Doubt


«La lotta per mantenere il controllo lascia rapidamente il posto a una sorta di religione disperata.»
(Josh Lewis)

L'emergere di una coscienza in ambiente cinematografico è dell'ordine dell'eventualità e dell'evenemenziale, il che, lungi dal fare dell'ambiente cinematografico una specifica concrezione di forze variamente orientate e connesse, pospone il cinema dal film medesimo e lo risulta come eccesso, se non addirittura come scarto: l'opera di Josh Lewis, Doubt (USA, 2013), composta da nove cortometraggi, nel corso dei quali la pellicola è supporto e sostrato di reazioni chimiche che si fanno come suoi propri eventi, è in questo senso una particolare forma di quel che potremmo definire come una sorta di cinema alchemico o dell'alchimia, dove però il genitivo dev'essere inteso sia in senso soggettivo che in senso oggettivo. Infatti, non è tanto l'accadere di qualcosa, ciò che precipita nell'abisso la materialità della pellicola, il cinema in quanto materia, ma è precisamente il fatto che l'abisso è la pellicola, ciò che potremmo effettivamente definire cinematografico, nel lavoro del regista statunitense. La pellicola non è così semplice supporto o sostrato, materia ospitale, ma forma, regime informativo la cui caratteristica precipua è quella dell'accoglienza. Che fa la pellicola? La pellicola accoglie e perciò sprofonda. Il cinema è sempre e comunque dell'ordine dell'abisso, della profondità. Accogliendo, la pellicola non recede né retrocede ma si manifesta come ciò che manca e di cui l'evento chimico non è che effetto di superficie, il quale ha valore nel momento in cui rimanda, transitivamente, alla pellicola. Non è che l'evento sia traccia, abbia il valore di traccia: l'evento non deve rimandare, svanendo così nel momento stesso in cui è, cioè rimanda, e questo perché la pellicola è propriamente l'inattingibile, ovvero l'origine. L'origine non è qualcosa a cui si possa pervenire - e per ciò è origine. Cosa fa l'origine? L'origine dà origine, e in questo originare si perde. Ciò che viene originato è differenza dall'origine e differimento all'origine, e però tale dif-ferimento non può che darsi nella dimensione dell'inattualità; l'evento, come differenza dell'origine, non è a sua volta originario, eppure è in esso un'originalità strana, per non dire inquietante: l'evento è sempre e comunque originale, e l'originalità dell'evento è precisamente ciò che inchioda a esso, che non permette di retrocedere rispetto a esso, di discostarvisi ma di coglierlo in tutta la sua fattuale alterità. L'evento è in effetti ciò che è altro, ma questa alterità vale di per sé, è una perseità che ha valore di inseità. La serie di cortometraggio realizzata da Josh Lewis, già nel suo carattere di serialità, viene così a presentare una sorta di annunciazione cinematografica che difficilmente potrebbe essere ricondotta a qualcosa d'altro da sé; semmai, essa conviene a una dimensione dell'aleatorio in cui è la frattura, il differenziale tra un cortometraggio e l'altro ciò che procede e fa procedere i vari frammenti filmici, facendoli essere uno per uno e ognuno in sé. La serie, in effetti, non è la duplicazione di più copie, bensì la differenza che si ripete: uno per uno, i cortometraggi vengono a farsi originalmente, e quindi sempre e comunque ripresentando se stessi nel vuoto, nell'assenza di quel qualcosa che è la profondità cinematografica. La serie non si scolla dalla profondità, tantomeno la raggiunge. Meglio, la serie è precisamente ciò che fa sprofondare il cinematografico in vece di un'eccezione che è l'evento filmico medesimo: ed è questo evento, in ultima e definitiva istanza, a rimandare all'origine come ciò che è, infondatezza ultima, definitiva, che rende maniacale ogni singolo evento filmico. La differenza, allora, assume i connotati di un qualcosa, un quid che viene processato in per ciò rispetto a cui è differente. Non si tratta di un differente, come se il film fosse ciò che è differente dal cinema ma la differenza medesima del cinema: la differenza, non si può dire che è ma che la si fa, ed è proprio facendo la differenza che il film emerge, sommergendo quel cinema che solo dall'abisso riesce a esserci autenticamente. Fare la differenza tra un film e l'altro, produrre una frattura che dia alla serialità - questa «religione disperata» - la sua dimensione specifica, ovverosia quella dell'aleatorio, quella in cui tra l'uno e l'altro c'è qualcosa che manca e che distingue i vari cortometraggi - e nell'atto stesso di distinguerli li raggruppa, li affilia in quel maestoso clamore che altro non è se non l'Altro, quindi il cinema o, più propriamente, l'origine. 

Nessun commento:

Posta un commento