Batum



C'è un tempo delle memorie, quello scorrere che memorizza e che è capace di riprendere gli eventi, anche se in un continuo processo di costruzione, mentre non c'è un tempo per ciò che si dimentica, ma propriamente un regno. Batum (Inghilterra, 2016, 8'), cortometraggio di Kamila Kuc, indaga un po' entrambi questi due aspetti, prendendoli come tali e quindi rapportandosi con essi senza snaturarli, senza sforzarli oltre i loro confini. Per questo Batum ci sembra essere un film dalle tante sfaccettature e insieme dal confondersi delle immagini tra loro, nel senso che non acquisiscono un'identità piena e intera, ma questa sembra piuttosto disfarsi una volta trattenuta o, meglio, non reggere il gioco, se così si può dire, della macchina da presa come ciò che per sua natura, nel senso della tecnica, cattura l'oggetto stesso. In questa presa e ripresa l'identità di ciò che si mostra riporta la sua natura costruttiva, ovvero come ciò che, pur resistendo al tempo e facendosi attraverso la temporalizzazione, esistendo quindi per essa, ponga, se non un freno, almeno un attrito a tale farsi identitario. Questo attrito sembrerebbe così connaturato nell'oggetto stesso. In questo senso allora dalla ripetizione e presentazione a sé dell'oggetto emerge in Batum il carattere resistente di quest'ultimo, come ciò che accresce l'identità stessa, che quindi mostra sì sfacettature diverse, ma in modo tale da non evidenziare tanto il diverso punto di vista di chi guarda, bensì le stesse sfacettature che interagiscono mostrandosi ogni volta proprie di una differenza che si relaziona con l'altro, una differenza insita dunque nella ripetizione stessa e nell'identità. Così, l'oggettivarsi a sè del ricordo (è l'immagine il ricordo?) mostra il suo carattere anche contraddittorio o comunque in contrapposizione tra il soggetto e la storia in cui lo stesso è immerso, non in un'incomprensione nevrotica, ma in una dialettica che le mostra entrambe, senza escluderle, ma richiamando le loro differenze. Qui non ci si domanda quale sia la verità, bensì si fa appello a tali sfacettature, le quali sono spinte a emergere. Per fare questo però Batum rievoca, e può solo evocare, anche ciò che non appartiene propriamente alla memoria, personale e storica che sia, ma che sarà sempre del dimenticato, quindi non tanto dell'inconoscibile ma ciò che sfugge al recupero mnestico. È necessario stare bene attenti a questo punto, perché non c'è solo l'immagine che manca, che si può solo evocare senza aspettative sul suo presenziarsi effettivo, ma Batum è fatto anche molto attraverso il linguaggio della parola scritta. Non c'è propriamente un doppio codice, come se scritte e immagini fossero cose distinte, certo lo sono in sé, ma qui si rimandano sempre in una maniera molto sottile. Infatti, la parola evoca la presenza di ciò che appartiene al dimenticato, ne lascia una traccia, che dovrebbe rappresentare ciò che evoca ma che, di fatto, non presenzierà mai quelle parole dimenticate, non riesce a toccarle se non circoscrivendole e con ciò già snaturandole perché esse non sono fatte per essere dette. Possiamo dire questo per il carattere fondamentale che sembra avere uno scritto mai scritto e che sembra invece essere stato scritto, ma anche no, uno scritto che, per quanto fondamentale, sembra quasi appartenere all'accidente. È qui che capiamo come tutte queste parole non completino tanto l'immagine, nel senso che non rappresentano ciò che l'immagine non riesce a riprodurre, perché chiaro è il fatto che l'immagine non sia meramente rappresentativa e chiaro è anche il fatto che questa sua impossibilità di rappresentazione è costitutiva e rappresentarla a parole sarebbe come snaturarla. La poesia non presenzia di fronte al lettore ciò che può solo evocare e così l'immagine non lo fa di fronte allo spettatore. Lo scritto non manca solo materialmente, ma manca perché non vuole il recupero, la ripetizione di sé, così come ciò che evoca l'immagine nel suo sfaldarsi continuo di fronte al suo presenziarsi non è rappresentabile e quindi non è reiterabile: ciò che appartiene al regno del dimenticato è solo una volta, nel suo sussurio indicibile e senza immagine.

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