Of the excellency of wheate


Con Of the excellency of wheate (Scozia, 2015, 9') Richard Ashrowan procede in direzione dell'immagine già posta in Speculum (Scozia, 2014, 17'), eppure questa volta qualcosa sfugge, manca, e forse è proprio questa mancanza a determinare, essenziandola, l'ultima opera del regista scozzese; in essa, infatti, riprendendo il trattato sul grano di Robert Fludd, alchimista seicentesco, viene a porsi un'immagine che, nel suo minimalista lavoro di sottrazione, riporta a una naturalità strana, se non addirittura inquietante, perché appunto ridotta all'osso, incasellata nell'inquadratura e colta nel suo darsi spontaneo e irriflesso. Naturalmente, ogni inquadratura è costruita nei minimi dettagli, ma ciò che lascia basiti è, per l'appunto, il fatto che sia proprio nella mediazione cinematografica che qualcosa, al di là dell'apparenza fenomenica, venga a emergere, per non dire a prodursi. Del resto, già con Speculum Ashrowan ci aveva esortato a uno sguardo tra virgolette a occhi chiusi, ma ora questo sguardo viene a compiersi in una sorta di passività dello spettatore che non risulta, a essere rigorosi, in una passione quanto semmai in una sorta di comunione, più o meno spirituale, con ciò che è colto dalla videocamera e in essa viene a rifarsi, a modularsi diversamente da ciò che è, e ciò grazie al dispositivo cinematografico, che agisce come medietà o, meglio, punto zero tra ciò che è e ciò che accade. Cosa accada? Accade, sostanzialmente, che la luce è. Il trattato di Robert Fludd informa sugli esperimenti alchemici del filosofo circa l'estrapolazione dell'essenza luminosa, o «abete celeste», dal grano, e Richard Ashrowan, dal canto suo, non lavora affatto in questa direzione, non intraprende a dimostrare, cinematograficamente, come in effetti la luce possa essere estratta dal grano ma procede, inversamente, a ritroso, pervenendo al grano dalla luce e non viceversa. Com'è noto, la luce è fondamentalmente informazione. In quanto informazione, essa non può essere scomposta; il fotone, infatti, è un elemento solo in senso lato, poiché impossibile da localizzare, contemporaneamente amorfo e strutturato (cfr. Gilbert Simondon, L'individuazione alla luce delle nozioni di forma e d'informazione, in particolare il terzo capitolo, Forma e sostanza, de L'individuazione fisica), ed è compito di una scienza, intesa come allagmatica, di studiare il fotone non in sé ma in relazione al campo energetico in cui trova sede la sua ontogenesi: certamente, come già in de Broglie, il fotone è una particella reale, ma esso richiede un'analisi che riformuli dalle fondamenta la nozione stessa di individualità, cosa peraltro evidente considerando l'equazione di Schrödinger. Ciò che compie Ashrowan, da questo punto di vista, ha tanto a che fare coll'alchimia, come già del resto in Speculum, quanto - ed è questa la novità - colla teoria dell'informazione, poiché è considerando il fotone come puro potenziale che egli ritrova la possibilità di un'immagine che sia tale, e cioè cinematografica. L'interesse, quindi, è puramente cinematografico, e che il cinema si riveli in se stesso un processo alchemico è solo una conseguenza dell'averlo inteso propriamente. In Of the excellency of wheate, il grano non è ciò da cui si può ricavare la luce, ma, viceversa, è ciò a cui si perviene attraverso la luce. In un certo senso, e a nostro modo di vedere, l'esperienza è l'inverno di quel che accade in Fludd. Se lì, infatti, si trattava di ricavare la luce dal grano, qui si tratta di seguire la luce nel suo processo informativo, processo che consegue, infine, alla concretizzazione del grano. Questo, dal canto suo, è davvero una concretizzazione della luce, ed è grazie al cinema che si perviene a ciò. Il naturalismo dell'immagine di Of the excellency of wheate richiede dunque e prima facie una riformulazione del concetto stesso di natura. Cos'è «natura»? Il cinema, ovvero la videocamera, agisce naturalmente sulla natura, quasi che fosse di essa una protesi, una lente d'ingrandimento attraverso la quale cogliere l'essenza, in comune col cinema, della natura, e questa essenza, più che essere la luce, è l'informazione come processo perenne: tutto è informazione, e si capisce allora il motivo per cui Ashrowan prediliga il video alla pellicola, poiché quest'ultimo permette di lavorare immediatamente sull'informazione, piuttosto che mediamente, cioè colla mediazione della luce, che, pur essendo in se stessa informazione, non è puro codice cinematografico. In termini più rozzi, se la luce è l'informazione della natura comunemente intesa, allora l'informazione cinematografica, che si compie nel cinema digitale, è quella cibernetica del pixel, il