Piccolo film di un albero



Affinché tutto accada di nuovo oltre che nulla vada perduto.
(Raein, Nirvana)

[Saremo brevi e, per una volta buona volta, incisivi.] Non si tratta più di abolire l'autore, e anzi forse, a voler fare una piccola ricerca sulla sua presunta morte o, meglio, su quanti decretarono di esso la morte, non si è mai trattato di una cosa di questo genere, tant'è che, a vederci chiaro, risulterebbe anche svelato che il paradosso di Foucault non è tale. Com'è noto, Foucault fu tra quelli, e probabilmente il più noto, assieme a Barthes, che decretarono la morte dell'autore; tuttavia, alla sua morte, il filosofo francese, nel testamento, scrisse che tutti i suoi scritti rimasti incompiuti sarebbero dovuti andare bruciati, rivendicando così una proprietà, eminentemente autoriale, su di essi. Ora, questo valga come esempio, e tuttavia da tener ben chiaro in testa, perché l'ultimo film di Marras dev'essere inteso in quest'ottica sin dal titolo, Piccolo film di un albero (Italia, 2016, 5'), dove non solo il genitivo è da essere inteso sia come oggettivo che come soggettivo ma il titolo stesso dev'essere ricompreso non più come titolo, e ciò proprio in vece di quel doppio genitivo che l'assilla. Da una parte, il film è dell'albero, cioè è compiuto dall'albero, il che significa che non solo Marras cessa d'essere autore di un film ma che l'autore, in questo senso, non scompare, solo slitta: l'autore rimane, l'autore è vivo, ed è l'albero. Marras, così stando le cose, è colui che scompare e in una certa misura muore. Chi muore? Muore l'autore. Marras, infatti, non fa che creare le condizioni di possibilità affinché il film venga alla luce, ed è un gesto, questo, puramente tecnico: fare in modo che la videocamera sia l'albero, il che viene realizzato attraverso procedimenti che qui non staremo ad approfondire, perché, in buona sostanza, non c'interessano così come c'interessa altro del film, altro che è, a nostro avviso, il suo cuore pulsante. Questo cuore non viene a pulsare da Marras, ma l'organismo filmico viene a palesarsi come un qualcosa di restio alla soggettivazione di un'autorialità «in persona». È un processo, una dinamica, come l'organismo appunto, ma rispetto all'organismo Marras, come autore, dovrebbe essere pensato come colui che decreta la propria morte nella vita dell'opera: è un sacrificio? sì, senza ombra di dubbio. Come quello di Dio che si ritrae dall'universo dopo averlo creato. Dio, in quanto creatore dell'universo, ne è l'autore, ma è autore nel momento in cui cessa d'esistere come tale, e cioè come Creatore: questa è la vita dell'universo, un universo che non può rispondere a nient'altro che a se medesimo - così Piccolo film di un albero. L'albero diviene autore, il genitivo è soggettivo nella misura in cui è sintomatico o indice della morte dell'autore. Non che l'autore persista nella sua morte, piuttosto ogni film, nella sua autenticità, non può che nascere da una morte di cui costituisce l'immanenza. Quest'immanenza si dice tale per il solo motivo che l'autore, colla sua piccola morte, diviene una trascendenza di riflesso, ovvero il film è trascendente per definizione (leggi: per quanto scritto sinora) al suo autore, sicché l'immanenza non può che congetturarsi in una dinamica di assoluto trascendimento di sé. L'immanenza non fa che trascendersi, ed è qui che il genitivo diventa oggettivo. Il genitivo diventa oggettivo solo in seguito eppure coestensivamente all'esser (stato) soggettivo. L'albero si riacquista come soggetto solo divenendo oggetto - ed oggetto a sé. Di qui la necessità, pressoché carnale, dell'immagine. L'immagine non è mai immagine di qualcosa senza che quel qualcosa sia dell'immagine, il che, com'è noto, non può che avvenire nel momento della catastrofe: l'immagine della catastrofe è la catastrofe dell'immagine, ed è appunto questo che fa sussistere ma anche insistere l'immagine. L'immagine - come dire - non può che essere immagine di sé, il che non implica alcuna autoreferenzialità, dal momento che, come si è visto, il soggetto e l'oggetto combaciano solo in un movimento di trascendenza che è di per sé l'assoluto dell'Immanenza. L'immagine, per restare tale, deve r\esistere. A cosa? Ebbene, essa deve r\esistere nient'altro che a se stessa. L'immagine è r\esistenza. In fondo, non si è mai trattato d'altro. D'emanciparsi dall'immagine, di sacrificarsi ad essa, e questo fa Marras col suo sacrificio, che è in ultima e definitiva istanza etico. Del resto, non si tratta più di morire per un'idea, figurarsi per un'immagine. Certo, abbiamo terroristi islamici che uccidono e si uccidono o vengono uccisi per via di una vignetta su Maometto, ma ciò capita per l'appunto nel momento in cui l'immagine di Maometto deve venire a mancare: non si muore per l'immagine, si muore ormai soltanto per la mancanza di essa, sia che essa debba mancare o sia che essa semplicemente venga a mancare, sfiati, e non ce la faccia più - e noi con essa. L'albero, allora, ben lontano da qualsivoglia Yggdrasill, diviene soggetto-oggetto, immagine che è tale nella propria mancanza: l'immagine manca di sé stessa, manca a se stessa. E per ciò è immagine - è immagine della mancanza, del suo