Simulacri #28: Imagens do silêncio



Opera radicale come poche altre, Imagens do silêncio (Brasile, 1972, 65') è con ogni probabilità l'architrave della filmografia di Luiz Rosemberg Filho, quella in cui la sua poetica si mostra per ciò che è, ovverosia una politica delle immagini tale che il politico propriamente inteso non possa che risultare dirimpetto, se non di contro, a essa. In effetti, in questo trambusto visivo, ciò che appare dapprima chiaro e lampante è come il silenzio, che permea l'intero lungometraggio, sia di per sé connaturato a un'operazione di sottrazione e di espunzione che rileva l'immagine cinematografica per ciò che essa è; in questo senso, il silenzio è precisamente il silenzio della Storia in cui l'immagine viene facendosi e disfacendosi, in un'aritmia topologica che esalta la sensazione di spaesamento e sconforto. Siamo, del resto, negli anni '70, quando il Brasile stava sotto una dittatura militare feroce e violenta, ma è in questo stesso terreno che sorge l'immagine di Luiz Rosemberg Filho, un'immagine che, dunque, non può non fare i conti con la politica istituzionale dello Stato. Il problema, allora, è: com'è possibile il cinema in una dittatura? com'è possibile che qualcosa nasca in un tempo di morte? può il cinema essere ed essere veramente in un periodo in cui nulla è o, il che è lo stesso, ciò che è è la morte? Qui, la pulizia dell'immagine operata da Luiz Rosemberg Filho risulta determinante. Pulire l'immagine non significa ripulirla dalla dittatura, fare a meno del politico, ma farla risultare in sé, quindi coagulando in essa le pure forze del campo in cui s'innesta. L'immagine non è altro dal politico, è semmai altro dall'operazione che il politico fa sull'immagine. La dittatura opera sulle immagini, e la pulizia dell'immagine altro non è che la manifestazione del gesto con cui la dittatura si appropria e fa la propria politica delle immagini. Il silenzio delle immagini, allora, non è il silenzio della dittatura, ma l'immagine in quanto tale: l'immagine che r\esiste alla dittatura, che cioè esiste come resistenza alla dittatura, la quale - come si vede - è allora implicata, in tutto il suo senso storico, dall'immagine. Si tratta, allora, non di fare dell'immagine un altro della dittatura, ma attraverso di essa di manifestare una resistenza alla dittatura, il che può essere svolto solo attraverso una politica delle immagini piuttosto che con delle immagini politiche. Le immagini sono infatti di per sé politiche, figlie del loro tempo, affette da un determinato clima; pulire l'immagine significa pulirla dall'incoscienza di ciò e, con ciò, politicizzarla ulteriormente, non cioè diversamente, ma attuare una politica attraverso le immagini, politica che, storicamente, non potrà che determinarsi in seno all'altra politica, quella, in questo caso, della cosiddetta dittatura dei gorilas. L'immagine acquisisce allora una forza inedita e inaudita, e ciò in grazie del fatto che la sua lingua è la medesima lingua della repressione: l'immagine di Imagens do silêncio non parla della repressione, ma è in se stessa repressiva, violenta, atroce, e al contempo statica, insanguinata, perché il sangue è il reale della Storia, e l'immagine non è che mostri il sangue della Storia ma sanguina il sangue della Storia. Quello che, in definitiva, Luiz Rosemberg Filho tenta non è tanto un'altra politica, una speranza di una politica che sia diversa da quella dei militari, bensì che l'immagine stessa sia politica nel senso che la faccia, ma ciò è possibile solo attraverso una politica delle immagini che le liberi dalla politica repressiva che le innerva in anticipo. Da questo punto di vista, l'immagine non dev'essere considerata nella sua integrità fotogrammatica; piuttosto, l'immagine è precisamente un processo mediante il quale viene a farsi il reale. La sensazione stessa è un'immagine, e allora è anche su di essa che si deve lavorare, che dev'essere pulita, perché essa soggettiva l'oggettività di un mondo, e il rischio è appunto quello d'essere inquinati internamente da questo stesso mondo, senza peraltro accorgersene, arrivare cioè al punto di creder proprie impressioni e idee che sono invece esterne ed instillate surrettiziamente nell'animo e nei pensieri. Così l'immagine cinematografica, la cui produzione è in realtà un atletismo, una ginnastica: l'immagine cinematografica risulta da un tempo che non può ignorare e che in ogni caso deve negare, a cui comunque deve resistere per poter esistere, pena il fatto di non essere altro che il mondo medesimo o, meglio, la sua garanzia d'esistenza, la sua ultima legittimazione; in sé, infatti, ogni immagine è eversiva nei confronti dello stato vigente, essa è intrinsecamente anarchica, brucia di una potenza selvaggia, è in se stessa contro-potere: è r\esistenza, la sua esistenza è un resistere dal quale si distingue, certo, ma non si separa. L'immagine sorge dalla terra ma allo stesso tempo fa sorgere la terra - non un nuovo ordine ma un contro-ordine. È un'anomalia? Non necessariamente. Piuttosto, essa è ciò che smaschera il reale in quanto tale come unico mondo possibile, non delegittimandolo ma palesando una possibilità ulteriore, che non è altra rispetto al mondo nel senso che sarà altrove e altrimenti ma è già qui, coestensiva a esso: da una parte il reale, dall'altra il possibile, e il punto è trattenere il possibile come tale, non farlo divenire la possibilità di una realtà altra, ma conservarlo nella sua natura di possibilità pura, ed è a questo che è necessaria una politica delle immagini, quale quella proposta da Luiz Rosemberg Filho.