puro codice che lavora internamente alla videocamera intesa come micro-natura, come prodotto naturale e speculare alla natura. Se il cinema sta al pixel come la natura sta alla luce, è evidente come, in ultima e definitiva istanza, il cinema possa lavorare in profondità la natura proprio, svelandone la consistenza originaria; la consistenza originaria della natura, tuttavia, non è luce, come potrebbe darsi da intendere seguendo determinati lavori in pellicola, ad esempio quelli di molti esponenti del New American Cinema, bensì un'informazione che in sé trapassa tutti gli esseri e a cui tutto si rivolge per essere. Che dal grano si possa estrarre la luce è l'amartia di Of the excellency of wheate, non il suo risultato. Infatti, ciò che pare interessare ad Ashrowan è la possibilità di una visione naturale attraverso l'immagine cinematografica. L'immagine cinematografica, in questo senso, non è necessariamente un vedere più di quanto non sia un vedere il palpare collo sguardo un ente carnale. La carnalità dell'ente, piuttosto, invita allo sguardo, ma uno sguardo che riesca a trapassarlo, che in-formi l'ente stesso. L'immagine cinematografica, intesa come ente carnale, non può allora che essere non tanto qualcosa da vedere bensì un invito alla visione, quella visione «dritta» a proposito della quale Ruyer sostiene che «l'occhio non è essenziale» (Raymond Ruyer, La gnosi di Princeton). E non è essenziale perché l'occhio vede ciò che ad esso è esterno, ma ciò che è esterno all'occhio è anche esterno a ciò verso cui l'occhio si rivolge, è, per continuare a usare la terminologia della Nuova Gnosi, il suo «rovescio». In questo senso, il grano è l'esteriorità della luce; vedere il grano significa riuscire a scorgere quella luce che lo informa e di cui la spiga e il suo colore dorato non sono che concretizzazioni residuali, escrescenze, e significa anche, non da ultimo, riuscire a comunicare, in profondità, con quella stessa luce di cui è composto colui che vede nel suo «dritto», nella sua interiorità. Di qui la naturalità, allarmante, del cortometraggio di Ashrowan, nel quale l'immagine manca. L'immagine manca, Of the excellency of wheate manca d'immagine: la sua immagine è un'invito alla visione, ed è questa visione l'immagine, propriamente cinematografica, posta in essere da Ashrowan, posta in essere - sia chiaro - nel suo differimento asintotico rispetto a ciò che è, a una presenza semplice e comunque reificabile colla quale non si confonde. L'immagine cinematografica non si confonde né con il fotogramma né con l'insieme dei singoli fotogrammi che costituiscono il film, tantomeno essa si può confondere con l'inquadratura; l'immagine cinematografica manca nella misura in cui a essa un film ci invita, è, l'immagine cinematografica, la possibilità che, nonostante tutto, possa esserci un'immagine. Questa immagine non viene a darsi e non può essere come semplice presenza, si sottrae alla banalità del quotidiano - e noi le manchiamo nel momento stessa in cui essa ci viene revocata, ma a questa revoca noi partecipiamo, siamo noi stessi revocati, ed è in ciò che riscopriamo quel dritto, quella luminescenza che appartiene tanto a noi quanto al grano. L'alchimia del cinema non è una sua forma o un'opzione. In un certo senso, ogni film, propriamente detto, è alchemico. Esso si rivolge al cinema allorché differisce dalla semplice presenza, dalla concretizzazione della luce, quale può essere un colore o, appunto, il grano, per rivolgersi direttamente a quell'informazione cosmica che è tanto la luce quanto il pixel, ma questo è già in sé un gesto alchemico; con ciò, naturalmente, non s'intende dire che al di là del grano vi sia la luce, che una visione autentica riguardi la luce pura, che il grano o un ente qualunque sia di per sé inautentico, ma che nella propria inseità grano ed ente semplicemente presente non siano che espressioni, per-sé, di un'informazione sempre e comunque revocata nel darsi del grano, e tuttavia è proprio grazie al grano, all'ente semplicemente presente che noi possiamo essere differiti, invitati, Chiamati alla visione, poiché essa non può darsi in sé, non essendo di per se stessa reificabile, localizzabile, presentificabile. È la nostra interiorità? Sì, ma è cosmica. Un qui che è un ovunque e un ovunque che è qui, dove l'immagine manca, ed è la percezione di questa mancanza, che il cinema rende immanente, la possibilità ultima di un riferimento a essa, per quanto questo possa riferimento differisca non solo dalla nostra posizione ma anche da noi stessi; eppure, è proprio differendo da noi che esso ci differisce da un qui che non è più realmente tale, se non inautenticamente, perché autenticamente ovunque. 