mancarsi, della mancanza d'immagine. Ci si chiederà, a questo punto, perché film ed albero non siano una cosa sola, ma è di per sé qui che si gioca tutto: il film trascende l'albero nella misura in cui esso è l'albero nella figura della sua mancanza. Non bisogna - ed è per questo che non abbiamo approfondito il discorso sulla tecnica di ripresa, comunque interessante, quantomeno per i miopi - confondere Piccolo film di un albero con ciò che si ri-rap-presenta in esso, e sconcertante sarebbe anzi che ci si volesse acuti nel palesare come in effetti la ri-rap-presentazione fosse quella dell'albero medesimo. L'immagine cinematografica non si confonde con l'inquadratura, ma questo non significa che Piccolo film di un albero porti all'emergere di una coscienza che, facendo dell'inquadratura una sorta di specchio, si rifranga in esso e si contempli come tale, quasi che l'immagine fosse immagine di ciò che fa l'immagine, e cioè dell'albero. Affatto. L'immagine è dell'albero in ambo i sensi del genitivo, ma questi due sensi, sia quello oggettivo che quello soggettivo, vengono a sussistere nella relazione che ha l'albero con l'ambiente, in cui mette radici o che vede. Questo è di vitale importanza, e anzi crediamo che sia la posta in palio del film. Che, cioè, il sistema relazionale sia di per sé una rete di funzioni, le relazioni nel/del sistema sono funzioni nella grammatica delle quali le connessioni, nella loro singolarità e nella loro molteplicità, istituiscono livelli progressivi, e anzi è proprio la molteplicità di tali connessioni a rendere il film un qualcosa di omeostatico autogonico. In questo senso, bisognerebbe concepire Piccolo film di un albero come una sorta di nodo in cui vengono a convergere, disparatamente, canali di rifrazioni di cui non è necessario tenere conto, poiché è il nodo stesso ad informare, decidendo o variando, degli interventi direttivi su di esso, delle natura stessa dei canali. Ecco, qui allora tocchiamo il nodo della questione. Infatti, stando così le cose, non dovrebbe stupire che uno come Marras - e pochi, davvero pochi in fin dei conti - possano voler vivere per il cinema, cioè a favore del cinema, lasciando posto al cinema, perché allora la vita viene davvero compresa come ciò che è e in tutta la sua pienezza, non cioè un lento e inesorabile appropinquarsi alla morte bensì - ed è commovente come Marras lo dia a vedere, questo - come un morire la vita, che non è un suo consumo ma l'ultimo e definitivo gesto del vivere compiutamente tale. La vita non lascia la morte. C'è tutto un percorso, dietro queste immagini. È innegabile che Marras vi sia, in quelle immagini. Che un film del genere non possa che essere pervenuto da scelte, abnegazioni e via dicendo che riguardano in prima persona non tanto Marras quanto il corpo di Marras. Tuttavia, ciò che conta notare - ed è il motivo che rende obsoleta tanta diaristica post-Mekas che pare andare tanto di moda, oggi - è il fatto che in questo esserci di Marras nel film, un esserci che, come sopra, risponde a scelte, abnegazioni e via dicendo, è di per sé la scelta ultima, quella di un'abnegazione definitiva e incommensurabile. Marras muore, muore come autore. E non è che la sua vita permanga nel film. Il film è dell'albero. La morte dell'autore è ciò che resta in vita, non come r\esistenza alla morte quanto, semmai, come r\esistenza pura e semplice. Non è un diario, e in questo Marras è un fedele lettore di Marx, piuttosto che dei marxisti di maniera che son venuti dopo: non si tratta di scorgere, nel passaggio evolutivo della ripetizione della quantità uno scacco che dia all'emergere di una qualità nuova, un finalismo, bensì di concepire il tempo come una degradazione piuttosto che come informazione: la sola memoria possibile non è quella del tempo passato ma quella della degradazione temporale, l'informazione che l'essere umano ha del tempo è non riguarda altro che la sua degradazione, e in ciò il cinema si presenta come ultima spiaggia (forse), perché che altro è l'immagine cinematografica se non il sistema relazionale che emerge come informazione dall'in-formarsi deformante di fotogrammi, graffi, memorie, micro-immagini, lividi che scorrono, cioè si danno, 24/fps, cioè che vengono ad essere nel loro disfarsi? L'immagine manca - e non può che mancarsi: solo a nostra volta nel mancarle riusciamo a partecipare non della sua essenza ma del suo dinamismo, che è, in ultima e definitiva istanza, la sua intimità più propria, ovvero l'abolizione di qualsivoglia fondamento essenziale, di qualsiasi essenza che si sia data come tale. Che rimane? Niente. Ed è vivere questo niente che può soltanto sprofondarci all'altezza dell'immagine. Allora, e solo allora, il precipizio sarà tale da tramutarsi in abisso, un abisso in cui cadremo indefinitamente. Del resto, com'è noto l'abisso è ciò che manca di fondo - e allora ci sarà un punto della caduta in cui su e giù smetteranno d'avere senso, in cui non sarà così buio che mancherà sia il sotto su cui caracollare sia il sopra da cui siamo precipitati. Cadere, allora, sarà come volare - pura relazione senza enti relazionati, e basta, cioè oltre ancora.

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