Dream Enclosure


 Un film dalla doppia data e due gli anni di realizzazione, questo Dream Enclosure (Cina, 2012-2014, 18') di Sandy Ding, il quale ci aveva già ampiamente deliziati con Night awake (Cina, 2012-2016, 90') e da qui è inutile iniziare se non lateralmente, senza pensare ai film come due contenuti distinti, senza poter o voler fare collegamenti, ma li prendiamo piuttosto temporalmente nel senso più letterale possibile e probabilmente anche più distante, senza potenti linee di interazione che segnano un andirivieni sicuro: una durata dimezzata quella di Dream Enclosure rispetto a Night awake e questo dimezzamento non segna tanto una progressione di durata, bensì segna invece un certo spessore, certo temporale, ma che ha in sé la spazializzazione del tempo come ciò che scandisce senza interesse, va a passo di marcia sbattendo sul terreno e mentre sbatte avanza non inesorabilmente, ma ponendosi qualitativamente. Dream Enclosure accoglie questa marcia temporale dimezzata che è allo stesso modo qualitativa e l'accoglie proprio mostrando queste qualità, le quali possono così insediarsi sulla pellicola e mostrarsi tutte sullo stesso piano, che è appunto quello della pellicola, mai distesa ma comunque piana, senza altezze se non quelle dei piani del piano, che non è che un unico piano: la pellicola. Queste qualità, insediate e insedianti a loro volta, non emergono da sotto il piano e per questo non sono emergenti nel senso risultate da sollecitazioni di vario tipo: in questo modo, ad esempio, la danza non è ciò che fa emergere, ma è ciò che stimola nel senso di potenziare ciò che già c'è, ma questo c'è è nella sua maniera e dunque non c'è alla maniera della realtà e da qui la dimensione necessaria del cortometraggio nel suo senso, ovvero di ciò che appartiene al cinema, senza esaurirlo, certo, ma appartenendo lo coglie e ne mostra le potenzialità. In un altro senso, sempre come esempio di questo Dream Enclosure come film unico, è suo, le varie dimensioni o stati che non sono altre o altri prese o presi come molteplici, ma sfaccettature che alterano: una ragazza con un vestito bianco corre nell'erba e attraversa un paesaggio e arriva ancora in un tempio e non c'è ma fa ed è così fatta e il film non fa altro che mostrare ciò che accade, lui sì impassibile, nel senso che non rende emotivo eppur rende possibile ciò che accade, perché è qui, è nel film, che le cose accadono o meglio nel campo del film che è quindi il campo di ciò che accade ma anche ciò che ci accade. La realtà ne è coinvolta e coinvolgendosi lo è sia prima che dopo, dove ipoteticamente il dopo è quando accade mentre lo vediamo, eppure tutto ciò, le danze, ad esempio, non fanno altro che esserci ogni volta e ogni volta prendono dell'energia: è così che il cortometraggio può continuare a farsi e a mostrarsi, perché ogni volta cattura dell'energia nel qui e ora, in questa realtà. Non è intrappolato tutto questo nel film, che anzi non trattiene nulla, non trattiene sé e figurarsi ciò che va a sé. Ma d'altronde i rituali hanno senso quando si è vivi, altrimenti da morti non ce ne facciamo granché, anche perché siamo soli e senza altri. Tutto questo però non sarebbe sufficiente e allora ecco che cominciamo a dover per forza di cosa ossigenare il rituale, pena il soffocamento delle qualità stesse, le quali non si qualificano in una dimensione ma in svariate altre che sono nel tempo del possibile e per questo si qualificano. Non sono le visioni distorte, l'andirivieni veloce e schizo delle immagini, le sovrimpressioni, eccetera o, meglio, sono queste cose da cui Ding parte ma per lasciare dietro di sé Ding e portare avanti ciò che ha davanti, ovvero la pellicola stessa, la quale è ciò che, davanti a Ding, per mano di Ding, ma non essendo di Ding, tuttalpiù essendo, può convogliare la tecnica in ciò che fuoriesce dalla sua struttura, non alla ricerca di una casella vuota, bensì di un'altra casella, la quale si decasella nel momento stesso in cui giunge a contatto con altre caselle, ma è proprio da questo contatto che possono alterarsi reciprocamente, senza che questo significhi per forza incontrarsi. No, non c'è nulla di enigmatico in tutto ciò, al più possibile, questo sì, ma possibile in durata, quella dei due anni, i quali non si concentrano in diciotto minuti ma da questi evadono, e non il contrario. 



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