Movement and stillness



Movement and stillness (Inghilterra, 2015, 11') è il cortometraggio di James Edmonds che precede Overland (Inghilterra, 2016, 22') di un solo anno e già in questo penultimo film possiamo capire, come avevamo avuto modo di scrivere la prima volta, come la ri-presentazione non faccia altro che confermare l'oblio su cui poggia la memoria, che è lo stesso oblio su cui poggia il cinema. In questo penultimo cortometraggio di Edmonds manca quel tentativo di allineamento temporale dato non tanto dal susseguirsi delle scene in un certo ordine, bensì da un allineamento più narrativo, ovvero legato a quella suddivisione in tre capitoletti che Edmonds aveva posto a mo' di ordinamento, ma che sostanzialmente mancava totalmente nel suo intento, nella sua volontà, e mancava consapevolmente, dunque non più una volontà mancata, bensì si presentava più come la necessità umana per eccellenza che si doveva confrontare col cinema, colle sue evocazioni senza un principio ordinatore, che non seguono le necessità umane, se vogliamo anche le sue velleità, bensì le scompone. A questo punto allora i ricordi e la loro rievocazione non hanno pubblico e non hanno destinatario nel momento in cui questo può potenzialmente essere chiunque e ovunque, ma perché in questo modo allora si implica che gli indirizzi siano molteplici e ciò comporta delle potenzialità terrene e innumerabili, ma non infinite, ma comporta anche che i movimenti di indirizzamento sono, sempre potenzialmente, innumerabili ma non infiniti. Il lato così strettamente terreno è ciò da cui parte questo Movement and stillness, il quale si scontra appunto con i suoi spostamenti. Lo spostamento è ciò che caratterizza un corpo che si muove temporalmente, non solo dal punto di vista spaziale, e anzi quest'ultimo è a dir poco secondario, e lo vediamo in questo cortometraggio, in quanto, ad esempio, quegli spostamenti veloci e scattanti, che saltano da una parte all'altra, che si vedono quelle poche volte nel film, implicano, senza derivarne, la sedentarietà, come l'essere sul posto e da qui vertere lo sguardo, precedente, necessaria non tanto quindi per notare lo scarto, bensì per lo scarto, e si fanno essi stessi nella sedentarietà, variando temporalmente, ma non su di essa. Ora, questa cosa non è di poco conto se teniamo presente ciò su cui poggia il cortometraggio stesso e anche Overland, ovvero quell'oblio che non è dato nel vuoto, contrapponendosi allo spazio, ma è ciò su cui risiede la temporalizzazione e quindi la possibilità della memoria, nonostante solitamente si parli dell'oblio come una mancanza parziale o totale di memoria e quindi come sia l'oblio a essere dipendente da essa e non viceversa, anche se in questo modo non si capisce appieno la differenzia con le amnesie, definite come patologiche, ma pur sempre intese nel senso di mancanza, deficit della memoria. La variazione temporale è quindi ciò che porta al movimento e alla sua stasi e da qui Edmonds parte in qualche modo per scardinare le sue stesse memorie dalla funzione del ricordare e quindi rimetterle al loro stesso oblio, il quale chiaramente non è sinonimo di vuoto e infatti lo spazio rimane come assodato nel corto, solo che è lo spazio a temporalizzarsi e non viceversa. In questo modo allora possiamo parlare di movimenti e stasi che si danno temporalmente e che chiaramente inficiano lo spazio nella misura in cui questo è ciò che si fa attraverso la temporalizzazione. È in questo modo che il cortometraggio diventa qualcosa in cui i suoi destinatari non si ritrovano come coloro che accolgono dei ricordi, bensì sono a loro volta scomposti nel proprio ruolo di riceventi. Questa volontà di mostrare che potevamo pensare che si compisse in Movement and stillness non è propriamente tale, ma non tanto con lo scopo di rimanere unico destinatario, anche se poi non è nemmeno unico, perché anziché andare verso una sola direzione e lì fermarsi, può non riconoscersi nemmeno a sé, nemmeno in uno specchiarsi nei propri piedi o nella propria amata, con l'incertezza insita del riconoscimento, che non tanto in questo caso può essere fallace, ma banalmente può non avvenire e diventare un possibile mancato recupero. Ma la questione non è, come abbiamo già detto, una mancanza di memoria e in fin dei conti basterebbe guardare le proprie mani intensamente per provare una certa estraneità, una sensazione sgradevole che si complica quando è il viso a non recuperarsi più. Movement and stillness quindi sembrerebbe provare più ad accedere a quell'oblio anziché mostrarne i suoi ricordi eliminandolo come tale e per farlo ha bisogno del cinema come ciò che poggia sull'oblio, infondandolo sostanzialmente, ma permettendo con ciò una proliferazione di possibili che non tanto sfidano il ricordo, ma lo rendono inacessibile ed è per questo che i destinatari, ovvero gli spettatori, non si ritrovano, non si riconoscono, non si recuperano. Ritemporalizzandoci, possiamo distruggere, certo, delle possibilità, ma rendiamo nuove realizzazioni: è per questo che r\esistiamo così strettamente radicati al cinema, controcorrente nel senso contro la realtà e quindi proliferando ciò che le si contrappone, in maniera immanente ad essa, nella ripetizione nella differenza, sapendo che dalla realizzazione non si scappa con la sperimentazione, ma è tuttavia possibile accedere ad altre soglie.  

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