35 commenti:

  1. Vedendolo mi e' venuto in mente Faulkner e in particolare l'urlo e il furore, non tanto per rimandi diretti o similarita', piu' che altro per quanto di etico e politico c'e' in faulkner senza essere esplicitamente ideologico, anzi senza esserlo proprio. Mi spiego meglio, se pensiamo per dire a Steinbeck, lui affronta assoggettandosi ad una certa critica del capitalismo, lo fa direttamente, i suoi libri, come furore ma secondo me anche uomini e topi per dire, sono pienamente ideologici. Mentre Faulkner cosa fa, distrugge totalmente la monolicita' del romanzo famigliare, dei cliche sulla famiglia americana propagandati all'ennesima potenza fra gli anni 30,40 e 50 senza assolutamente prendere un partito, o essere di sinistra, lui semplicemente si sente attraversare da quello che mette poi nel libro penso proprio perche' vivesse un certo mondo e per questo riesce poi ad aprire cosi' non solo il romanzo familiare di cui forse gliene fregava poco ma in generale apri la finta concezione della famiglia come porto sicuro, come nucleo su cui si fonda lo stato ecc.. Insinua qualche cosa sotto pelle Faulkner con l'urlo e il furore, mentre forse Steinbeck e' pienamente ideologico e piu' facilmente criticabile da chi lo legge e non e' d'accordo con lui. Forse faulkner e anche questo film comprendono il territorio e lo aprono senza spostare il limite, anche se forse questo film e' anche pienamente e direttamente oppositivo. Non so ho avuto vari pensieri e nemmeno io riesco a capire piu' di tanto.

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    1. Interessante il parallelo con Faulkner, invece! (Steinbeck, purtroppo, non mi ha mai garbato troppo, più che altro per via della tipizzazione dei suoi personaggi, frutto di una scrittura che mi ha dato sempre l'impressione di farsi per "arrivare alla fine", al nocciolo della questione, quasi che questa fosse un centro traente...) A me pare comunque che Luiz Rosemberg Filho, nella carnalità della sua immagine, nonché e anzi soprattutto nell'irruenza e nella violenza di questa, riesca in qualche modo a evincerla da un contesto colla quale non si confonde: è come se traesse da un territorio, come dici tu, un'immagine, ma questa immagine non è l'immagine del territorio così come si presenta, essa anzi sorge dal territorio e, proprio per ciò, può essere in esso, lavorarlo, e quindi - nell'ottica di questo film - contrapporsi a ciò che abita quel territorio, ovvero la dittatura dei militari. Hai ragione, Filho che Faulkner fanno sorgere le proprie immagini dalla Terra (e per ciò le loro immagini sono così efficaci, cioè produttrici di effetti), senza tuttavia confonderle coi rapporti di forza o lo status quo di quella stessa Terra (e per ciò le loro immagini sono eversive, se non addirittura sovversive, senza con ciò essere politiche). Penso senz'altro a "L'urlo e il furore", ma anche e soprattutto a "Santuario"...

