Aura of uncertainty



Ryan Marino non si accontenta di provare a cogliere quella parte di visibile che allieta gli occhi con la propria bellezza e quella sorta di mistero indistinto, quella situazione che è ambigua solo gli ordinatori della realtà, ma che perde ogni riferimento all'indeterminatezza dell'ambiente per farsi felice oscurità della relazione colla visione: Aura of uncertainty (USA, 2016, 6') apre l'immagine con il suono e apre l'immagine affinché questa rimandi non ad altro da ciò che mostra, come altri invece hanno fatto, quanto piuttosto la apre per chiuderla in ciò che mostra, ma ciò che mostra non è l'immagine, non è l'inquadratura, ma è quella sorta di differenza che si crea tra la vista e la visione, in modo da rendere l'una non aderente all'altra. Tentare di aprirla per chiuderla sembrerebbe un po' paradossale eppure è questo movimento che permette a Ryan Marino di cementificare la visione stessa dell'immagine, di sostenerla in quella che non è propriamente una staticità, bensì un giro a vuoto che riempie l'immagine di quel vuoto che è, quell'assenza di significati che la rendevano così incerta e indeterminata, così oscura e attraente. In un certo senso sembrerebbe allora non esserci nulla di nuovo, ma piuttosto nuovi modi di vedere ci hanno portato a considerare le implicazioni che una certa visione porta con sé, implicazioni che fanno del cinema dell'immanenza un territorio di lotta per la visione, dal suo assoggettamento all'immagine, non tanto per ri-assoggettare quest'immagine, ma quanto meno per riproporsi in modo diverso e, perché no, lasciare la purezza dell'immagine da parte, ad altre vite, ad altri scontri. Ryan Marino non ammaestra nulla, nel senso che non educa l'occhio a una nuova immagine, ma gli fa piuttosto l'occhiolino, la vezzeggia e ci flirta e in un altro senso lo interpella e lo interroga: quell'incertezza che sollecita l'occhio, dall'altra parte lo accarezza con il suono, gli dà quella sorta di anticipatoria sicurezza che ciò che sta guardando è effettivamente oscuro e quindi non presente, una presenza non presentata e non corrotta dalla luce, non impressa nella pellicola, insomma in qualche modo lo rassicura nell'incertezza, gli dà ragione e così facendo lo inquieta ancor di più. L'inquietudine è territorio di conquista del conquistatore invisibile, è quello spazio lasciato senza barriere, sensibile a ciò che su di esso di posa ed esposto così al pubblico, il quale in cambio di protezione chiede la singolarità medesima di quel territorio. Ma è anche spazio fertile, che accresce la sua inquietudine con altra inquietudine che genera un valore in più al territorio medesimo e allora in un certo qual senso il suono è come se diventasse amico e non nemico da combattere, un amico che non chiede in cambio nulla, ma alimenta e si alimenta dell'altro, così come ogni amicizia è nello stesso tempo una perdita e una fusione, ma lo è in nome dell'amicizia, ovvero di qualcosa che in fin dei conti, se non ci fosse, ci deperirebbe alquanto. Aura of uncertainty è tutto questo e probabilmente molto di più, laddove quel di più del territorio, che viene a generarsi effettivamente nell'immagine, perché è qui che immagine e suono entrano in una relazione d'amicizia, si scontra con chi lo cerca, con chi si posa. Lo sguardo è quel nemico dell'immagine che non solo la scandaglia e ne viene assorbito, in un'aura che lo ingloba, ma nello stesso tempo ne chiede ragione, chiede non tanto cosa sia, ma com'è e come si fa in relazione a noi: quell'aura del cortometraggio viene così soprattutto dallo scontro col nemico, necessario sia per salvaguardarsi e rimanere se stessi, salvo poi scoprire che siamo fatti di differenza, differenziali, e quindi in un certo senso è proprio questa relazione a creare quest'aura o la possibilità dell'eccedenza, che tanto alimenta il nostro essere continuamente in relazione o essere relazione, che comunque non basta a definirci. Ryan Marino tenta infatti di mostrare come questo sia ancora solo una minima parte della questione e allora opera nell'alimentazione, fa affiorare l'aura in modo che sia questa a emergere senza ergersi come fondante e non come un tutto: una fondazione su un giro a vuoto e sia mai che non sia questo un caso...


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