Decroux’s Garden


Siamo di fronte a questo magnifico cortometraggio di Baba Hillman, Decroux’s Garden (USA, 2012, 4'), eppure la nostra posizione, del tutto priva di ostacoli e assolutamente facilitante per la vista, non implica per forza che l'occhio stia vedendo, come se vedere fosse una pratica dell'occhio, condizione necessaria e sufficiente, senza la quale ogni visione è tolta o mancata. Semmai l'occhio, e in questo cortometraggio quest'azione è particolarmente forte, ruba alla visione quelle possibilità di vedere qualcosa, ma un qualcosa che non è tratto da Decroux’s Garden, bensì è Decroux’s Garde, la visione stessa. Il cortomtraggio in questione appare (e solo appare) come una traccia ritrovata ma è ritrovata in quanto caduta nell'oblio e quindi, almeno in questo caso, non è più tale, è sottratta all'oblio, è emersa al di là da esso, in ciò che non va confuso con la memoria: come abbiamo avuto modo di vedere più volte, come ad esempio nel film di James Edmonds, Overland (Regno Unito, 2016, 22'), la memoria è ciò che poggia sull'oblio e con ciò lasciamo anche intendere che non sia propriamente al di là di esso, perché l'al di là è chiaramente una condizione indefinita e aperta al dubbio. È indefinita perché può essere segnata da un inizio per quanto non marcato esso possa essere, oscillante e delebile, e aperta al dubbio nel senso più proprio del termine, perché nell'apertura il dubbio prolifera e prolifera proprio perché c'è quest'apertura, la quale non è altro che un continuo domandare, dove non vengono comprese beghe comunicative del tipo che all'interno di ogni domanda c'è un indicazione per la risposta, bensì è il domandare di Dio in quanto eterna possibilità. Ecco allora che capiamo come Decroux’s Garden attinga all'al di là dell'oblio - e non alla memoria - alla maniera di ciò che non costituisce unicamente la base per un fondamento o, meglio, esso lo diventa ma quando si piega, quando è già aperto all'indicare (l'andare verso) la realtà e dunque la memoria. È in questo momento allora che possiamo pensare che questo possibile possa proliferare attraverso il cinema, che ne è la condizione di possibilità, ciò che permette di essere rubato dall'occhio perché non tanto visibile, sott'occhio per tutti, di fronte allo spettatore, bensì perché è esso stesso propenso al furto. Non possiamo infatti vedere tutto, molte cose ci sfuggono e questo soprattutto se non avessimo una tecnologia che ci possa aiutare in questo senso, e anche in questo caso, vediamo ciò che ci è permesso col supporto della tecnologia, non all'infuori di essa. Anche il cinema è un affare tecnologico e proprio per questo vediamo attraverso di esso, ma non potremmo farlo se fosse solo un supporto e se non ci permettesse più propriamente di restituirci l'occhio. In questo senso allora ciò che vediamo in Decroux’s Garden non appartiene al rimembrare, non è quindi un ricordo che riemerge in memoria, perché di fatto non abbiamo visto (visto, non vissuto o percepito) ciò che si pensi voglia ricordare il cortometraggio: la memoria è fatta di immagini epperò il cinema non ha immagini, quindi le due cose non si possono sovrapporre così blandamente, se non sorrette appunto da un rapporto di forze tale per cui si possa parlare di cinema e non d'altro, come per esempio di raccolta indifferenziata. Ciò che è stato vissuto per Decroux’s Garden non è Decroux’s Garden, semplicemente perché Decroux’s Garden non appartiene solamente a ciò che è, ma anche a ciò che avviene nella possibilità del cinema di attingere a quell'oblio che indica verso la fuoriuscita dell'oblio stesso, mai in un qui e ora ma sempre al di là da esso, dove ha origine una proliferazione che è lo sperimentale. Con questo non vogliamo supporre che ci sia una purezza dello sperimentale, così come non c'è una visione pura che possa dirsi tale, non tanto perché inesistente e, in fondo, come potremmo saperlo, bensì perché nel furto della visione c'è l'occhio come fatto materiale, cioè come ciò che appartiene alla realtà. Quest'appartenenza non è da intendere in senso qualitativo, come qualcosa che risulta contaminato, appunto, non puro, ma come ciò che ha una propria regolarità, che è quella della realtà. Decroux’s Garden restituisce all'occhio quel po' di possibile che dà la visione, che non è, ancora, purezza di sguardo, ma semmai captazione dello stesso.