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  2. Sono d'accordo con te su Steinbeck, non ci avevo pensato, inoltre Steinbeck rimane giornalistico, rimane ideologico, cerca il messaggio nel libro, in maniera spudorata, quello che ha scritto per certi versi al suo tempo poteva anche essere sovversivo ma poi si perde in tutte le rotture di coglioni giornalistiche che escono ora e vogliono dare un messaggio e vogliono descrivere realisticamente, come se ci fosse un oggettivita' assoluta, le realta' disagiate ecc.. Basti pensare a Saviano che e' esplicito in questo, ma io credo che la maggior parte delle robe che escono siano legate ai fattucci realistici della gente, tutto deve essere consolatorio, tocca leggere delle disgrazie degli altri, oppure tocca sorbirsi gli impacchettamenti perfetti infarciti di critichelle anticapitalistiche come fa Delillo, che e' iper osannato dalla gente. Roth e' un ebreo che difende se stesso e la sua borghesia, pastorale americana lo dimostra, dato che e' un libro piu' che reazionario che di caotico, come invece vorrebbe, non ha nulla. Detto questo, Faulkner non solo e' legato alla terra nel modo in cui tu dici, ma nella sua visceralita' e sviscerazione delle profondita' umane e' ancora piu' vicino alla terra ad esempio di Mccarthy nella maggior parte dei suoi libri, forse Suttree si avvicina un po` a Faulkner. Non ho letto Santuario purtroppo ma rimediero'. Mi rendo conto che ho registrato mentalmente buona parte delle immagini del film che continuano ad attraversarmi e mi rimandano alla proliferazione del sangue che c'e' nei "Canti del caos" di Moresco, dove il sangue sussiste per quello che e' oggi, cioe' un fiume che esce dalla vagina di una pornostar, nemmeno piu' il sangue e sperma di Artaud, ma solo un fiume che lascia tracce, le quali possono essere interpretate da chiunque, ma ci sara' un'interpretazione ufficiale e statale che nonostante quel sangue gia' sia plastificato cerchera' ancora di piu' di plastificarlo. Scusa lo sfogo precedente su Roth ecc ma sarebbe ora di fare un po' di pulizia bella profonda su questi scrittori eretti a mito che invece fanno cagare.

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  3. Concordo, e la nostra osannata Elsa Morante?

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  4. Sinceramente non ho mai letto nulla della Morante, so che si inserisce in un certo "filone" diciamo cosi', cioe' quello della testimonianza diretta della guerra, e so che lo fa con "La storia", che in parte ho letto al liceo. Quindi non ne so molto, posso dire una cosa pero'; credo che sia ormai abbastanza inutile e distante dalla sensibilita' nostra un tipo di racconto della guerra e di concezione della guerra come quello della Morante, di Primo Levi ecc.. Credo ci sia bisogno di finirla con il piagnisteo sui nazisti e sui campi di concentramento e cominciare a sentirmi visceralmente quella catastrofe e prenderla come catastrofe appunto intesa in senso Foucaultiano. Questo sentire profondo l'ho trovato solo in "Gli increati" di Moresco, in Pynchon ma in un altro modo, ne "L'arcobaleno della gravita'", dove non tratta assolutamente della seconda guerra mondiale dove distrugge ogni piagnisteo su di essa e tutto cio che riguarda la guerra diviene rumorio, diviene quello che nella teoria dell'informazione viene chiamata controinformazione. Pynchon scardina, applicando come dei tensori al racconto della guerra e lo fa deflagrare su se stesso senza nemmeno spingerlo da fuori. Un'altra maniera piu' "vicina" puo' essere quella di Wallace in Infinite Jest dove c'e' un personaggio che e' l'esasperazione totale del cliche' dell'uomo nazista e anche li senza metterlo in maniera ideologica, in silenzio, esce fuori questa rottura del solito discorso sul nazismo, proprio perche' viene fuori il nazismo e il nazista per cio' che e' oggi, cioe' un racconto fatto dall'istituzione che e' diventato cliche' ,o forse lo e' sempre stato, del quale a nessuno interessa approfondire cosa ci fosse appunto nel profondo, ad esempio leggendo il discorso sul nomos di Schmitt.

