Simulacri #27: Ewiger Wald (Eternal forest)


Ewiger Wald (Germania, 1936, 54'), la foresta eterna. Ovvero il nazismo come religione della natura. Del resto, già Robert A. Pois aveva puntualizzato come di per sé la politica nazista non potesse che risolversi in un paganesimo di nuova stirpe, il che significa: per una nuova stirpe. Com'è logico, il cinema non può essere pensato come mezzo, veicolo; anzi, si sarebbe totalmente fuori strada a credere che il cinema, qui, sia il veicolo attraverso il quale modulare questa credenza. Piuttosto, il cinema - e qui per la prima volta, più spietatamente che mai e forse addirittura come mai più sarà possibile - è il luogo: detto molto schiettamente, e senza voler sembrare quello che non siamo, e cioè inquietanti, perché noi, invero, non siamo inquietanti, siamo soltanto pericolosi, Ewiger Wald è un'opera che catalizza tutte le forze intensive del campo, e non le sprigiona - ma con attraverso esse si fa campo. Sembrerà strano o quantomeno preoccupante, che il primo film dell'immanenza sia un'opera nazista, eppure è davvero come se qui, come mai prima di allora e, spiace ammetterlo, ma anche come mai dopo di allora, si sia riusciti a fare di un'opera cinematografica un campo, una struttura in equilibrio metastabile così avvolgente e inclusiva, quindi accogliente, da risultare, in ultima e definitiva istanza, quello stesso luogo che andava a riprendere e incensare. Che l'immagine manchi non è più, oggi, qualcosa di scabroso. L'immagine manca, ma il cinema no; il cinema è piuttosto la mancanza presente, la presenza di questa mancanza, e per questo sconforta. Al di là di qualsiasi oltranzismo politico, quel che conta sottolineare di un'opera simile è la caparbietà con cui viene a farsi, attraverso di sé, se stessa: la natura non è il luogo al quale rimandare ma il rimando stesso, e questo rimando rimanda all'essenza stessa del cinema. La Terra ancora grida il sangue di Abele, e Caino fonda Enoch, che è la frattura dalla Terra. Abitare questa frattura significa essere l'ultima speranza della Terra per la Terra. In questo senso, la Terra non fa che sorgere - continuamente e repentinamente. Ma essa sorge nella misura in cui grida il sangue di Abele. Che la Terra sia inabitabile, che il mondo non sia la Terra è una cosa da poco... ma chi prendiamo in giro? La Terra ci manca, ma questa mancanza può essere appresa e compresa, rilevata, sebbene con fatica; la fatica è il dolore del marchio, il marchio di Caino: la Terra, oggi come oggi, non può che pervenirci nel grido mediante cui viene a togliersi da noi, ripudiandoci. Cosa può il cinema? Etica ed ontologica, cinematograficamente parlando, vengono a coincidere. Ciò che può il cinema è ciò che il cinema è. Cos'è il cinema? Ciò che può. Che può? Può, in termini rozzi, appoggiarsi alla Terra, facendola sorgere. Il sorgere della Terra è il sorgere del cinema. Il cinema fa sorgere la Terra nella sua stessa spontaneità. Il sorgere del cinema è il sorgere della Terra allorché questo viene a mancare nel sorgere di quello. Quello che qui per la prima volta e in maniera pressoché definitiva viene ad essere è una sensazione, mistica e pagana, di una Terra che manca, di un'immagine che manca - di una Terra che è il luogo di proliferazione di tutte le immagini (filmiche, pubblicitarie e via dicendo) perché in sé Immagine, matrice quindi di tutte le immagini... e questa matrice è tale per cui l'immagine che ci perviene non può che definire la mancanza della matrice medesima. L'origine. L'immagine manca, ma questa mancanza non è che l'inattingibilità dell'origine. L'opera di Hanns Springer e Rolf von Sonjevski-Jamrowski non riconduce alla Terra, il mito nazista viene come sfatato o ridotto all'osso; Ewiger Wald è un film che sorge dalla Terra ma non rimanda alla Terra: semmai, è la Terra a rimandare ad esso. L'inattingibilità dell'origine reclama la propria immagine, che si sacrifica: la visione, se autentica, è un sacrificio, essa non fa vedere ciò che non c'è ma riporta gli occhi all'invisibile. Non un accecamento, ma un'insoddisfazione della prospettiva, dell'oculare. In una parola, Edipo. Sono gli occhi di Edipo, quelli con cui si guarda un film. Il sacrificio della visione è la visione del sacrificio. Questo sacrificio, in cui la mancanza d'immagine è insopprimibile e quasi insopportabile, reclama a un Altrimenti che è di per sé tale, e cioè puro Altrove, visione invisibile che non si fa mai visione dell'invisibile. Ewiger Wald non si fa vedere, non reclama una visione. Esso invita alla visione, è l'invito stesso alla visione - di cosa? Questa è una domanda inopportuna. La grandezza di Ewiger Wald sta nel fatto d'essere una guarnigione della Terra, che è a sua volta guarnizione di Ewiger Wald. Che la Terra manchi, che l'inquinamento ci abbia sottratto le campagne - ma chi prendiamo in giro? Le campagne esistono a perdita d'occhio, ma l'occhio non vede l'inquinamento, solo la bellezza superficiale. Ewiger Wald non sorge dalla Terra ma fa sorgere la Terra. Una Terra che ancora grida il sangue di Abele, che quindi ci rigetta e si sottrae al nostro sguardo, e a questo stesso sguardo urla la sua insofferenza, rifiutando di seppellire, dunque nascondere, il corpo di Abele. Il grido, in tutta la sua sofferenza, è così ciò che deve essere compreso, ascoltato. La Chiamata è questo grido. Ascoltare il reclamo della Terra non significa rispondere a una Chiamata che ci revochi alla presenza di Enoch e ci riporti all'origine: è l'origine stesso a chiamare, la Terra si revoca. Non una Chiamata all'origine ma una Chiamata dell'origine, perché l'origine è ancora e per sempre inattingibile, ed è questa stessa inattingibilità a produrre il richiamo, ovvero quella frattura tra Enoch e la Terra in cui si produce il cinema: cinema che è questo stesso grido, cui manca voce. L'immagine manca, l'origine della Terra è ormai perduto. Ma la Terra si origina continuamente in questo stesso grido, un grido la cui sofferenza è la nostra, che si deve sopportare. A questo è chiamato il sacrificio. Non alla comunione ma all'obbedienza: obbedire alla Terra. Caino è il Duce che dice il Medesimo, la nuda vita dell'uomo, la sua radicale mortalità. A questo è chiamata l'obbedienza - l'obbedienza al Duce che dice l'obbedienza alla Terra. Un'obbedienza che noi esperiamo col nostro essere mortali e raminghi. Che l'immagine manchi... ma chi mai si è potuto permettere di dire che l'immagine sia e sia presente? l'immagine manca, la Terra si sottrae, ma è questo stesso sottrarsi suo a produrre un grido, la possibilità di una mancanza che dica ciò che manchi, ovverosia l'immagine, quell'immagine che fa sorgere la Terra come luogo che è matrice dell'Immagine propriamente detta - e per ciò manca, non viene a darsi: c'è un'inquietante simmetria tra questa scoperta di Hanns Springer e Rolf von Sonjevski-Jamrowski, che dà fondamentalmente vita al cinema dell'immanenza, e tutta la fuga, tanto incompresa quanto fallimentare, nel senso che decreta la morte, dello scienziato in La lunghezza di Planck (Italia, 2015, 84'), quasi che l'uno aprisse l'epoca che l'altro chiude...

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