A net to catch the light


Erin Espelie sa bene di cosa parla in A net to catch the light (USA, 7', 2016) essendosi laureta in biologia molecolare e cellullare, ma non è tanto la competenza della materia a emergere in questo cortometraggio, perché nel momento in cui esso espone qualcosa si è già nel frattempo insinuato in meandri molto oscuri che, pur essendo sondabili, lasciano da parte qualcosa di inscrutabile, che solo il cinema può far emergere. Non sorprende dunque che quando si parlerà dell'occhio come ciò che è in grado di catturare la luce e delle sue difficoltà, nonché del suo deterioramento con l'aumento della stimolazione proveniente dalla luce blu dei LEDs, si affacci un'immagine che nello stesso intante in cui mostra qualcosa, anche di simbolico come la tela di un ragno e quindi rimandando a una certa rappresentazione della luce come ciò che spiega le sue reti, rimanda a ciò che ci siamo rappresentati in qualche modo come tempo, ma che di fatto è solo parzialmente rapresentabile. Non solo quindi le luci blu provocano un deterioramento dell'occhio, ma mutano la percezione temporale, la quale non ci inficia più in un certo modo, comunemente esperito, ma ci fa viaggiare a due sensibilità diverse. La materia chiaramente, che cattura la luce e ne è inficiata, è una sola, e quindi si trova sotto due pressioni diverse, che sforzano temporalmente in modo dissimile, creando un differimento che è solo evocato in A net to catch the light, non esperito. Continueremo infatti ad avere una certa percezione del tempo che muta a seconda della noia, dell'affaticabilità eccetera, ma che si situa nelle possibilità di questa sfera terrestra. Con l'insinuarsi di ciò che è esterno alla nostra Terra, ovvero che non la riguarda, in quanto queste luci blu non sono qui prodotte se non artificialmente, viene mostrato anche il suo risvolto, anche se sarebbe meglio dire, viene prodotto il suo risvolto (perché difficilmente lo vediamo), il farsi temporale quindi si sdoppia, e lo scarto evocato dal cortometraggio suona pressapoco come un ammonimento. Nel frattempo però è uno scarto che ci agisce già e in questo senso non possiamo eliminare il differimento prodotto. Non se ne fa propriamente esperienza se non come ciò che è sempre vissuto a posteriori: per esempio, l'invecchiamento precoce della retina avviene nel momento in cui non ce ne siamo ancora accorti, ma è prossimo (anche se non immediatamente prossimo) per essere accolto dalla nostra consapevolezza, nel senso che prima o poi capiremo di non vederci più così bene. L'immagine di A net to catch the light non può in questo senso di-mostrare nulla, solo fare appello alla consapevolezza dello spettatore, ed è qui allora che manca completamente il bersaglio, perchè lo spettatore non ne è consapevole se non successivamente, non nel momento della visione del film, che, per essere chiari, non ha carattere informativo. L'informazione infatti del cortometraggio è un'informazione che annuncia la forma, la sua trasformazione e ciò che le è propriamente informe, nel senso di oscuro, il punto cieco dell'occhio. L'informe non reclama la sua presenza, ma si limita ad agire temporalmente producendo una differenza. I termini di tale sottrazione sono dichiarati, ma in fondo non sono veramente espressi nel senso di manifesti, se non l'uno nella sua produzione del mondo - noi possiamo vedere il mondo in quanto prodotto dalla luce - e l'altro come ammonimento di qualcosa di invisibile, nel senso che non è del mondo secondo le nostre potenzialità, ma che esiste comunque: la luce dei LEDs, ad esempio. Da qui allora si capisce bene come le due visibilità non creino una differenza che abbia a che fare con i termini da cui origina, ma con ciò che, formalmente, nell'immagine manca completamente. Questa mancanza non si può sentire, come scrivevamo più sopra, nel presente del qui, eppur si presenzia nel qui come azione. L'immagine cattura la luce e così noi possiamo vedere ciò che l'immagine propone. Quello che non vediamo è la mancanza costitutiva dell'immagine che non riesce a mostrare le proprie invisibilità, ma che A net to catch the light si limita a evocare, rimettendo in gioco la differenza di ciò che ci è visibile. Ciò che manca all'immagine è lo scarto temporale che viene dichiarato, scarto che non può davvero presenziarsi se non come produzione di qualcosa che varia continuamente, variando così a sua volta. La variazione è quindi in un certo senso esterna all'immagine, ma la rimette in gioco ogni volta, così come rimette in gioco chi guarda: viene prodotta rimescolando le forze, le quali non sono più del film che riprende il mondo evocando al contempo la differenza temporale e dello spettatore che vede il mondo ed è agito dalla luce e da ciò che lo fa agire a livello temporale diversamente rispetto a come verrebbe agito di solito, ma sono forze che compenetrandosi vengono agite dallo scarto, producendo così una variazione che non si situa rappresentativamente, solcando il tempo. 


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