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    1. Mi viene in mente anche piano pino di Mazzola...

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    2. (Comunque Wallace è sopravvalutatissimo...)

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    3. Sono pienamente d'accordo. Io per Wallace parlo di Infinite Jest dato che ho letto solo quello. Secondo e' sopravvalutato anche perche' nessuno studia un cazzo e parlano a caso della trama o di cazzate del genere, invece di andare a vedere cosa e' riuscito a fare e cosa no quanto ha aperto delle possibilita' della letteratura e quanto non l'ha fatto. Oppure come si inscrive cio' che ha scritto in un reticolato, diciamo in un contesto. Si parla solo a cazzo della trama che non conta nulla, come succede pure per Underworld di Delillo ad esempio e per i libri di Roth, per ritornare al discorso che facevo, ma non sono i soli, ce ne sarebbero di cagate enormi spacciate per roba fine.

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    4. Ma non è questo il problema del postmoderno inteso come moda? Vivaddio, di postmoderni con le palle ne ho letti pochi. Barth, Pynchon e, soprattutto, Barthelme, che sfornava bombe, non libri.

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    5. Probabilmente si, l'autore conta piu' del libro nella moda, si parla della vita dell'autore e non del libro, ogni anfratto della vita dell'autore lo fanno legare a libro in realta' slegando il libro dalla sua importanza, gente che parla degli interessi degli scrittore e non capisco cosa gliene freghi. Di Barth ho letto solo l'opera galleggiante ma non mi ha entusiasmato, vorrei leggere altro di suo, Barthelme l'ho puntato da parecchio e lo leggero'. Comunque si la maggior parte dei scrittori americani ricalcano se stessi o qualche idolo montato da loro, e pensano di fare roba bella, invece no per niente, e sinceramente non riesco nemmeno a leggerla sta roba. Forse Barth non l'ho apprezzato a pieno proprio perche' ho letto gia' roba simile a quella, prima dell'opera gallegiante. Bo non so...fatto sta che mi annoiano parecchio quasi tutti gli scrittori americani dagli anni 80 in su, eccetto due o tre forse.

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  5. Hai fetto bene a non finire "La storia". Per un Dickensiano come me è stato un trauma da cui non mi sono più letterariamente completamente ripreso. Non posso credere che siamo senza speranza. Possibile che qualche galantuomo, alla fine, ci sia ovunque nel mondo tranne che da noi?. Ero disperato, ma sembra che la realtà d'oggi gli dia ragione.

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    1. Pensa che a me Dickens piace proprio per il fatto di non essere affatto un ottimista, ma sarà che non riesco a leggerlo come un romanziere quanto semmai come una fonte storica da cui attingere a piene mani, un po' come Hugo. Leggi 'sta gente, Dickens, Hugo e via dicendo, e in pratica puoi benissimo evitare di annoiarti coi manuali di storia, perché ti descrivono tutto, come ad esempio gli operai che si ubriacano, si tranciano la mano e vengono licenziati, mandando in malora le loro famiglie. Apprezzo moltissimo questi autori proprio per questo, perché poi allora capisci davvero in profondità le analisi politiche di un Marx o di un Foucault, quando ti parlano della fabbrica o dell'organizzazione cittadina, e grazie a Dickens e gente simile cogli queste dinamiche con una profondità e una concretezza tale che, seriamente, un trattato di sociologia o un manuale di storia non potranno mai darti.

