In the shadow of Marcus Mountain



Vedere non è mai stata una pratica dell'occhio. In realtà, la vista è propriamente ciò che eccede l'occhio, rapportandolo in questo modo a ciò che effettivamente esso è: non un'estensione dell'occhio o un qualcosa che lo differisca a se stesso bensì un suo inchiodarsi, una postura dell'occhio che è per ciò che manca. In the shadow of Marcus Mountain (USA, 2011, 5'), in questo senso, sembra essere un'opera che in maniera definitiva e radicale pone fine al primato della vista in relazione all'occhio. L'occhio non vede, è cieco, e la vista è precisamente la sua ecceità più propria, ciò che, venendo a mancare, lo concretizza, l'occhio. Il buio viene così a essere l'ambiente prediletto della visione, e squarci di luce, improvvisi e dilanianti, non bastano a schiantarla, sono semmai essi stessi che si schiantano nell'oscurità e, così facendo, imprimono all'oscura quel marchio che ne fa ciò che è: non le tenebre per la luce ma la luce per le tenebre, volendo sintetizzare in modo un po' rozzo e banale. In effetti, l'oscurità è l'aleatorio - e perciò ambiente. Ambiente, l'oscurità, che viene a essere atto puro della visione, visione specifica o in quanto tale. Il centro carnale, che l'oggetto silvestre è, non è che dissolva nell'oscurità. Sono lampi, i suoi. Lampi che lo fanno essere per qualcosa d'altro rispetto a quello che sarebbe qualora lo si concepisse come ente di sguardo; la carne attrae, essa non rapisce lo sguardo ma lo attrae a sé, ogni oggetto, in quanto concentrazione fotonica, è in ultima istanza un'attrazione dell'occhio, che in tal caso viene a farsi in vece di un'esternità qual è, per l'appunto, l'oggetto, l'ente carnale. Questo per quanto riguarda la fisica quotidiana. Robert Schaller, dal canto suo, ragiona diversamente, cioè cinematograficamente, e rompendo colla tradizione che in Occidente ha dato più legittimità alla conoscenza visiva rispetto a quella di altri sensi trasforma, trasvalutando, la condizione della visione. In the shadow of Marcus Mountain non presenta, infatti, oggi carnali, ma questo si mostrano per ciò che sono, non concentrazioni di luce bensì lampi, scintille che erompono: la luce non si contrae e concentra come oggetto, ma il cinema ha questa strana capacità di mostrare come essa sia in realtà un'attività, se non addirittura un gesto. L'oggetto cessa così di presentarsi, di farsi come ente, e diviene, improvvisamente, un evento. L'oggetto non si presenta, eviene. Esso è un evento, rispetto al quale non si è mai in orario, non è mai possibile catturarlo né, tantomeno, ghermirlo. Bisognerebbe quindi pensare a un ambiente in cui non c'è niente, nella misura in cui niente si presenta e sta, come questo tavolo o lo schermo di questo computer, che rimangono fissi davanti a me; al contrario, il mondo di Schaller è un mondo non d'oggetti ma di eventi, di improvvisi lampi, di incandescenze tanto intensive quanto fuggevoli... Ora, l'oscurità è questo mondo. Come si può facilmente intuire, l'oscurità è il mondo degli eventi anziché degli oggetti perché essa stessa non sta alla vista, non le si presenta, inchiodandola, ma l'invita ad essere, a ad-venire nel senso che invita l'occhio, che non vede, a vedere - cosa? quel che non può vedere (l'oggetto) ma di fronte al quale può solamente trovarsi, e peraltro quasi senza la cognizione di ciò di fronte a cui si trova. In questo senso, In the shadow of Marcus Mountain potrebbe benissimo essere definito come un film ambientale, poiché, in effetti, in esso è come se ci trovassimo, ed è da qui che scaturisce l'essenza più intimamente cinematografica dell'esistenza autentica: un film non mostra ma invita alla visione. Ciò che accade per l'oscurità, nonché in essa, è ciò che accade per il film - e in esso. Il film si fa ambiente, ed è questo a ghermire, a inchiodare, ma ciò che inchioda non è altro che un occhio che non ha mai visto e che, attraverso quest'esperienza panica, non si ritrova ma si perde definitivamente come sua propria estimità. C'è un'estimità della visione? In un certo senso, sì, ma questa estimità non deve prendersi come la perdita dell'occhio ma come l'occhio che non ha più la vista: è cieco e chiede di vedere o, meglio, non vede e viene invitato alla visione, che non si dà mai definitivamente ma solo evenemenzialmente, attraverso cioè eventi che continuamente lo portano a ritrattare la propria posizione, a ricercare, sperimentalmente, di vedere, a farsi, insomma, non come eco di un oggetto ma, rispetto all'evento, sua testimonianza, eco di qualcosa di così frastornante ed elusivo che non lascia traccia e di cui l'occhio - si potrebbe dire - non è che il testamento. «L'occhio è la concretizzazione di una lacrima...»

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