Pieghe #34: Mónica Savirón e gli urti del cinema



Mónica Savirón elabora Answer print (USA, 2016, 5') dopo tre anni di distanza da Broken Tongue (USA, 2013, 3'), tempo che evidentemente era necessario alla regista per distaccarsi anche dalla potenza stessa di Broken Tongue, il quale sembrerebbe in qualche modo definitivo, nel senso che pone e si pone come tale, in un certo qual modo riuscito e ci vorrà un po' prima di poter riprendere la rottura che era in Broken Tongue, una rottura che apriva su se stessa e che chiudeva con ciò a un certo tipo di mondo o, meglio, il mondo intero se si considera il cinema. Broken Tongue nasce insieme a una performance sonora di Tracie Morris e questo loro nascere insieme significa anche che non sono propriamente separati l'uno dall'altro: certamente nascono in quanto diversi, l'uno a livello sonoro e l'altro visivamente e in qualche modo si sviluppano insieme, ognuno con il proprio corpo che però giace addosso all'altro, innestandosi vicendevolmente. Tutto ciò si articola in modo particolare, perché la forma visiva, chiamiamola così, non nasce come un a sé ma da altri corpi, altre pellicole che si scontrano tra loro, senza formare per forza un corpo unico, nonostante possiamo ricondurre un certo senso interno, un legame che tuttavia trova il suo pieno senso proprio nell'innesto sonoro. La voce forte di Tracie Morris si avviluppa sulle immagini e da qui trae essa stessa ninfa vitale, ma è attraverso lo scontro con il nostro orecchio che si può produrre un vero e proprio urto, nel senso che lo sollecita e in qualche modo vi sbatte contro con le proprie vibrazioni. L'intento non è tuttavia di natura attentiva ma sta nell'urto stesso come ciò che si compie semplicemente perché esiste in questo modo ed è qui che allora si coglie il doppio livello dell'urto, in quanto delle parole stesse, quindi a livello semantico. Sono frasi rotte, con pezzi di parola mancanti e appunto la questione prettamente sonora oltre che semantica in qualche modo rinforza l'urto, permettendogli di concretizzarsi pienamente. In fondo, che cos'è la parola senza il suo suono? La parte semantica si auto-completa perché è comprensibile dallo spettatore che compie il completamento ma appunto per completarsi ha bisogno di lui e ne ha bisogno anche disturbandolo nell'urto, che diventa il punto di Broken Tongue. La performance sonora si aggroviglia nelle immagini che è allora a questo livello che acquisiscono pienamente senso, non da sole quindi o contro di esso ma con il suono e questo passaggio è fondamentale, perché è così facendo che tale senso può operare al di là delle immagini stesse. Non tanto che ciò che ne risulta sia più di una semplice somma, dove il tutto è in fondo una forma, infatti la Savirón sembra essere maggiormente legata a un principio più primitivo della Gestalt, ovvero quello delle qualità di Christian von Ehrenfels, il cui esempio cardine, al di là dell'unità avente una propria forma, era proprio quello musicale, della melodia, la quale vibra appunto al di là di qualsiasi forma, nonostante possa essere rappresentata da un'unità, ma è impossibile supporla davvero tale, con le sue onde che si propagano incessantemente. Abbiamo il film, Broken Tongue, ma questo è in continua opera di urto a livello delle immagini e a livello sonoro (doppio anch'esso). Sembrerebbe quindi difficile oramai chiedersi che ne è del film stesso e tuttavia abbiamo in parte già risposto. Il cortometraggio è un urto esso stesso con tutto ciò che comporta, ovvero non poterlo limitare, circoscrivere, se non come effetto: non è semplicemente effetto della colonizzazione dell'Africa, della sua schiavitù negli USA e delle sue proteste, ma è effetto anche nel cinema come ciò che tenta di rompere un linguaggio e che sussiste nonostante il suo inglobarsi - l'africano con l'americano - ma è proprio da qui che interviene la possibilità del cambiamento, che in primo luogo interessa il cinema e la Savirón sembra proprio che cerchi di evidenziarlo. È una rottura linguistica che passa attraverso le immagini di regime e che le fa così esplodere ed è da queste macerie che nascerà tre anni dopo Answer print. C'è forse meno a livello linguistico e tuttavia anche qui il sonoro si fa urto, ma più piano, meno incisivo, così come sono più piane le immagini. Qui è in mostra non tanto una rottura, bensì un deterioramento emergente da un mondo passato che ritorna in quanto deteriorato, restituendo un'immagine di sé che non cerca di essere rivitalizzata, perché in fondo non è mai stata vitale, ha rappresentato piuttosto la vita, ma una vita senza cinema, che al più mostrava la sua forma e i suoi cliché. Non riemerge quindi per essere rivissuta perché quel mondo non c'è più, ci sono anche cliché e soprattutto altri rapporti di potere e il punto non è che questi derivino dai precedenti, bensì che quelli attuali si siano formati nonostante quelli passati e questo nel senso più spietato che può avere l'educazione. Ci si chiede perché si fanno gli stessi errori storici o perché comunque non si impari dal passato e ci si risponde, semplicemente, che non si studia abbastanza la storia, che questa non la si interpelli se non come un ventaglio di possibilità di agire in modo diverso per ottenere la medesima cosa o, al più, per superarla, ma stando sempre entro certe logiche, che non sono logiche di potere ma logiche basate sul potere e da qui non si scampa. Answer print mostra la resistenza di questo potere che si rappresenta in pellicola, una resistenza che si farà poi contro l'educazione, anche se sarà un gesto vano. Con ciò il recupero non è altro che un tentativo di mostrare la morte di quella realtà, che si perpetua ma appunto può perpetuarsi perché è sempre stata lì, come morte nel mondo, del mondo. Il cinema del recupero non mostra nient'altro che tale morte, ma è da qui che si rifrange un tentativo non tanto di ri-presentificare il cinema ma di trasformarlo da una realtà che non era cinematografica, che aveva esaurito ogni sua possibilità. Una speranza? No e tuttavia si può così continuare a respirare grazie agli attriti e agli urti che crea il cinema.  


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