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    2. Pienamente d'accordo con Francesco, ho sempre avuto la stessa concezione di certi libri, per esempio per riprendere Steinbeck, lo considero come tu dici, per quello penso sia interessante, in un certo senso a suo tempo libri cosi' potevano avere senso di esistere e tutt'ora ce l'hanno se letti con questa consapevolezza. Ma sinceramente scriverli oggi e considerarli come robe fenomenali mi pare una cazzata. Perche' non fanno altro che ampliare il giornalismo alla scrittura, pensando di voler opporsi ad un potere, che invece risiede proprio in chi li scrive e li dovrebbe essere estirpato, segato via. Se penso a Pynchon e come viene frainteso il suo ultimo libro, dicendo che e' mediocre quando e' probabilmente una delle cose piu' distruttive mai scritte mi viene da bestemmiare in sei lingue. Infatti ero e sono d'accordo con quello che avete detto su vizio di forma ma secondo me nell'ultimo e' ancora piu' in la, riesce a portare oltre quello che fa in vizio di forma. Basti pensare a come demolisce il discorso postmoderno sul complotto, nello specifico dell'undici settembre, relegandolo a quello che e' appunto, un rumore, un parlottio, senza opporsi a nulla apre il contesto in cui si trova il libro. E per dio la gente parla ancora di trama e cazzi vari, quando se leggi le trame di Pynchon me devi di che cazzo de senso c'hanno. Comunque in Italia al momento c'e' Moresco che e' parecchio interessante, almeno alcune cose che ha scritto. Poi vedo che c'e' qualcosina, forse nelle ultime raccolte di tunue', ma appunto forse...

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    3. Guarda, io sarà da secoli che non leggo un romanzo (e non solo per via dello studio, quanto soprattutto perché nel tempo libero preferisco leggere altro, specialmente roba sui pirati), ma mi fai tornar voglia di riprendere in mano qualcosa, a partire dall'ultimo di Pynchon.

      Al di là di questo, sottoscrivo in pieno.

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    4. Che intendi per roba sui pirati? Mi hai fatto venire la curiosita'.
      Comunque Pynchon ormai per me sta raggiungendo i livelli di Pessoa per cui....

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    5. Rubo i consigli sui pirati :)

      Ti ringrazio per avermi "ricordato" di barthelme perchè è diventato totalmente capitale per me. Scrivo qui perchè mi rimane più diretto ma in realtà scrivo per rispondere anche all'ultimo post vostro, che ho trovato si incroci con lo studio che sto facendo sulla letteratura, come forse avrai capito dalle cose che avevo scritto l'altra volta.
      A mio modo di vedere lo spirito è l'impossibile che è direttamente relazionato al possibile, il quale si in forma nel momento in cui c'è l'individuazione, e questa si dispiega nella lettura dei canti del caos ad esempio, allora, in quel momento, in quell'attimo, davvero la letteratura in pochissimi, ma importantissimi libri, diviene la possibilità impossibile di un nuovo occhio, di uno spirito, di uno sragionamento, di una esperienza limite in fin dei conti. Tutto questo appunto agisce sulla superficie, nella membrana che separa il dentro e il fuori dalla cellula, sulla superficie marginale si apre lo spirito, si dispiega forse si potrebbe dire, ma è una superficie che è in diretta tensione con la profondità, perchè per stare su quella superficie marginale bisogna aver profanato le profondità ed averle scardinate.
      Purtroppo queste merde che scrivono, che girano, che ne parlano, che recensionano o cazzi vari, hanno lasciato la letteratura e ilcinema ai cantastorie per dio, e sono troppo importanti per lasciarle a loro, allo storytelling. Per fortuna ci sono persone che hanno capito, come barthelme o moresco o pochi altri, che la letteratura ( e per quanto riguarda il cinema che io sappia voi e pochi registi) apre allo spirito, apre il reale e il possibile e per fortuna questi pochi hanno fatto qualcosa. Bisogna continuare ad andare avanti, avete scritto delle cose stupende ( dico avete perchè mi pare di considerare ciò che scrivete come singoli come il frutto di un insieme), detto questo, ci si vede a Milano. Daje.

      Ultima cosa. So che voi parlate di cinema e magari ve ne frega poco della letteratura, non lo so, ma non credo sia così fuori luogo, mi pare che una radicalità se ricercata in un ambito vada ricercata in tutti, dalla biologia alla fisica alla letteratura al cinema. Mi piacerebbe parlarne in maniera più larga ma devo condensare purtroppo, anche perchè queste cose necessitano un lungo studio ancora e un lungo dibattito, ad ogni modo mi premeva scrivere almeno questo dato che l'altra "chiacchierata" mi aveva fatto parecchio piacere.

