Orchard



Film tanto più complesso quanto più si addentra in quei luoghi bellissimi e misteriosi, Orchard (Irlanda, 2004, 9') inizia con una grafite nera, una sorta di inizio/base di partenza per costruire il cortometraggio che di lì a poco prenderà piede, già inizio esso stesso e ciò che in fin dei conti continuerà a persistere col minutaggio: Julie Murray chiede espressamente di non tagliare quel nero, che sarà consistente anche intorno al film. Una sorte di cornice? Non pare tanto questo il motivo della scelta, quanto piuttosto ci pare che il nero sia una sorte di contaminazione, una presenza che, pur non facendosi granché sentire, senza nemmeno trasmettere infine troppa emotività, è lì a garantire la sua stessa presenza. Strana cosa questa e sembrerebbe pure di poco conto, eppure entra in relazione con le diverse sfumature del cortometraggio. C'è una città piovosa e poi entriamo in una zona verde, come un bosco, e di lì a poco la macchina da presa comincerà a scandagliare quei luoghi, a ricercarne i punti invisibili, le angolature mutevoli, a esplorare le fessure e infine a mostrare quei passaggi naturali. Ora un ricordo al Passage (USA, 2012, 21') di Robert Todd viene spontaneo, eppure qui, nel film della Murray, la cosa assume altri connotati, pur rimarcando l'indicazione che questi passaggi sono, presi appunto come tali, ovvero indicatori. Orchard non ricerca solo tra le fessure e tra le angolature, ma lo fa anche in specchi d'acqua, cerca l'immagine del luogo, i suoi riflessi, quasi cercando un'immagine quando essa non si è fatta ancora tale, perché è solo nell'atto di cattura e nient'altro. In qualche modo l'anticipa e anticipandola in qualche modo la presentifica e tuttavia non viene mai davvero catturata, non si presenta e così non si cattura. C'è l'atto del catturare che poi non si concretizza, non si fa effettivo. In fin dei conti la Murray sa che catturare, proponendo ciò che si sintomatizza tra i boschi, non basta e quel colore rosso buttato nell'acqua, mentre questo si espande in essa, sembra quasi dirci tutto questo, sembra dirci che non è così semplice, che l'immagine non sta più tra le immagini, in quelle fessure tra le immagini e che non è qui, non sta avvenendo. Un ammonimento inquietante e allo stesso tempo così efficace, mentre infine la macchina da presa piano piano si fa sempre più psichedelica nel bosco, tra i suoi animali. Una sorta di richiamo di una voce maschile che sembra alla radio e del fumo nero, molto fumo nero e il film finisce così, senza che nulla sull'immagine si sia chiarito. Certo, nulla si deve per forza chiarire, eppure una ricerca è stata fatta, ma quell'immagine non si è trovata nonostante tutto. Da Elements (Irlanda, 2008, 7'), girato qualche anno dopo, avevamo colto quanto potesse essere importante quell'invisibile dell'immagine per l'immagine e lì si avvertiva forte in quanto assenza presente, mentre in Orchard, nonostante la ricerca, non avvertiamo alcun assenza presente, ma avvertiamo la ricerca stessa o meglio avvertiamo indicazioni. Il tutto non si conclude semplicemente con la ricerca in sé, ma qui la Murray mostra chiaramente e articola, pur nella sua quasi-insignificanza (insignificanza per ciò che si vede), quel nero di cui parlavamo prima. Quel nero è ovunque senza esibirsi, senza manifestarsi pur mostrandosi almeno in parte e non si manifesta perché funge proprio come contrario rispetto a quello che dovrebbe fare il nero, cioè come ciò che non fa manifestare, mentre invece tutto in Orchard sembra manifestarsi, eppure non tutto lo fa, qualcosa resiste alla luce ma non è invisibile: è il nero, ma questo è fuori dall'inquadratura pur facendo parte dell'immagine ed ecco che allora il nero assume così tutta la sua significativa importanza, pur non concludendo nulla della ricerca. Il nero resiste alla luce e dunque alla cattura della macchina da presa, la quale non fa che azzerare in qualche modo i possibili, i quali non possono far altro che farsi fuori, ma facendosi fuori inficiano il dentro. In questa resistenza la macchina da presa si insinua tra il bosco, dove quell'invisibile, che è proprio del nero, già è in fin dei conti diventato qualcosa. Non ne rimane nemmeno il ricordo e tuttavia c'è un presagio: il fumo nero.




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