8 commenti:

  1. Erano decenni che non guardavo la televisione. Trascinato dagli amici ho seguito il messaggio di fine anno del Presidente: HO guardato più che ascoltato. Con uno schermo 4K ho visto una persona elegantissima, ma con la testa in definizione anni 60 tanto da farla apparire avvolta da pellicola semitrasparente. Perchè la RAI ha deciso di censurare il volto del nostro presidente? Forse degli incompetenti ultraraccomandati non sanno usare certi videoprogrammi? Per abbellirlo? Forse perchè gli occhi sono lospecchio del cuore? Scusa il fuori tema.

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    1. La cosa triste è che questo sta capitando esattamente al cinema dell'immanenza e al cinema sperimentale in generale. Ormai della situazione storica non se ne frega più nessuno, ed è inquietante - ma proprio tanto.

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    2. Oppure ce l'hanno con gli artisti che dai lineamenti intuiscono la Persona? Lassù qualcuno ci odia...., ma perchè?. Sarebbe stato così bello vedere senza mascheramenti grazie all'
      Ultra HD. Censura moderna? O solo stupidità?. In tutti i casi: Inquietante davvero.

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  2. Un amico pensionato rai mi dice che per ottenere quell'effetto sono ne cessarie cinque telecamere collegate in serie. Ogniuna costa oltre centomila euri. Le stesse usate per le annunciatrici di cinquant'anni, ma col volto da tredicenni. La follia al potere.

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    1. Mah, non mi sembra tanto una follia. Anzi, è proprio l'ordine.

      In fondo, chi è il presidente - o una presentatrice - se non l'immagine del proprio ruolo? Io non credo che alla televisione ci si vogliano mostrare altro che immagini, che però a differenza di quelle cinematografiche sono fasulle proprio nella misura in cui non si riferiscono ad altro che a se stesse, non mancano, ma sono piene - piene di sé, non della persona o di ciò che è loro oggetto. In fondo, non guardiamo altro che immagini, mai persone, e questo credo che oramai sia un bisogno fisiologico, che cose come la RAI sopperiscono al meglio.

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  3. grazie...., bisogno fisiologico per un popolo di mammoni, ci abbisognava proprio una mamma rai che ci insegnasse anche come vedere le cose........🌷 Nei film,invece, sono molto più tollerante, tranne i recenti italiani, riesco a guardare anche film inguardabili(il 99%) trasmessi dalla tele. Se non altro. nei film americani ci vedo la passione e la professionalità di questi attori che tentano per tutta la vita di "esprimere", alle volte, ci riescono solo per pochi attimi. Ma che piacere deve essere perchè lo ricercano per tutta la vita senza badare ai soldi, pensioni, proprietà,ecc. che reinvestono nel cinema (un vizio assurdo?) senza la nostra paura. Scusa il fuoritema.

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    1. Non so, io sono abbastanza manicheo su certe cose. Per me già un tizio che si mette davanti alla mdp volendo fare qualcosa - coll'intenzione di - disturba. Cioè, boh, mi perdo, non me ne frega niente, e arrivo dopo un'ora a chiedermi: ma chi cazzo è questo? perché sta facendo così? che è successo?

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  4. Mi hai ricordato nell'ultimo post, quando ventenne chiesi a un celebrato maestro italiano il perchè non riuscivo a seguire un copione e se fosse possibile. La risposta: Chi inizia senza conoscere il risultato finale che vuole ottenere meglio che non inizi nemmeno!. Non ho mai seguito questa sua regola, Il fuori tema era per me.

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