      Alessandro

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    6. Sì, in effetti è così, o almeno anche noi la vediamo così. Purtroppo, parlare oggi di spirito risulta del tutto antiquato, e spesso e volentieri si viene scambiati per religiosi, ma non è affatto così. Ruyer ha scritto cose magnifiche a riguardo, per non parlare di Merleau-Ponty.

      Per quanto riguarda la letteratura, nulla da dire: ho letto molto, in passato, intendo romanzi, e ultimamente, purtroppo, non riesco più a starci dietro, tra università e cinema. In un certo senso, io sono passato dalla letteratura al cinema perché la letteratura non mi convinceva più molto o, meglio, non mi permetteva di fare quello che riesco a fare col cinema, e cioè stare all'altezza del presente, perché le cose che leggevo, le novità, mi annoiavano a morte e per lo più mi risultavano indigeste.

      Se ci sei a Milano, comunque, mi farebbe piacere approfondire vis a vis certe dinamiche. Purtroppo, non sono molte le persone con cui ci si riesca a condividere un certo spazio, metafisico se vuoi, nel quale poter donare la parola all'altro e il silenzio proprio...

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    7. Considera sto per leggere il visibile e l'invisibile di Merleau Ponty e Ruyer mi ha interessato parecchio, appena posso lo prendo. Capisco l'avversione per la letteratura di questo tempo, forse solo due o tre autori si sono resi conto della potenza della letteratura, intendo scrittori d'oggi. Il resto e' roba inutile che non scuote, che non fa nulla, non se ne rendono conto, son dei cantastorie del cazzo, se voglio il cantastorie mi vedo i video su youtube dei complotti non mi leggo un libro. Purtroppo fanno disamorare persone come me e te, ma ce ne saranno anche altri spero che si sono resi conto di questo. Capisco anche il passaggio da letteratura al cinema, perche' in effetti se ci penso un attimo il mondo che ho scoperto grazie a voi e' di una vitalita' incredibile rispetto all'incancrenito mondo letterario, e soprattutto ha una forza assoluta, non bastano le dita a contare i registi interessanti, mentre per gli scrittori bastano eccome, nonostante qualcosa, forse sono illuso, stia rinascendo e sto cercando anche io di portarla avanti...

      Comunque mi fa molto piacere la cosa che hai detto, si ci saro' a Milano, sto aspettando il programma e poi prenoto. Quindi sicuramente ci vedremo alle proiezioni o non so cosa altro ci sara'. Per quanto mi riguarda ci possiamo vedere anche fuori come dici te vis a vis, e mi farebbe davvero molto piacere. Come forse hai capito sono stato traviato dalle letture di Simondon e Blanchot quindi comprendo cosa intendi quando parli in quel modo dell'amicizia..
      Grazie.
      Alessandro

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    8. Francesco volevo chiederti se potevo scriverti su una mail o qualcosa del genere, per chiederti una cosa che mi aiuterebbe ad organizzarmi per venire. Se non puoi non fa niente.
      Grazie.
      Alessandro

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    9. Ci mancherebbe! 😊 La mia mail: talkinmeat@gmail.com

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    10. Ciao Francesco, sono Alberto, volevo sapere una cosa rapida, per il NOFEST c'è bisogno di qualche prenotazione?

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    11. No, sarebbe ingestibile la cosa, eppoi si va incontro a beghe che eviteremmo volentieri. Il consiglio è quello di arrivare con qualche anticipo, perché comunque soprattutto giovedì e venerdì i posti non sono un'infinità.

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    12. Bella grazie, meglio così, largo anticipo direi, perchè quella sorpresa sugosa che avete preparato con "Cinema vivente" non è proprio da lasciarsela scappare ! Assurdo siete magnifici :)

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  6. Ma per dire anche Calvino, Cortazar, quelli dell'OuLiPo mi pare si chiami, che sono iperosannati come se fossero geni assoluti. Non hanno fatto nient'altro che pratiche onanistiche, Calvino fortunatamente non ha scritto solo libri come Se una notte d'inverno un viaggiatore,ma alla fine non credo sia sto fenomeno, sono sperimentazione che lasciano il tempo che trovano, rimangono negli anni in cui sono state fatte e ora non possono fare piu' nulla.