6 commenti:

  1. Ciao ragazzi ! Voi che dite del libro di Chris Marker "SCENE DELLA TERZA GUERRA MONDIALE 1967" ? So che doveva essere un film, ma che ne realizzò un libro, ma oltre a questo non trovo informazioni a riguardo. Comunque Francesco come cazzo fai ad avere "Il lucernario dell'infinito" ? non lo trovo da nessuna parte cristo. Spero ancora di riuscire a recuperare "Metafore della visione", nel frattempo saresti ancora disponibile per inviarmelo in PDF ? Che piuttosto di niente va benissimo :)))

    Alberto

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    1. Ciao, purtroppo non ne so niente, soltanto sentito nominare. Lo cerco da un po' pure io...

      "Il lucernario dell'infinito", a dire il vero, ce l'avevo e poi l'ho perso, peraltro molto recentemente. Penso di averlo dimenticato in qualche treno, ahimè. Fortunatamente, l'ho recuperato giusto l'altro giorno attraverso Libraccio. Ti do un consiglio, spunta la casella "avvisami quando torna disponibile" su Libraccio, perché funziona, e così ho recuperato diversi libri, tra cui appunto questo. Inoltre, fatti una lista desideri su Amazon dei libri che cerchi e controllala giornalmente, anche questo è un buon metodo, infatti è stato così che ho recuperato le "Metafore...". BTW, visto che leggi i libri sul cinema, che purtroppo nessuno legge, presta attenzione al NOFEST di quest'anno, ci sarà qualche sorpresa in più dell'anno scorso, e una molto ghiotta in questo senso.

      Scrivimi una mail (talkinmeat@gmail.com), intanto, ché te lo giro, quello di Brakhage.

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  2. Ah e volevo chiedervi se avevate mai visto o sentito qualcosa a riguardo, se è mai stato visto o detto qualcosa a riguardo, di "I cinque dolori" di Mario Carrieri ? Non vedo l'ora del Nofest diucannn !!!

    Alberto

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    1. Sto leggendo EC di Youngblood, figata ! Ho ritrovato un sacco di miei pensieri sul cinema che volevo fare e che pensavo essere originali ma che leggendo ho scoperto essere idee già pensate e attuate ahahaha. E chirurgicamente piglio qua e la le cose di cui parlate perchè mi gaso come un maiale a scoprire certi tesori che mi evitano il cappio al collo. Comunque il discorso su Vaia e Piazza, sulla mancanza di una uscita di emergenza oggi, di un fuori, e quindi l'abitare l'interno, l'immagine falsa è quella reale...non è anche quello che fa Grandieux (scusa se forse tiro una strafalciata dicendo ciò, perchè ricordo che a Milano dicesti che ora ti fa cagare Grandieaux e capisco il dire oggi lo amo domani lo odio, fa parte dello scoprire continuo di chi ha sete) ma con un percorso differente ovviamente da chi ha capito certe cose camminando per poi arrivare a un punto che si potrebbe dire di partenza, come se avesse visto dell'altro durante il suo viaggio ritornando però al punto da cui si è distaccato per dare quella consapevolezza che ha vissuto nel cammino a chi non si è spostato ?

      Alberto

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  3. Grazie comunque dei consigli per recuperare i libri, di solito cerco dappertutto fino a arrivare a sitacci proprio perchè svalutavo queste opzioni da te elencate !

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