla sua unità, ma ciò che è in possibilità nella stessa. È da qui che emerge o, per meglio dire, gli resiste, una potenzialità oscura, misteriosa, che in qualche modo converge con il fuoco di Las letras (Messico, 2015, 77'), ma che non è propriamente vista allo stesso modo, variando anch'esso per le diverse potenzialità del film, ovvero per i rapporti in cui esso si trova e che converge in esso, e non quindi per le differenti intenzionalità comunicative, le quali, con il cinema, non hanno propriamente a che fare, perché questo si differenzia da un mezzo comunicativo inteso come scambio e condivisione di significati sulla base di sistemi simbolici e convenzionali. Per entrare nello specifico di La tierra aún se mueve, sono presenti varie scene ricorrenti, nel senso che hanno un contenuto che si può dire simile, ma tali scene variano ogni volta la loro carica dinamica, variando esse stesse seppur di poco. Queste ripetizioni si differenziano attraverso il movimento ed è questo che, in ultima istanza, caratterizza il lungometraggio di Gutiérrez. Il movimento insito al film è un movimento che si basa sull'alterazione non solo dell'immagine ma anche del suono come ciò che accompagna la scena, ma anche la potenzia caratterizzandola e non semplicemente enfatizzandola. Il suono caratterizza quindi l'immagine nel senso che provoca una variazione all'interno della stessa, in modo da creare qualcosa che vada al di là dell'immagine stessa come ri-presentazione della realtà, e attua invece una rigenerazione delle forze messe in campo dall'immagine. Ecco allora che la ripetizione e l'alterazione di alcune scene non ha significato solo visivo, solo percettivo, ma ha anche una destabilizzazione dello stesso carattere percettivo. Infatti, come si accennava all'inizio, la questione di Gutiérrez non ci sembra essere solamente percettiva, ma vincola l'intera realtà come ciò che ha al suo interno delle pieghe che, inviluppandosi, possono generare dal fuoco, dal mistero, delle possibilità che solo il cinema riesce a cogliere, possibilità che non vengono percepite nella realizzazione ma che rimangono in possibilità. Il movimento quindi non è propriamente ciò che si trova davanti alla videocamera, ciò che è ripreso e che si presenzia di fronte a sé, bensì ciò che, destabilizzando, si cela ai nostri occhi, non si realizza mai e tuttavia agisce sui nostri stessi occhi. Il cinema allora diventa non il mezzo attraverso il quale i nostri occhi possano vedere diversamente, bensì la svolta della piega necessaria affinché il fuoco si accenda. È per questo che quando guardiamo lungometraggi del genere non possiamo semplicemente affermare che la strutturazione ci sia come imposta, che la stabilizzazione, ovvero ciò che ha al suo interno la sua rivoluzione, e quindi il principio del cambiamento, non sia effettivamente un equilibrio di forze vitale. Di fronte a  La tierra aún se mueve la realtà viene a complicarsi, nel senso che viene a crearsi una possibilità di eccedere l'essere percepito e il percipiente, moltiplicando i movimenti fintanto che questi non facciano proliferare una dimensione ulteriore a quella della realtà, una dimensione che è quella del cinema.


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