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  7. Devo dire che da quando è morto l'amatissimo Pasolini ho letto poco e quel poco mi ha tolto la voglia di leggere libri. Mi ritrovo nelle idee di Francesco e pochi altri. Preferisco il cinema (due o tre film al giorno come faceva.....) Grazie.

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  8. Che intendi per roba sui pirati? Scusa la curiosità. Intendi i libri di pirati?. Non c'è da vergognarsi anch'io leggo giornaletti di Paperino, Tex Willer, ecc..

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    1. No, intendevo libri sui pirati. Non sui corsari, eh. I corsari sono quelli che vanno di corsa, che dalla terraferma raggiungono le navi, le depredano e ritornano sulla terra ferma. I pirati sono molto più fighi, invece, perché sono fondamentalmente anarchici: intanto, non vivono sulla terraferma ma in luoghi sperduti, quindi non sottostanno alla legge terrestre, quale ad esempio quella della corona britannica (all'epoca); inoltre, non hanno capi ma si autogovernano in comunità fondamentalmente anarchiche, non fanno discriminazioni di sesso (spesso, a guidare una nave - compito che veniva fatto a turno e secondo le esigenze - c'erano anche delle donne) e via dicendo... Ci sono dei libri interessantissimi, a riguardo. "Between the devil and the deep blue sea", "Canaglie di tutto il mondo", "La vita all'ombra del Jolly Roger"... Insomma, se non hai familiarità con questa letteratura, fidati, dacci un'occhiata che è davvero roba pesa.

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  9. Le tue riflessioni mi sono talmente piaciute che, talvolta, le ho fatte mie, alcune frasi mi hanno ispirato e le ho bloggate, con le dovute variazioni, parlando di pittura. Lo consideri normale alla mia età?.

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    1. Ti ringrazio, sei gentile. Fortunatamente no, ma io mi guardo bene dalla normalità nel senso di ciò che è normalizzato. Fortunatamente, ognuno ha le proprie norme, ed è un peccato quando queste vengono normalizzate, nel senso di standardizzate. Ma il tuo blog qual è?

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    2. https://www.linkedin.com/groups/4177606/4177606-6098573153410256897
      Cordiali saluti.

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    3. Mi sono ripreso dalla disavventura dell'altra sera in v. Molise e dal dispiacere per aver visto alcuni giovani tossicodipendenti all'ultimo stadio. Possiamo fare qualcosa?.
      Per Linkedin forse devi provare a cliccare su "disegno e pittura" poi su "ho quasi 70 anni e sono....." Ciao!

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    4. è un peccato tu ti sia perso quella performance: è stata davvero molto bella; ne scriveremo, penso già entro giovedì, o almeno spero.

      Per Linkedin, forse sono nel gruppo sbagliato. Mi giri un link direttamente alla conversazione, anziché che al gruppo, se si può fare?

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  10. Forse dico una stupidata, ma ritengo che, per le arti, ci sia stato un grande assiemaggio nella contemplazione. Ha a che fare con il suono, lo spazio, il tempo e il sentimento che unisce.

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    1. Scusa, che intendi per "assiemaggio nella contemplazione"?

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    2. Mi riferivo a quando affermavi: "non sono molto ferrato in pittura". (Diciamo che alla mia età si possono esprimere idee personali senza la mediazioni di autori più o meno famosi.) Una persona come te (così acuto in arte-cinema), può tranquillamente disquisire anche di pittura, scultura,psicologia dell'artista, ecc...... Nella contemplazione, è un po' un genere (pittura contemplativa) che ha molti tratti comuni al cinema contemplativo.
      Non so se funziona comunque il link:
      https://www.linkedin.com/groups/4177606/4177606-6098573153410256897
      Avrei proprio bisogno di qualche tuo breve intervento. Ho creato questo piccolo blog per esprimere la nostra identità con qualunque mezzo (anche la poesia) per confrontarsi con sè stessi.

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