Pieghe #33: La stratificazione dell'immagine e la sua apertura dimensionale



Si può effettivamente parlare di un diario nel caso di Diario colorado (Argentina, 2010, 7'), cortometraggio tanto intimo quanto viscerale, nel senso di quell'andare in profondità che Pablo Marín esplica col rimettere alla superficie una molteplicità di immagini tanto diverse quanto complementari. Una complementarietà che si gioca su un piano specifico qual è quello di quell'unica superficie su cui si è scelto di disporre una stratificazione che fa scorrere ambienti differenti, quali possono essere dei torrenti, una città o un bosco, tali da armonizzarsi fra loro. Un'armonia che, pur nella sua leggerezza, esprime un brulichio di forze tutt'altro che piane, dove anzi l'esser sul piano porta loro a sorreggersi e alimentarsi, quasi che ogni ambiente avesse bisogno dell'altro per vivere: non è tanto l'ambiente che si fa immagine, come se avvenisse uno spostamento su un piano - quello del reale - a un altro - quello del cinema - bensì l'ambiente che vive semmai in maniera diversa e se questa maniera è la maniera del cinema non lo è allo stesso modo dell'immagine, come se fossero la stessa cosa, perché quest'ultima vive piuttosto di questa stratificazione di ambienti, ma non è la stratificazione medesima. Ambiente quindi vissuto come necessario da Pablo Marín, ma non lo è abbastanza per fare del cinema. Ciò che piuttosto alimenta Diario colorado e che Diario colorado alimenta in sé è la diversità medesima degli stessi ambienti, presi nella loro specifica vitalità dalla realtà, la quale, benché palesi la propria essenza, lascia un celato che il cinema coglie e in qualche modo trattiene a sé, tanto da mostrare effettivamente qualcosa che in virtù della stratificazione, come sembra palese in questo caso, possa emergere come ciò che è più proprio e insieme ciò che può divenire qualcos'altro. Ma il compenetrarsi di questi ambienti si ferma sempre su una certa soglia, nel senso che non si completa nell'altro e nella compenetrazione stessa ma lascia quest'ultima incompleta, non la rende effettiva, anche se continuamente in procinto di farsi, così che possiamo distinguere i vari ambienti come ciò che sta per legarsi e non si lega mai, mantenendo ciascuno una propria diversità che fa del proprio il suo dominio più difeso: non si tratta di negare i legami o di tranciarli sul nascere ma porli come possibili, senza realizzarli mai, nella loro intenzionalità, nonostante qui si debba palesare una certa realizzazione, come è chiaro, a opera della pellicola. L'intimità del diario è così preservata. Sarà Denkbilder (Argentina, 2013, 5'), invece, a fare a meno di una qualche intimità, riprendendo la stratificazione dell'immagine ancor più marcatamente, ovvero come ciò che alimenta continuamente la percezione e così confondendola: se organizziamo solitamente quello che vediamo in modo da percepire un'unità che, pur costituita da vari elementi, presenta al suo interno varie eterogeneità salde fra loro, in quest'ultimo cortometraggio tale percezione mostra le eterogeneità stesse come incompatibili e slegate. Ciò che viene a crearsi ha così a che fare con un certo scontro, ovverosia la nascita, calibrata per avere una qualche dissonanza, di urti di immagini, creati da movimenti discordanti interni e presenze-assenze, le cui assenze rafforzano la presenza stessa e la dilatano nel tempo, ma non nel senso di attesa che rende presente, perché non si dà la possibilità di creare aspettative, bensì rendendola come ciò che necessariamente deve ricomparire proprio perché scomparsa, automatismo di sorta di cui sfugge la logica. Il palesarsi di questi ritorni, i quali avvengono, pur attraverso forme differenti, fa sì che, in realtà, checché se ne possa pensare, non ci sia nulla di davvero scontato e prevedibile, che abbia un senso che possa riferirsi quotidianamente. Da questo punto di vista, che è un punto quindi prettamente temporale, è xoxo (Argentina, 2013, 5') che mostra più radicalmente una certa dilatazione del tempo, che si compie in contrapposizione al nostro tempo: qui la dimensione temporale viene scompaginata da un altro tipo di ritorno che è molto simile al ruotare delle immagini - messe in posizione verticale anziché orizzontale, risultando così storte - che una volta si ponevano manualmente per presentarle. Qui la loro presentazione è, in modo eufemistico, disturbata da una più velata sovrapposizione. In fondo non è necessaria, intendiamo sempre per xoxo, una stratificazione marcata e non lo è perché già così il movimento dilatatorio è compiuto: manca il luogo, il quale, pur mostrandosi, scorre e sfugge alla sovrapposizione creatrice come colei che può mettere in moto quel divenire che veniva a fondarsi nei primi film. In questo senso quest'ultimo cortometraggio di Pablo Marín ci sembra più disilluso, perché fa a meno, per riferirsi alla realtà, a quel legame intimo con l'ambiente: questa realtà, pur mostrandosi anche qui (non risultano mai composizione per così  dire astratte), ha perso quel riferimento non tanto necessario per autoriferirsi e autopresenziarsi come presenza, per dire che c'è (quel ci-è fondamentale), bensì ha perso quella dimensione intima (che non significa personale) che caratterizzava Diario colorado Denkbilder, ovvero una dimensione extra-sensoriale che potesse farci stare in qualche modo nel mondo, che ci ancorasse a esso come fonte necessaria per il cinema e di ritorno da esso. Tutto ciò non significa che per Pablo Marín il mondo debba scomparire, ma questo viene trattato diversamente a seconda di quanto si voglia piegare il tempo, come ad esempio in un altro cortometraggio, 1640 (Argentina, 2013, 2'), dove, nella velocità dello scorrimento delle immagini, l'acceleratore è posto, per così dire, da fasci di luce che intervallano le immagini. Ancora un intervallarsi quindi, quasi ritmico, e però stavolta davvero ci si perde e l'ancoraggio al luogo svanisce ed è questo, in fondo, a far sì che manchi la presa del tempo, risultando così un aprirsi di una dimensione altrimenti chiusa. Ma questa è una sua esasperazione, che però Pablo Marín aveva iniziato a rendere proprio attraverso il lavorio della stratificazione: se è vero che si pone necessaria una qualche spazializzazione per l'operare del tempo, allora l'azione della diversità stessa dei luoghi così stratificati, era ciò che ancor prima operava sul tempo, aprendolo e dandogli un nuovo modo d'agire. Questo ci sembra il filo rosso che lega questi cortometraggi, un filo che lascia sbalorditi per la sua grazia creatrice e quel modo di intendere dimensionalmente che apre le possibilità stesse della dimensione.


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